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Ponte di Campanelle

“I ponti uniscono separazioni, sono punti d sutura, cuciono strappi, tendono mani a distanza, recuperano ciò che sta dall’altra parte. Da entrambe le parti. Un ponte per ciò non dovrebbe mai essere incominciato da un solo lato. E’ come se una persona dovesse presentarsi ad un’altra senza che questa facesse una mossa. Si sentirebbe svantaggiata. I ponti vanno cominciati da entrambe le parti e vanno uniti cementando la stretta di mano a piombo sul vuoto esattamente a metà” .
da “Come sasso nella corrente” Mauro Corona

Esistono ponti e ponti. Ognuno ha però sempre un suo fascino particolare, per me.
Firenze, come tutte le città attraversate da un fiume, ne ha di molto belli e come spesso accade, dai nomi affascinanti e particolari. I ponti possono cambiare vestito nel tempo. Penso a Ponte Vecchio un tempo sede delle botteghe dei beccai (macellai) che scaraventavano le carcasse macellate in Arno mentre adesso ospita solo gioiellerie. Ponte Vecchio fu l’unico ponte di Firenze a non essere stato bombardato durante la guerra. Nelle guerre i ponti sono fra le prime infrastrutture ad essere distrutte, come dire, disintegriamo il simbolo dell’unione. Penso al Ponte della Libertà che collega Venezia con la terra ferma, quando da entrambi i finestrini del treno vedi solo il mare.
Penso ai ponti che uniscono due vallate ma non in modo tradizionale, di quelli ce ne sono a bizzeffe, ma a quelli tibetani che ondeggiano sospesi nel vuoto. Insomma, l’uomo si ingegna per poter andare da una parte all’altra, spesso, da una sponda all’altra.
Allora mi vengono in mente quelle specie di passerelle (non sono veri e propri ponti ma il servizio è il solito) costruite mettendo un sasso dopo l’altro per oltrepassare un fiumiciattolo. Quelle passerelle di sassi un po’ precarie, instabili e soprattutto facili a scomparire dopo la prima piena. Quelle dove devi stare attento perché i sassi possono essere scivolosi e devi essere pronto di riflessi perché se cadi male ti puoi anche rompere qualcosa, ma nella migliore delle ipotesi ti bagni un piede e allora pensi che mica sei morto. E magari ci fai anche una risata. Soprattutto se ti accorgi che poco più in là ce n’era uno costruito in pietra per simile scopo. Forse è il gusto dell’avventura, del potersi misurare con se stessi, del seguire l’equilibrio che nella vita non è mai statico per principio.
Penso a quei ponti che ti proteggono con il loro parapetto e così puoi anche affacciarti e guardare nel vuoto senza provare una sorta di attrazione, come spesso mi accade quando sono in alto. Penso a quei ponti in pietra belli, stabili, che hanno retto il tempo e le stagioni e tiro un respiro di sollievo perché davvero l’inverno non è eterno. “Ecco, facciamoci una foto qui. Sul ponte”. Primo piano allungando la mano. Sorridiamo. Sento un bel calore. Vicini ma non troppo, se non per quello che ci concede la vita.

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