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Storia del cane Pippo, di Gemma e delle innumerevoli strade che può prendere la vita

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Fra le tante storie che Agnese ama raccontare nelle serate di veglia, c’è quella del cane Pippo, di Gemma e delle tante strade che può prendere la vita. Nessuno ha ben capito se quella sia una storia vera oppure, sia frutto della fantasia che l’anziana donna ha coltivato negli anni. Gemma, una dei protagonisti della storia, è una bambina di nove anni che vive con la sua famiglia nella bella casa colonica ai margini del paese. Un giorno Eugenio, il padre di Gemma. andò nel bosco a cercare funghi. Ma più che trovar funghi fece uno strano incontro. In mezzo alla stradina ghiaiosa che portava nel bosco, barcollante per la fame, la sete e il troppo sole che stava preannunciando l’arrivo di una torrida estate, vide un cane. Quello che ricordava un cane, sarebbe meglio dire. Il povero cristo infatti era spelacchiato e malconcio. Aveva attorno al collo una corda di plastica sfilacciata che evidentemente l’aveva tenuto legato a qualcosa di fermo e dal quale tira, tira, era riuscito a staccarsi. Il cane si fece avvicinare un po’ guardingo ma complice la spossatezza non fece resistenza. Eugenio vedendolo da vicino si accorse che intorno al collo, la corda tirata forse con insistenza e a lungo, aveva generato una profonda ferita che aveva rimosso il pelo e lasciato una brutta infezione in più parti. Eugenio decise così di prendere il cane e portarlo a casa. Aveva un bel giardino e soprattutto una figlia che avrebbe accolto con piacere la sorpresa. Infatti Gemma fu felicissima di questo inaspettato regalo, di quest’incontro.
I primi giorni servirono al cane, che nel frattempo aveva anche ricevuto il nome di Pippo, a riprendersi nel corpo e nello spirito. Una sera inaspettatamente abbaiò così forte che quasi mise paura, ma soprattutto più che passava il tempo, più veniva fuori il suo vero temperamento. Secondo il veterinario, Pippo poteva essere l’incrocio tra un pastore tedesco ed un husky e se del primo aveva ereditato le qualità migliori del secondo solo imprevedibilità e cocciutaggine. All’incirca poteva avere due anni e per questo era sempre un giocherellone. Non era troppo disciplinato e rispondeva ai comandi solo quando vedeva un bastone. Piano, piano, Pippo aveva ripreso fiducia nel genere umano, merito soprattutto di Gemma che con dolcezza e premura l’aveva avvicinato. Tutto procedeva nel migliore dei modi fin quando la bella armonia che si era creata precipitò senza preavviso. Gemme e Pippo stavano giocando nel campo intorno casa quando la piccola inavvertitamente gli toccò la ferita sul collo che ancora non era perfettamente guarita. Fu un attimo. Pippo girò la testa e d’istinto le azzannò il braccio. Gemma corse in casa piangendo e urlando per il dolore e vista la ferita fu subito portata al Pronto Soccorso.
Mentre guidava, tornando dall’Ospedale, Eugenio aveva ben chiaro in mente cosa avrebbe fatto: avrebbe riportato Pippo nel bosco. L‘avrebbe disperso lì. Lì proprio dove l’aveva trovato. Quando un cane morde il proprio padrone bisogna liberarsene, ripeteva come un mantra. Questa convinzione fu avvallata dal fatto che, dopo poche ore, trovò nella legnaia Gemma e Pippo sdraiati sul pavimento con gli occhi di lei a pochi centimetri dal muso del cane. “Ci siamo parlati” disse Gemma come se fosse la cosa più normale. “Mi ha chiesto scusa”. Ecco. Non solo quel cane le aveva quasi lacerato un tendine ma le stava facendo perdere il lume della ragione. A quel punto Eugenio venne via dalla legnaia su tutte le furie aspettando solo che venisse notte per metter in atto il suo piano. Appena Gemma si addormentò, prese il cane e senza un attimo di esitazione o di pietà lo lasciò nel bosco. Naturalmente il giorno dopo a Gemma fu raccontato che Pippo, dal carattere difficile e poco comprensibile, se ne era andato.
Non c’era notte che Gemma non piangesse in silenzio, o mattino nel quale non trovandolo festoso alla porta ne sentisse la mancanza. Il babbo aveva risolto un problema e anche la mamma non sentì affatto la mancanza di quel terremoto peloso, come lo chiamava lei. Il suo giardino poteva finalmente respirare, la sua casa fintamente casual rimanere in ordine e il portone di castagno all’ingresso non essere più graffiato dalle unghie di Pippo. Quando voleva entrare era tremendo! Pippo intanto vagava nel bosco cercando con il fiuto tracce odorose che il tragitto in auto non avevano lasciato. Camminava da giorni senza aver mangiato un boccone. Per fortuna riusciva a bere, quello sì, perché ogni tanto trovava un ruscello ma le forze stavano scemando.
A questo punto della storia Agnese si fermava sempre. Diceva che la storia non aveva solo un finale ma poteva averne tanti e tutti erano veri. Diceva che ogni momento aveva il suo finale e non era mai lo stesso. Una volta concluse la storia raccontando che Pippo, vagando per giorni senza mangiare, diventato lo scheletro di se stesso si accasciò ai piedi di un grande faggio e lì dette il suo ultimo respiro. Un’ altra, disse che Pippo fu trovato da un cacciatore che lo portò a casa sua e lo mise in un recinto insieme ad altri trenta cani. Un’ altra ancora disse che Gemma, aspettando di vederlo tornare, perse il sorriso, l’appetito e la voce. Nemmeno i dieci cani di peluche e i due pesci rossi che il padre le aveva prontamente comprato per colmare il vuoto erano serviti a consolarla e si chiuse sempre più in se stessa. Un’altra volta ancora disse che Pippo vagò nel bosco per tanto tempo. Nessuno sa dire precisamente per quanto. Le creature del bosco gli dettero una mano per come potevano e quelle del cielo la forza e la speranza per non mollare. Proprio mentre cominciava a pensare che ogni sforzo fosse stato vano, intravide in lontananza la luce della bella casa colonica della famiglia Rossi. Con fatica arrivò al cancello e poi cadde a terra esausto. Gemma, che non aveva mai smesso di aspettarlo, lo vide dalla finestra e gli corse incontro con la felicità nel cuore. Ci volle tempo perché Pippo riprendesse fiducia negli esseri umani. Lo stesso tempo che ci volle a Gemma per passare sopra a quell’incomprensibile fuga (visto che nessuno le disse mai la verità) ma adesso corrono felici e liberi nel campo dietro casa.
L’altra sera, nella notte del solstizio di estate con la luna piena in alto che faceva da guardiana, Agnese raccontò questa storia nell’Aia Grande. Io non c’ero ma ho saputo che giunto il momento di scegliere il finale Agnese guardò le stelle e poi cominciò…

