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Viaggi

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Cosa resta di un viaggio breve e intenso? A guardare la mia piccola valigia blu: panni sporchi, un libro nuovo, due tazze di vetro trasparente ricevute in regalo. A guardare dentro i miei occhi molto di più. Tutte le strade portano a Roma. Anche quelle che partono da lontano. Camminare per strade sconosciute. Incontrare persone conosciute. Incontrare persone conosciute solo a parole. Cosa resta nell’aria dopo un incontro, un abbraccio, una sera passata insieme a ridere e parlare? Forse può rispondere solo quel gatto un po’ temerario che ci dà il benvenuto sfidando il traffico cittadino. “Promettimi…” Non so fare quel genere di promesse, ma so che basta lasciare fluire la vita per onorare certe promesse. So che il tempo è una variabile secondaria quando si parla di affinità. So che mi emoziono ancora a vedere un’alba, soprattutto quando ho una valigia in mano e un biglietto di viaggio perso in qualche tasca.
“Arrivata. Sono stata bene. Sto bene. Grazie di tutto”. Se esistesse ancora il telegrafo basterebbero queste parole. Se esistessero le anime nemmeno queste. Parole…Viaggiare…
No ne so trovare altre meno banali di “bello”. Potrei reiterarlo come fanno i bambini per rafforzarne il contenuto.”Bello, bello, bello”. Parole. Chissà con quale parola Marco Polo iniziò il suo Milione. Chissà con quale lo concluse. Se un velo di tristezza lo avvolse quando tornò a casa, se ne progettò subito un altro, se anche lui aveva una scatola piena di mappe geografiche e cartine da aprire sul futuro e sognare.

Di treni che volano sulle rotaie

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Era lì. Come fosse normale. E difatti, vedere un treno in stazione non ha niente di strano. Ma vederci lui, sì. Elegante e sinuoso nel suo blu notte che metteva in risalto le scritte in oro: “ sleeping car”, “Express Europeen”. Appena l’ho visto sono corsa avanti e indietro per riempire gli occhi di ogni dettaglio. Sbirciare dal finestrino l’interno delle carrozze, la tappezzeria, gli arredi in legno, quel piccolo paralume messo accanto al finestrino a fare compagnia, ad illuminare un piccola nicchia di bellezza.
Fare un viaggio sull’ Orient Express è sempre stato un mio sogno. L’avevo scritto perfino nel mio diario di bambina sotto la voce ”sogni”, insieme a: “comprarmi un camper” e “fare la maestra”. Quest’ultimo soppiantato a dieci anni (quando alla Prima Comunione chiesi in regalo una bellissima macchina da scrivere Olivetti 64 ), da: “fare la giornalista”. Ma questa è un’altra storia. Un altro post.
Non è facile scrivere un post che parli di sogni. Si rischia di renderlo pesante, di affossarlo nei periodi ipotetici, di sommergerlo di condizionali che risultano indigesti dopo le prime tre righe. Però, quando un sogno l’hai davanti, la penna può volare e osare l’infinito. Infinito presente, s’intende.
Venezia – Istanbul: sei giorni, cinque notti. Sei giorni a leggere libri, chiacchierare, guardare in silenzio il paesaggio che cambia lentamente fuori dal finestrino. Sei giorni di risate, perché quelle non mancheranno di sicuro e di giochi. Sei giorni a prendersi la mano. Così, per un attimo. All’improvviso. Cinque notti. Cinque notti con il rumore delle rotaie a fare compagnia. Addormentarsi dentro quell’atavico cullare che rasserena. Cinque notti a sfiorarsi per sentire il contatto. Cinque notti a fare l’amore ma piano, in silenzio, come quando eravamo in camera mia e solo un muro sottile la divideva da quella dei miei genitori.
Cinque notti a sognare che l’indomani spunti ancora il sole. Per ricordarmi che c’è. Anche quando piove. Anche quando ci sono le nuvole. Anche quando i sogni sembrano svanire.

