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Dentro gli occhi

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Mi sono alzata stamattina e mi sono guardata negli occhi. Mentre mi preparavo per uscire mi sono fermata davanti allo specchio del bagno. Forse stavo per passare la matita, un rigo sottile, o forse no ed ho guardato bene i miei occhi in profondità. Cosa c’era oltre. Anelli di un tronco da contare e ricontare. Un piccolo foro per passarci dentro carponi ed entrare nei sogni. Una luce. Un’ombra. Una piega. Una lacrima pronta. Li ho guardati bene i miei occhi. Dritti. Senza paura, né vergogna. Ed ho pensato a quante cose hanno visto. A quante cose non hanno visto. A quante cose non vedranno mai. A quante cose non vedranno più. Dove sono finiti i tuoi? Erano verdi. Di quel verde che non ha confini. Ed i tuoi, celeste leggero per viaggi in solitario? Ed i tuoi? Dove sono finiti i tuoi che ridevano prima che lo facesse il mondo. Due bottoni preziosi senza scampo. Dove sono? Dove sono i tuoi occhi, grandi e dolci da confonderli con la notte ed i tuoi, un porto sicuro dove passarla? Dove siete? Continuate a guardarmi da lontano. A proteggermi. A vedere quello che io adesso non riesco a vedere. Come un terzo occhio, una lucina sulla fronte, il faro della Meloria. Mentre sui miei passo un rigo sottile di matita tra quello che c’era e che adesso non c’è più.

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Attitudini

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E’ bello vedere il display del telefono illuminarsi ad intermittenza e leggere quel nome. A volte rimango immobile per qualche secondo a sorridere. A sorridere a quel nome. Come fosse un gioco di piacere. Un sapore conosciuto da pregustare. Un attimo nel quale rimanere.“Vieni a camminare con noi domani?” “Mi piacerebbe ma non posso. Sono tutto il giorno da babbo. La badante ha il giorno libero…” E mentre parlo ripercorro mentalmente il sentiero fatto l’altro giorno. Quello che porta sul crinale dove c’è solo pace, ma prima, per un bel pezzo, passa dentro ad un bosco. Un bosco di faggi. E lì, mentre la salita si faceva dura ne ho visti uno, uno precisamente, (che ci sarà sempre stato ma non ricordo di averci mai fatto caso prima) con la corteccia incisa. Due iniziali, una data, Rimini. Ecco, se proprio dovete scrivere i vostri nomi nel creato, sarebbe più bello e onesto scriverli sulla sabbia. Ma non perché siete di Rimini, solo per custodire l’essenza di un nome dentro. Dentro le cose.
Babbo, babbino che tra pochi giorni compirai ottantotto anni, cammini poco e male, che piano, piano stai davvero invecchiando, anche se hai sempre quella battuta pronta che mi regala un sorriso. Babbo che quando ti metto a letto ti preparo come un bambino. Ormai non c’è più vergogna o timidezza tra di noi. Metto il pannolone, due gocce di collirio, rimbocco le coperte e poi sposto il mobiletto affinché rigirandoti nella notte non tu cada come è già successo. “ Buona notte babbo” ti dico sottovoce prima di spegnere la luce. “E buongiorno per domani.” Rispondi tu sornione. Mentre io vorrei solo che quel domani non avesse mai fine.

Nascite e rinascite

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Lo so, lo so, non è bello accoglierti con il fazzoletto in mano, gli occhi lucidi e rossi e un quantitativo imprecisato di starnuti. Ma, mia cara primavera, da molto tempo ormai questo è l’effetto che mi regali. Non preoccuparti, io ti voglio bene lo stesso. Voglio bene al tuo cielo azzurro, alle giornate che si allungano, alle rondini che tornano, agli uccellini che cinguettano. Voglio bene anche ai gatti del vicinato che hanno scelto il mio giardino come luogo d’incontro amoroso. All’alba. Come tutti i veri inizi. E poco importa alla primavera se i miei due gatti, maschio e femmina, sono stati sterilizzati. E nemmeno agli altri gatti. Forse ciò che riusciamo a bloccare sono solo le conseguenze ma l’aria contagia lo stesso.
Hai voglia a tener calmo, a tener fermo. Lei non vuole sentire ragioni E tutto ciò che è stato buono, zitto, inerme, durante l’inverno, all’improvviso si sveglia. “…Quel verde che spacca la scorza, eppure stanotte non c’era”. Recitano i versi di una poesia di Quasimodo. E’ inutile. Non ci si fa. E lo dico sorridendo. Perché a me questa benedetta primavera sta simpatica. Anche se freni, freni, blocchi, pensi, pensi, pensi. Perché mi stanno simpatiche le persone libere. Perché non c’è libertà più grande della verità. “ Ma in fondo, poi, non è questo vivere, Sandra?” Mi dicevi l’altra sera con tutta la tua naturalezza. 21 marzo, primo giorno di primavera. Capodanno della natura. Inizia da qui il ciclo della cose. Da poco è stata istituita il 21 marzo la giornata mondiale della poesia. E cosa c’è dentro una poesia se non l’aria della primavera? Quell’aria pulita, un po’ ingenua, un po’ sbarazzina, un po’ sognante di chi crede che nell’inizio di qualcosa c’è sempre un mistero, una magia che non possiamo tradire, né ignorare.