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Fra palle e scatole

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A casa dei miei la scatola degli addobbi, più precisamente quella che contiene le palline dell’albero, è sempre la solita. La solita da quando ero piccola. Una scatola di cartone rigido, celestina, bordata di blu con una “M” Stampata sui quattro lati. Di sicuro avrà contenuto il panettone di una nota marca. La scatola si è conservata bene ma le palline nel tempo si sono rotte. Erano tutte di vetro. Alcune ancora oggi le ricordo benissimo perché erano grandi e colorate: il fungo, babbo natale, l’angioletto, il cuore. Della palline della mia infanzia ne è rimasta solo una. Una specie di torciglione in vetro. Una sorta di mix tra la riproduzione di un candelotto i ghiaccio e il corno dell’unicorno.
E’ una sopravvissuta e solo per questo, anche se non è troppo bella mi sta simpatica. Stavo facendo l’albero a casa di babbo e fra una chiacchiera e l’altra questo reperto storico mi è caduto di mano. Per fortuna, essendo di vetro pieno, non è andato in mille pezzi ma si è diviso solo in due. Mi sembrava davvero una cosa triste, allora ho preso la colla, una di queste colle prodigiose e ho riunito i due pezzi. La riparazione è diventata una linea quasi invisibile. Per un attimo sono stata tentata di ravvolgere il torciglione nella carta velina e di rimetterlo al sicuro nella scatola. Perché verrebbe fatto così riguardo alle cose a cui teniamo, che per un attimo credevamo perse ma che miracolosamente si sono rimesse insieme. Verrebbe da tenerle ferme. Senza toccarle. Tenerle lì. Sapere che ci sono e di questo gioirne ma senza fare mosse brusche perché qualsiasi gesto potrebbe sortire un effetto indesiderato e magari chissà, rompere di nuovo quel fragile incollaggio. Ma io non resisto. Non sono così. Non riesco a stare ferma, a non essere me stessa anche a costo di sbagliare, di non essere capita o semplicemente fraintesa. Non riesco a non vivermi le cose, ad apprezzarle, a gustarle, sentirmi fortunata, sentirmi contenta. A toccarle.
Il corno di vetro dell’unicorno adesso è lì, vicino ad una palla rossa di plastica . La scatola vuota è ritornata nello sgabuzzino. L’ho lasciata aperta. Anche lei avrà bisogno di un po’ d’aria. Anche le scatole si stuferanno ad essere sempre chiuse, anche se contengono bei ricordi, fotografie, parole, oppure oggetti preziosi come il corno dell’unicorno. Ogni tanto apriamole, non solo a Natale non solo quando è il momento. Guardiamoci dentro per vedere se quella magia resiste. Se la colla che ha unito i due pezzetti del corno di vetro dell’unicorno regge ancora.