Piano piano

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Sono tornata a casa così. Guidando piano, piano, senza fretta. Senza accendere la radio, mettere un cd e nemmeno pensare, forse. Solo quel viaggio lento che rispecchiava la pace che c’era dentro di me. E’ tardi. Potrei dire tardissimo pensando all’ora su cui è puntata la sveglia per domattina. Notte fonda per dirla in due parole se non ci fosse quella luna piena in cielo a rendere visibile ogni cosa. Non incontro nessuno. Nessun automobilista, dico. Perché percorrendo una strada di cinque chilometri nel bosco qualcuno incontro sempre. Stanotte è la volta di una volpe. Mi attraversa la strada all’improvviso ma io, dato la minima velocità, nemmeno freno. Faccio in tempo a vederla mentre con la coda dritta parallela alla strada, entra nel bosco velocissima. Incontrare una volpe mi regala sempre un sorriso. Anche cerbiatti, cervi, cinghiali, istrici, tassi lo fanno, ma la volpe più di tutti.
Guidare così è un po’ come quando vado a camminare. Quando sai che c’è una mèta ma il piacere è già nel viaggio. Quando senti il terreno sotto i piedi che ti sostiene e l’aria è leggera e non ti affanna il respiro. Sembra quasi che tu sia immobile mentre non lo sei. Sei in pace. Forse è solo uno stato di grazia da godersi in silenzio. Forse devo ringraziare qualcuno. Forse è l’aria di questa notte che non nasconde i suoi misteri e m’invita a viverli. Non lo so. Potrei guidare così per ore. Io che non amo farlo. Guidare piano, piano, senza fretta di arrivare. Guidare con il sorriso sulle labbra. Per rimanere tutt’uno con questa magia e viverla fin che ce n’è.

Temporali estivi

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Arriva all’improvviso. Una, due, tre gocce che picchiettano rumorosamente ma sembrano innocue. Saresti quasi tentato di non farci caso. Ma poi tutto precipita velocemente, come uno spartito che diventa andante maestoso dopo che le prime battute sono state eseguite da un triangolo. Arriva così adesso la pioggia in estate. L’hanno definita tropicale. E’ sì che me la ricordo ancora bene anche se il timbro sul passaporto mi dice che era il 1996. Me li ricordo bene quei tre mesi passati a Cuba dove alla pioggia tropicale, insieme alla horita, tempo indefinito che per il cubano può variare da cinque minuti ad un paio di ore, avevo piano, piano e con mia sorpresa imparato a convivere. Questa cosa all’inizio mi sconvolgeva. Uscire con il sole e poi ritrovarti a scappare in un fuggi, fuggi generale. Trovare rifugio sotto un portico, un cornicione, un terrazzo. A volte sotto una palma. Ma quando c’erano i fulmini no, la palma era meglio scartarla. Me lo ricordo quel gelato di Coppella, solo due gusti, fragola e cioccolato, che si squagliava portato via dalla pioggia torrenziale e noi a ridere e a baciarsi che tanto ormai eravamo bagnati fradici.
La fortuna delle piogge improvvise cubane è che nella maggioranza dei casi poi torna subito il sole. Un sole caldo che ristora. A volte puoi vedere perfino l’arcobaleno. Io una volta a Cuba ne ho visti due. Uno accanto all’altro come fosse un ponte a due campate. Era il giorno che partivo e che tornavo in Italia e stavo andando all’aeroporto. E benché avessi gli occhi gonfi di lacrime, quel ponte colorato è stato capace di farmi uscire un sorriso.
“ Corri, scappiamo in macchina che comincia a piovere. Sento i tuoni in lontananza” “Ma come? Se fino a poco tempo fa c’erano le stelle”. Non so se correndo abbia percorso quel ponte colorato in un giorno, un mese, un anno oppure in una vita intera. Basterebbe dire una horita e sarei ad oggi. Il rumore della pioggia ticchetta sulla carrozzeria. Siamo due spettatori privilegiati dentro una nicchia protettiva. Fuori uno spettacolo potente e antico. Lampi che fanno giorno e noi abbracciati. Il collo che si ritrae come se dovesse prepararsi ad attutire il colpo del tuono. E ridere e dirsi accipicchia com’era vicino. Non c’è più un attimo di tregua ormai. Solo il buio a volte prende il sopravvento ma la pioggia no, quella non si ferma. E mani che s’intrecciano oltre le mani. E dirsi “bello, bello, bello” ma solo con gli occhi, quasi per pudore. Dirlo a quest’acquazzone improvviso, alla notte, all’estate e a noi che ne siamo diventati misteriosamente parte.

