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Frivolezze di stagione

piedi

Se ne erano stati tutto l’inverno al chiuso. E l’inverno è lungo per chi vive in montagna. Chiusi per il freddo, la neve, il gelo, o semplicemente chiusi, e avevano tanto bisogno di prendere una boccata d’aria. Così ho preso una bacinella, ho messo dentro due cucchiai di sale grosso, qualche goccia di essenza di rosa, acqua tiepida e li ho messi a bagno. I miei piedi. Li ho lasciati così per un tempo indefinito a rilassarsi e distendersi. Poi ho preso pietra pomice, forbicine e limetta ed ho cominciato a togliere tutto ciò che era morto e vecchio. Li ho rituffati ancora nell’acqua ed infine li ho messi fuori ad asciugare all’aria come fossero panni stesi. Mi sembravano felici. Ma per fare due piedi felici fino in fondo occorre lo smalto. Ne ho messo uno di un colore indefinito e molto naturale. Sembra sabbia dorata.
Li ho visti dentro i miei sandali e stavano proprio bene. Stavano così bene che quella sera sono voluti uscire a cena fuori. Era tanto che si diceva. E poi camminare dopo cena, perché abbiamo tanto da dirci e non so quanto da dirci e quanto sia solo piacere di stare insieme. Ma i miei piedi hanno visto l’aria oggi e quei sandali sono proprio carini ma non comodissimi.
E’ buio. Una delle prime sere estive e c’è gente ancora in giro per le strade del centro. Così, appena fermi su di uno scalino in piazza del Duomo, tolgo i sandali e lascio i miei piedi totalmente liberi. La pietra emana un calore piacevole. Accogliente. Sulla caviglia sinistra ho un piccolissimo tatuaggio. Retaggio dei miei sedici anni. Quando i tatuaggi ci si facevano da soli con norme igieniche inenarrabili. Quando i tatuaggi li avevano solo i drogati e i carcerati ed io fortunatamente non appartenevo a nessuna delle due categorie. Sono due onde. Due onde incise sulle mie radici. Mi guardi e sorridi quando ti racconto come è avvenuto il fatto con l’attenta precisione ai particolari come se fosse accaduto l’altro ieri. “Hai due piedi proprio bellini” dici sorridendo. E penso che un uomo che ti guarda i piedi forse ha qualcosa di bello da dirti.

Con i piedi per terra


‘Che numero porta?’ Mi chiede gentile il commesso malgrado il caldo irritante che sifona sulla città. Non mi rilassa fare shopping, nemmeno fare la spesa in verità, tutt’al più mi piace girovagare per i banchi del mercato, forse perché sono all’aria aperta e quando devo, perché arriva il momento in cui devo comprarmi qualcosa, è sempre una caccia al tesoro. Soprattutto con le scarpe. Perché malgrado la mia repulsione ad ammirare le vetrine, sono anche pretenziosa: le scarpe devono piacermi e tanto. Ci devo anche stare bene, anzi, questo è fondamentale. Spesso infatti può accadere che nei pochi minuti che determinano l’acquisto, qualche eventuale problemuccio non venga a galla ripresentandosi invece in tragitti più lunghi facendo in parte fallire l’acquisto. Una volta, mia mamma portò me e mia sorella al mercato giù in città per comprarci le scarpe. Eravamo piccole, avremmo avuto quattro o cinque anni. Ricordo che mentre mia sorella era in piedi e si stava provando un paio di scarpe si fece la pipì addosso inondando in maniera irrefrenabile calze e scarpe. Scarpe che mamma dovette a quel punto comprare (spero solo siano state del numero adatto). Ricordo solo che erano di pelle lucida nera e a me piacevano molto. Sicuramente più delle mie perché nemmeno ricordo come fossero.
Non faccio nemmeno parte dalla categoria (da quello che so esageratamente numerosa) di chi si compra scarpe di continuo con un azione compulsiva degna del miglior trattato di psicologia. Dopo gli intossicati del gioco, secondo me, il sistema sanitario nazionale dovrebbe prevedere anche un’azione di intervento nei confronti di chi accatasta scarpe su scarpe come se fosse un millepiedi. E io ne conosco diversi. Dovrei dire diverse perché la maggior parte sono donne. E poi c’è che io mi affeziono alle scarpe. E questo non giova al loro ricambio. L’altro giorno ne ho provate tante. Girovagavo per una città che un tempo ho abitato, come un tossico che fa mente locale per ricordare dove sono i negozi di scarpe più forniti e ci si precipita sperando di trovare la roba, ma non ne ho trovate un paio. A volte le scarpe sono come le persone, dal primo momento che le indossi ti stanno bene. Ti stanno bene, naturalmente. E poi te le riguardi perché mica sono pantofole di cencio e magari starci bene sarebbe solo il loro scopo. A volte sono scarponi da montagna, altre sandali infradito, altre scarpe da ginnastica. Ma ci stai bene da subito e questo ti sorprende. Come se appartenersi l’un l’altro fosse uno stato di grazia inspiegabile per verificarsi in così poco tempo.

“Vecchio scarpone quanto tempo è passato…”

Non c’è cosa più innervosente per una come me allergica allo shopping ( e in piena crisi economica) quanto credere di aver fatto un buon acquisto ed invece, rendersi conto di aver buttato via i soldi. I miei nuovi scarponi da trekking sono indomabili.
Sembra strano, ma pur valutando tutte le variabili possibili, ti accorgi se una scarpa è fatta per te solo usandola. Di solito gli scarponi si usano per fare escursioni in montagna e quindi la triste scoperta avviene nei modi e nei luoghi meno adatti. Un mio amico psicologo mi ha detto che la scarpa simboleggia il compagno, quella persona speciale con la quale dovremmo, o vorremmo, percorrere la strada della vita. Una notte sognai che me ne andavo in giro scalza e lui disse che era un ottimo segno in quanto significava che nella vita ero capace di essere autonoma e indipendente, principale prerogativa per saper stare bene con qualcuno. Adesso vorrei solo che a questi piedi arrossati e vescicolanti qualcuno mi facesse un bel massaggio, di quelli fatti a modino con tremila olii essenziali profumati. Per un attimo do un volto a quel qualcuno, ma non è sano pesticciare nel passato, soprattutto con i piedi doloranti. “E se gli scarponi fossero di fatto una metafora?” Penso per un secondo seguendo la scia del mio amico psicologo mentre inizio l’automassaggio (in casa c’è solo il gatto per niente interessato ad una trasmutazione).
Eppure, ero contenta giorni fa mentre cullata dal treno me ne tornavo dalla città con la busta di una nota catena di negozi sportivi. Nemmeno l’orda delle telefonate sul niente che invadevano il vagone e che odio con tutta me stessa, erano riuscite sciupare la contentezza di questo piccolo grande regalo che mi ero fatta. Dovevo intuire però che c’era un’ incoerenza di fondo. Avevo comprato gli scarponi nel posto sbagliato. Gli scarponi sono di montagna. E’ lì che crescono quelli buoni.