Volo notturno senza controfigura


“Sono al poggio dei Malandrini. C’è una luna bellissima. Se ci fossi anche tu non saprei chi guardare. Perché non mi raggiungi?” Erano da poco passate le dieci e il cielo si era fatto scuro quando un messaggino inaspettato per ora e mittente si fece avanti spavaldo sul mio cellulare. Ora, il luogo in questione e un posto molto bello a circa 40 minuti di cammino dal punto in cui si lascia l’auto e ci s’inerpica nel bosco attraverso un sentiero di montagna. Ci pensai un po’. Quel tanto che basta per lasciare spazio alla ricerca dell’occorrente. Prendo la torcia, indosso gli scarponi, un maglione anche se è agosto perché il freddo non lo sopporto e nel giro di dieci minuti sono già in macchina. La tempestività con la quale mi metto in azione sorprende anche me che per certi versi sono riflessiva e prudente. La cosa che più mi affascina non è tanto incontrarsi in un posto così, quanto percorrere 40 minuti a piedi nel bosco. Da sola. Di notte. Non l’ho mai fatto. Non so nemmeno quale reazione possa avere. Soprattutto mi fa un po’ pensiero poterla avere a metà strada quando sei nel punto più profondo e la riva o la barca sono a uguale distanza. Vabbè, siamo in montagna ma mi è venuta questa metafora. Inoltre, io mi conosco, di fatto sono anche un po’ paurosa. E se incontro un animale? Qui ce ne sono molti: cinghiali, cervi, daini, mufloni perfino lupi. Una volta ne ho visto uno, ma ero in macchina. Non so cosa mi spinga a fare questa prova d’onore, a compiere questa cerimonia d’iniziazione. E’difficile da spiegare. Sicuramente qualcosa che vale più per me che per lui. Mentre cammino sento solo lo scricchiolio dei miei passi su rametti e foglie secche, a volte, intercetto un lontano fruscio al quale cerco di non dare troppa importanza. “E se quando arrivo al poggio sono sola?” In fondo, dove avevo lasciato l’auto c’era solo la mia anche se questo voleva dir poco, ci sono diversi sentieri per raggiungere i Malandrini. Magari non ha creduto che potessi fare tanto, non mi ha aspettata, non è proprio venuto. Per un attimo questo pensiero mi appesantisce ma subito dopo si tramuta in energia. In realtà, prima d’ora non avevo mai osato fare un’ esperienza così profonda, intensa per certi versi impossibile. Non avrei mai avuto né la forza di agire, né il coraggio di osare se non avessi sentito il suo richiamo, se non l’avessi conosciuto.
Dopo poco più di mezz’ora arrivo nel luogo stabilito. Mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Solo la luna, quella sì, tonda, piena, luminosa. Mi siedo a terra. Penso che sia nascosto da qualche parte, che mi stia osservando. Sono attenta ma tranquilla. Non so bene capire perché. No, non c’è veramente nessuno. Dovrei essere arrabbiata, delusa, triste ma non lo sono. Lo ero prima e questi sentimenti erano potenti quanto l’amore. Adesso, finalmente mi sento libera.
Riprendo lentamente la strada verso l’auto. Le gambe sono leggere, come se sul poggio dei malandrini un nodo si fosse sciolto senza bisogno d’altro. Arrivo all’auto. Il bianco di un foglietto risalta sul parabrezza: “ Grazie. Anche in questa occasione ti sei dimostrata meglio di me. Non ho avuto coraggio.” Accartoccio il biglietto come si fa per un involucro ormai superato e stinto. Giro la chiave e metto in moto. Con calma. Certi momenti bisogna gustarseli. Da soli. Soprattutto se quello che non ci ha uccisi ci ha resi più forti.