Di viaggi e di cose

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Erano nel sedile accanto al mio. Sul treno. Una coppia dall’età indefinita, grandi direi. Grandi per dire che avevano i capelli bianchi. Lui indossava un cappello di paglia piuttosto mal messo e una camicia di lino assai stropicciata anche se dice sia il suo bello. Lei, seduta di fronte, aveva un paio di pantaloncini corti che mettevano in bella mostra gli innumerevoli pinzi di zanzara che le avevano martoriato le gambe. Inglesi, americani, francesi… E’ più facile definirli stranieri. Mia madre avrebbe aggiunto “non gliene importa nulla di come son vestiti. Fanno proprio bene. Fanno il loro comodo. Bon per loro!” Ad un certo punto, appena il treno è giunto nelle vicinanze della stazione, ho visto i loro occhi guardarsi luminosi alla vista del cartello “Firenze S.M.N”. Forse un loro sogno stava per realizzarsi. Forse Firenze era la meta di un viaggio desiderato da tempo. E mi sono incantata di fronte alla loro gioia quasi fossi testimone di un piccolo miracolo. Ed ho pensato che fra le cose più belle da fare con qualcuno che si ama è fare un viaggio insieme. Arrivare in un luogo sconosciuto come due pionieri e farsi contagiare dal nuovo. Farlo insieme, per curiosità, per scoperta, per gioco. Essere due conosciuti in una terra sconosciuta. Ho immaginato vederli camminare per Firenze mano nella mano, a volte occhi negli occhi, a darsi conferme, rimandi e bellezze.
Quando vai in una città dove hai vissuto venti anni e ci vai come turista ti prendi solo il bello. Ti ricordi solo il bello. Questo faccio io. Così, uscita dalla stazione, mi sono diretta in Oltrarno a piedi. Via dell’Albero. Sì, sì, si chiamava proprio così. Una viuzza stretta dove di certo non convergono gli itinerari turistici. Era lì in fondo. Quel bugigattolo di locale buio e fumoso dove studenti e forse anche dopo passavamo il sabato sera. Ad ascoltare musica dal vivo. Chitarra, tastiera, voce a batteria. Questa la formazione completa. A volte solo chitarra e voce. Dipende da chi c’era. Ma adesso dov’è? Stento a ricordare bene dove fosse di preciso, quale fosse il numero civico. Quello che capisco è che di sicuro non c’è più. Soppiantato da un internet point, forse da un ristorante, forse da quel negozio cinese. “ E’ dura campare di musica” mi hai detto l’altra sera al telefono “è dura campare di sogni” avrei voluto risponderti. Ricordo che quando entravo nel locale, se non l’avevano già suonata, visto che era quasi sempre parte del repertorio, dopo un po’ andavo a richiedere una canzone. Una canzone di Vecchioni. Una di quelle meno conosciute e che avevo sentito proprio lì la prima volta. S’intitola “Pesci nelle orecchie”. Alla fine della canzone la chitarra si ferma improvvisamente, poi solo voce“…Amore non è vero, amore t’amo, amore ascoltami. Quante volte avrei voluto dirti, sai: se non ci fossi tu…poi non l’ho detto mai. Ta-ta-ta tatataratata” e riparte la chitarra.