Coraggio

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C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio.
Albert Camus

Questa bella citazione l’ho trovata sulla prima pagina dell’ultimo libro di Fabio Volo. Ora voi direte che ci vuole coraggio a leggere i libri di Fabio Volo e io vi risponderò che per l’attesa di un’ora alla lavanderia automatica vanno benissimo. Con buona pace del coraggio. Ci vuole coraggio a sorridere malgrado la vita ti abbia portato via le persone più care. Ci vuole coraggio a superare la tristezza, il dolore e il vuoto che hanno lasciato. Ci vuole coraggio a difendere le proprie idee, a voler cercare la chiarezza, a fare il primo passo, a dare un nome alle cose.
Quando sul tram tutti ci guardavano perché eravamo io, te e due ragazzi disabili uno dei quali si faceva notare e tu hai detto ad una signora che lo fissava con gli occhi incollati: “Scusi, ma cosa c’è da guardare?” Ci vuole coraggio quando la collega despota e più temuta della scuola impreca sul portone all’uscita degli alunni: “Io tutti questi albanesi li butterei in Arno!” Perché il babbo di un bimbo tardava a venire a prenderlo e lei si era spazientita. Ci vuole coraggio quando al mio ti voglio bene rispondevi sempre, anch’io. Magari lo scrivevi ma dirlo è un’altra cosa. Ma una volte l’hai detto. Tu per primo. Secondo me da quella volta hai rotto il ghiaccio e ora lo dici sempre senza paura. A volte anche per primo. Ci vuole coraggio a sapere che da quella sala operatoria magari nemmeno esci viva perché l’operazione è grossa e noi di corsa giù dai monti a guidare come matti perché ci aspettavano. Ci aspettavano per un saluto e un sorriso. Ci vuole coraggio a vivere. A vivere pianamente. Ci vuole coraggio a morire. A morire senza farlo pesare agli altri, senza dir loro che la morte sta arrivando. Ci vuole coraggio a compiere cinquant’anni, guardarsi allo specchio e farsi un sorriso. Perché sì, cinquant’anni ci sono, ma c’è chi li porta peggio e magari era così a trenta. Ci vuole coraggio a vivere il presente che è l’unica cosa che abbiamo senza rifugiarsi nei ricordi o nei progetti che ancora non ci sono. Io non so se ci vuole coraggio anche ad amare o se quando si ama tutto viene naturale, ma di sicuro so che il coraggio è una forma d’amore. Luminosa, con i capelli al vento e un fazzoletto rosso al collo.

“…La matematica non sarà mai il mio mestieeere…”

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Anche la matematica ha un’anima nascosta tra i numeri. Non ci credete? Va bene. Ripassiamo le quattro operazioni.
Addizione: Di solito è quella più facile. Si può fare anche a mente. Io più te, uguale: noi. Un risultato diverso da entrambi, a meno che uno dei due non valga zero. Io sono stata fortunata perché zero finora non l’ho mai incontrato. L’addizione mi è simpatica perché aggiunge, porta qualcosa di nuovo, qualcosa in più che spinge a conoscere. Forse per qualcuno quel “più” tra due numeri sembra una croce. A me no. Ed è bello poter pensare di mettere tanti più in fila per dare un unico risultato. E poi, riporti, riporti, riporti. Io vorrei che il riporto fosse sempre fatto di gioia, di cose nuove, di cose belle. Magari contandolo sulle dita della mano, o quando si è bravi tenendolo a mente, perché scriverlo in alto si fa solo da bimbi quando si crede alle favole ma poi si smette.
Sottrazione: Quando ho incontrato persone sottrazione me ne sono accorta solo alla fine. Quando il resto è stato un numero vicino allo zero. Quando prestavi, prestavi, prestavi… Prestavi tempo, parole, attenzioni, ma i conti non tornavano. La sottrazione toglie. Toglie energia, piacere, sorrisi. Anche se a volte, giustamente, toglie marciume e false speranze. Nei problemi c’è sempre una mamma che rompe le uova, uccelli che volano via, caramelle mangiate e fiori appassiti. Quanti ne restano? E’ la domanda finale. A volte dopo una sottrazione rimane solo una gran carneficina.
Moltiplicazione: Bisogna saperle bene a memoria. Le tabelline. Altrimenti le moltiplicazioni non le fai. Allora, gara di tabelline, tombola di tabelline, tabelline canterine. Allenarsi, allenarsi, allenarsi. Con il “per” si arriva subito ai grandi numeri. Ha un che di miracoloso, di abbondanza. Ci vuole dimestichezza con le moltiplicazioni. Tutto prolifica rapidamente. Nel bene e nel male. Un’accelerazione prima quarta in pochi secondi. Con il per non ci si sbaglia: si vola sulla luna. Ma solo se si sanno bene le tabelline.
Divisione: Scoglio di molti studenti che s’incastrano tra i due puntini come una trota obesa. Eppure dividere aiuta, conforta, fa sentire meno soli. A volte però dividere è sinonimo di separare e le separazioni non sono mai indolori. “Ne vuoi metà?” Con la gomma Brooklyn in mano, piatta e lunga che si divideva facilmente. “Incontriamoci a metà strada”. “Paghiamo a mezzo”. A metà c’è sempre un incontro. Un incontro vero. Le divisioni sono difficili e impegnative ma una volta imparate danno tanta soddisfazione.