Sala d’attesa

“Si accomodi nella sala di attesa. Sicuramente ci sarà da aspettare”. Mi dice l’infermiera addetta all’accettazione. D’altronde sono io il paziente e questo appellativo avrà pure una sua motivazione. Il fatto è che nella prenotazione telefonica mi era stato detto che più tranquilla fossi stata, meno l’esame sarebbe stato fastidioso. E lo so quasi per certo: l’attesa non alimenta mai la tranquillità. Semmai amplifica il piacere ma siamo nel campo di altre tipologie di attesa. Mi metto seduta e paziento. Paziento leggendo sbadatamente un libro, paziento fantasticando, paziento pensandoti, paziento guardando le facce degli altri pazientatori che come me cercano di pazientare e soprattutto, paziento scrutando la faccia di chi, dopo una mezz’oretta, esce dalla porta bianca. Esce con le proprie gambe e già questo mi tranquillizza. Nel corridoio vedo passare due tipe alquanto strane per come sono vestite e pettinate. La signora sulla cinquantina ha due codine laterali, una giacca a fiori e soprattutto indossa un paio di stivali di camoscio verde mela che secondo me non esistono in natura. Lì per lì penso che facciano parte di qualche associazione di volontariato che negli ospedali fa clowntherapy. Sinceramente non è proprio da me giudicare le persone da come si vestono però, nel bianco sterile di un ospedale fanno contrasto.
Dopo qualche minuto me le ritrovo accanto nell’angusta sala d’attesa perché la mamma, la stivalatrice verde, doveva fare il mio stesso esame. La mamma mi siede accanto, mentre la figlia, di certo non più di primo pelo, si è addirittura portata un panchettino perché deve sedersi di fronte alla mamma ma nel contempo vedere il corridoio altrimenti le prendono le crisi di panico. Nel giro di cinque minuti mi raccontano la loro vita, comprensiva dei particolari. L’esame deve farlo la mamma ma chi è davvero in apprensione è la figlia che continuamente e con una vocina improbabile per una persona adulta, le chiede rassicurazioni. Mi domandano di tutto, ma io so pochissimo, solo quello che mi ha detto il dottore. Ho resistito perfino alla documentazione ‘fai da te’ su internet per non farmi venire ulteriori paure. Dopo dieci minuti sento che il mio argine psicologico, tenuto in sicurezza fino ad allora, sta per essere penetrato in maniera dirompente dalla loro ansia. Vorrei cambiare di posto ma mi sembra di offenderle e soprattutto, mi sembra di vederle messe assai peggio di me che sono lì da sola. Per un attimo guardo con più attenzione gli altri pazientatori: vedo che tutti hanno una dama di compagnia, un amico, un familiare. Io sono sola. Ma non mi pesa esserlo. Vorrei però continuare ad esserlo. Farmi un po’ compagnia da sola che talvolta mi riesce davvero proprio bene.
La porta bianca si apre, fanno il mio nome, sembra un paradosso ma mi sembra perfino di sentire una ventata d’aria fresca entrare nella saletta. L’esame è un po’ fastidioso, un po’ doloroso, un po’ lungo, ma soprattutto ha esito negativo. Non devo fare altro, né indagare ulteriormente, né operarmi come era stato ipotizzato ad una prima visita. Mi sento una miracolata. Credo che ogni mattina che ci alziamo dal letto in salute lo siamo tutti ma non sempre ce lo ricordiamo. Almeno io, anche se ci provo, ma non è facile esserne sempre consapevoli, diventa lampante solo quando ci fanno il tagliando. Esco dalla porta bianca stronchicciata ma felice. Mamma e figlia mi guardano con gli occhi protesi e questuanti: “Vada tranquilla, signora, è poco più di una bischerata. Se glielo dice una che aveva una gran paura, si può fidare.” La mamma mi prende la mano. Per un attimo mi sembra che addirittura voglia baciarmela come fanno al Papa. “Grazie, grazie, grazie” mi dicono radiose come se le avessi dato la notizia più bella della loro vita. Mi sento una portatrice di gioia. Forse sta solo straripando. Le guardo con un po’ di commozione e di simpatia. Noi esseri umani siamo davvero strani.