Dal blog a Torino

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“Vieni a Torino? Macché albergo, siete ospiti a casa mia! Forse però non ci sarò…Casomai ti lascio le chiavi dalla vicina”. “Di casa tua?” ma se nemmeno ci conosciamo se non attraverso le parole dei nostri blog. A me questa fiducia così immediata, data sulla parola, sulla sensazione di aver sentito una persona attraverso di esse, di aver sentito una voce e da questa aver capito qualcosa mi ha riempita di gioia. Perché forse solo a Cuba o in Nicaragua ho percepito quel sentimento verso uno sconosciuto, quel sentimento misto a fiducia, solidarietà umana e fraterna che loro declinano con un entusiastico “tu eres mi amiga!” Come puoi meravigliarti, è tutto così naturale. Ma poi torni un giorno prima perché mi vuoi conoscere, anche se per te non è un bel periodo, anche se io non so ancora se due sconosciute che si fiondano in casa tua e nella tua vita possono portare un raggio di sole o solo una rottura di scatole, quando per te non è un bel periodo.
A Torino i questi giorni il cielo è azzurro, c’è il sole e non è nemmeno freddo e dici che è strano, che siamo state fortunate. A Torino c’ero stata una vita fa quando facevo la tesi di laurea. Una tesi sull’interpretazione gestaltica del mito egizio di Iside e di Osiride che mi portò al Museo Egizio. Un’operazione topo di biblioteca. Della città ricordo poco. L’immagine della dea Maat, la dea della giustizia, mentre pesa il cuore del defunto sulla bilancia. Su di un piatto il cuore, sull’altro una piuma. Il cuore non può essere più pesante. E mi sembra di sentirlo il tuo cuore. Un cuore generoso, pulsante, un cuore che sa aprirsi.
A Torino è tutto regale. C’è la regia farmacia, il regio orfanotrofio, la regia biblioteca, il regio marciapiede, la regia cacca di cane sul marciapiede. “Dove lavori?” ti chiedo. All’ospedale, pronto soccorso. Ecco perché ti sento, malgrado tutto, così calma, con i piedi per terra, sei allenata a gestire le emergenze. Una regia dottoressa. E io che sono bischera di natura comincio un tormentone abbinando al parola regio a qualsiasi cosa, persino ad una regia pernacchia fatta da lontano a chi non tiene fede alla parola data.
Come sono vicine le Alpi. Belle, imponenti, bianche, si ergono come un scenario dietro la Mole Antonelliana. Entriamo nel museo del cinema. La bimba, la curiosa e la sognatrice che convivono pacificamente in me insieme a un altro centinaio di sfaccettature sono felici. Si divertono a guardare dentro la prime macchine magiche, nei precursori del cinematografico a fare gli esperimenti visivi, le illusioni ottiche a guarda re come l’uomo si è ingegnato e nel giro di vent’anni, è passato dalla fotografia immobile a quella in movimento di un film. Il museo Egizio è bello ma è molto tradizionale. A parte la sala con gli specchi dove sono posizionate le enormi statue in granito e l’allestimento della tomba di Kha ritrovata ancora intatta ai primi del novecento, il resto è concepito secondo una visione tradizionale del museo mentre qui siamo più vicina a quella anglosassone, interattiva. Passano tre ore e nemmeno te ne accorgi. Se non quando ti rilassi nella sala al centro della Mole dove una cinquantina di chaise longue rosso porpora ti permettono di vedere un sequenza di spezzoni di film intramontabili. Penso a quanto mi piaceva andare la cinema quando abitavo in città . Quando volevo vedere un film, che come genere sapevo già sarebbe piaciuto a me soltanto, me ne andavo allo spettacolo delle sei per tornare a casa in tempo per preparare cena. Mi sa che ho ereditato quest’amore da mia madre che adorava il cinema. Mi raccontava sempre di quando aveva lavorato da giovane presso quella facoltosa famiglia romana come baby sitter, di chi aveva visto. Conosceva tutti i film degli anni 50 ma anche adesso, quando ne rivedeva qualcuno i tv, rimaneva sempre a bocca aperta. Aveva un debole per Gregory Peck quello di “vacanze romane” e secondo me un po’ attrice mancata lo è stata. Un po’ perché quando guardo quella foto a vent’anni, di mezzo profilo, con il rossetto e lo sguardo sfuggente, una diva lo sembra proprio, un po’ perché aveva un innato senso al melodramma anche nella vita di tutti i giorni.
“Vi porto a prendere qualcosa al Fiorio, uno dei caffè storici di Torino” mi dici. “Qui vengo spesso quando voglio rilassarmi, quando ho un po’ di tempo libero. Sai quante cose ho scritto in quell’angolino là in fondo!” E m’immagino che se entrassi in un bel caffè come questo, di quelli eleganti ma non snob e vedessi una bella donna con la faccia che assomiglia vagamente a Isabella Rossellini intenta a scrivere, ecco, se fossi un uomo ne rimarrei incantato. Ma anche se sono una donna perché la bellezza non fa distinzione.
Certo che tre donne insieme parlano di tante cose, parlano di tutto, parlano tanto ma alla fine parlano sempre di amore. Farlo però mangiando un gelato alla crema con cioccolata calda sopra e uno zabaione con la panna è tutta un’altra cosa. Mi piace quando le giornate hanno questo sapore. Caldo. Intenso. Dolce. Riappacificatore.
Torino città regale, città operaia, città di arte e di efficienza. Città di portici. Città cortese ma un po’ diffidente, mi dici. Riparto soddisfatta, contenta di averti conosciuta, di aver visitato la tua città. Racconti che Torino è anche un a città magica, alchemica, una città di misteri e forse è vero. Infatti me torno a casa con paio di irrisolti: Per esempio: cosa ci fa in Piazza Castello una bicicletta incatena ad un lampione così in alto? Perché dite “è di turno” per chiedere chi è l’ultimo della fila? Ma soprattutto, Badev, perché tieni il pacchetto con la polvere di caffè in frigo?