Camminare

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Avevo fatto bene a lasciare una tasca vuota nel mio zaino. Quante belle cose ho trovato da metterci durante l’anno appena trascorso. Sono sufficientemente pigra, la pizza la mangerei tutte le sere e le cose belle non mi vengono mai a noia e quindi anche per l’anno a venire il mio zaino lo preparerei così. Parliamo del tempo, invece. Quello non si comanda, né si prepara con anticipo. Si prende come viene. Quando si va a camminare il tempo è determinante. E non basta dire solo: bello. Se ripenso a tante camminate fatte nelle più svariate condizioni metereologiche so che dire bello è riduttivo. Come sarà? Sole d’agosto che ci scalda la testa e le mani, giornate lunghe e camminare, camminare, camminare, come se il bel tempo non finisse mai. Sole d’inverno. Ti sembra quasi un miracolo. Cielo terso, limpido, azzurro. Aria che pizzica e ti risveglia. Camminare sulla neve con le ciaspole. Sulla neve senza ciaspole. Camminare nella bufera. Camminare al buio con una lucina sulla fronte come fosse un terzo occhio che ti guida nella notte. Camminare nella nebbia e intuire che sotto i tuoi piedi c’è un sentiero che ti riporterà a casa. Camminare nella nebbia e avere fiducia in chi davanti a te ti riporterà a casa. Partire, camminare e dopo poco tornare indietro. Non è vero che la montagna insegna a non arrendersi mai. La montagna insegna a capire quando bisogna arrendersi. Camminare sul crinale. In equilibrio tra due vallate. In equilibrio dentro di te. Camminare e ogni tanto voltarsi, guardarsi negli occhi, capire se ci siamo, se ci sei, se ci siamo persi, se ti sei perso, se hai preso un altro sentiero ma ci incontreremo lo stesso al rifugio. Guardarsi in cima alla vetta e dirsi “bello” ma solo con gli occhi, per pudore, per amore. Camminare e sentire cosa ci rende sereni, cosa ci fa stare bene e seguirlo, anche se il sentiero non è dei più facili oppure è quello meno battuto. Camminare. Questo è il mio augurio per il duemilaquattordici. Perché la vita è movimento e tutto ciò che è stagnante, fisso, rigido, prima o poi muore. Camminare.

Di Natale e di mani

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Di quei Natali c’è rimasta solo una scatola. Anni settanta. Celestina, bordata di blu, con una emme centrale a ricordare l’iniziale di una rinomata casa di panettoni. Una scatola vintage dove è inutile cercare la magia di quel Natale, perché quello ormai non c’è più. Io e il Natale da piccoli ci siamo amati visceralmente. Poi ci siamo persi, a volte ritrovati, a volte sopportati. Adesso ci rispettiamo reciprocamente. Nessuno dei due chiede niente di più all’altro. Quello che chiedo io, è che passi senza smuovere troppa tristezza.
“Il Natale è dei bimbi” mi diceva Agnese l’altro giorno. “Tutti più buoni, tutti sorridenti. Auguri! Auguri! Quanta ipocrisia”. Bofonchiava Sirio mentre tornavo a casa. Poi ci siamo abbracciati e mi ha detto:“ Passa un bel Natale”. E detto da Sirio che ha novant’anni, il sole negli occhi e il sorriso contagioso ci ho quasi creduto. Forse il mio Natale è questo. Un abbraccio sincero. Una tavolata di amici. Un messaggino da lontano. Una telefonata ricevuta solo perché è bello sentirsi e non perché è Natale. Uno sguardo complice. Un bacio rubato. Una notte vicinivicini. Una mano nella mia.
L’altro giorno tornavo dall’ospedale. Ero stata a trovarti. Oramai è quasi un mese chi non ti puoi muovere dal letto e stai facendo terapie fortissime. Ogni volta che vengo mi dici: “vieni qui, Sandrina, dammi la mano”. E stiamo così per un tempo indefinito. Mano nella mano a ricordare vecchie bischerate fatte insieme a vent’anni. A parlare di tutto e di niente.
Tornavo a casa. Nel sottopasso della stazione tra il ticchettare dei passi e il rollare dei trolley, un gitano dalla faccia simpatica e dal portamento regale suonava Jingle Bells alla chitarra in stile gipsy.
Qualcuno tirava dritto ignorandolo. Qualcuno gli faceva capire con lo sguardo che aveva le mani occupate da borse e pacchi e non poteva di certo cercare monete. Qualcun altro teneva le mani in tasca per il freddo. Qualcuno gli ha lasciato un euro. Qualcuno un euro e un sorriso. Qualcuno si è frugato per bene e gli ha dato una manciata di centesimini. Ma solo per levarsi un peso dalle tasche.