Dentro uno zaino, gli auguri

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Chissà se avrà ragione Intesomale quando, rispondendo ad un mio commento dice: “il guaio delle fini è che non sono mai definitive…” Fatto sta che, se proprio devo immaginarmene una anzi, sceglierla in base a quella che sento più in sintonia, non è certo il 31 dicembre, né tanto meno il primo gennaio come inizio del nuovo. Mi sembra più giusta, come data di inizio di un ciclo, il 21 marzo, primo giorno di primavera, giorno dell’equinozio, punto gamma del segno dell’ariete che con la sua energia dirompente dà inizio al ciclo naturale delle cose e della natura. Però, il calendario, l’agendina e gli auguri che mi fate mi fanno pensare che questo è il momento scelto dalla società civile. Allora mi adeguo e con piacere preparo lo zaino per il duemilatredici. Cosa ci metto dentro? Carta dei sentieri, bussola e se voglio esagerare un satellitare perché a volte è bello perdersi, ma è bello anche sapersi ritrovare. Acqua fresca per le giornate afose e il thermos con una buona tisana ai frutti di bosco e ginger per quelle gelide perché abbia sempre sete. Una bottiglia di vino da bere con gli amici dentro il rifugio dopo una lunga camminata e ridere, fare discorsi e ridere che ci vengono le lacrime agli occhi e magari quelle ce le ritroviamo a valle ma finché stiamo lì va bene e ci basta. Perché gli amici durante quest’anno appena trascorso sono stati spesso i miei guanti e i miei calzini termici. Uno specchio non solo per farmi bella ma perché ci sia sempre qualcuno che mi rimandi l’effetto delle mie parole, mi faccia vedere quali sono i miei nei, quali sono i miei punti forza. Un bengala da sparare in aria quando c’è bisogno di soccorso e sperare che qualcuno lo veda e ti dia una mano ma da sparare anche quando si è contenti per un incontro, un abbraccio interminabile, una frase detta senza inganno di testa, un bacio dato con morbidezza, l’amore fatto con amore. Ci metto anche un paio di grazie perché quando si cammina in montagna e si vede tanta bellezza non sia mai una cosa scontata. Non dare mai per scontato che si può camminare, vedere, fare uno sforzo. E di questo essere grati perché in fondo la vita mica va come vogliamo noi per queste cose. Ci metto anche il mistero. Il mistero per esempio di un messaggino che ho ricevuto con piacere ma del quale non conosco il mittente. “Cara Sandra grazie della tua gentilezza e della tua presenza che emana Amore sotto ogni forma”. Lo rimetto in circolo nell’universo. Magari torna indietro. Perché come si fa a vivere senza amore? Come si fa? Mi porto anche le mie ultime conquiste che non sono vette ma pur sempre una strada in salita: la libertà di essere pienamente se stessi, in onestà con la propria vera natura. Luci e ombre comprese. E poi, un moschettone al lato per agganciarci un sogno, un sorriso, un ‘massì’.
Ho quasi finito. Lo zaino è pronto. Ma non voglio riempirlo tutto, una tasca voglio lasciarla vuota. Si trova sempre qualcosa di bello per strada. Ecco, in quella tasca ci metto solo la fiducia. Perché non perda mai la voglia di dare alla vita la possibilità di regalarmi nuove esperienze e di affidare a lei quello che è il meglio per me, anche se non lo riconosco. In fondo, un anno fa nemmeno sapevo che esistesse il mondo dei blog, voi tutti, voi che siete una bella banda oltre i nick, oltre le parole. Ma ci pensate? Mai, mai, togliere alla vita la possibilità di sorprenderci. Ecco, questo è il mio augurio per il duemilatredici.
Buon anno!

…E riportare sempre i rifiuti a valle. Grazie ;-)