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Oltre la pioggia

L’altro giorno è piovuto. E’ piovuto dopo più di un mese che non lo faceva. E’ piovuto tanto. Un temporale estivo che ha ripulito l’aria. Non c’è più umidità, né pulviscolo. L’aria è così tersa che potresti contare i fili d’erba nella montagna che hai di fronte. Ma è così pulita che adesso si vede bene, lì, nella montagna di fronte. E resti senza parole come se avessi ricevuto un pugno nello stomaco, perché quello che vedi nitidamente sono 12 ettari di bosco bruciato. Detto così forse, dice poco. Ma è come dire 24 campi da calcio messi uno accanto all’altro.
Lo sapevi. Avevi visto le colonne di fumo, le fiamme nel buio, per un giorno e una notte, tanto è il tempo che è servito per spegnere l’incendio, ma vedere un pezzo di montagna ucciso fa impressione. Il nero della morte risalta ancora di più contrastato dal verde rigoglioso che lo circonda. E rimani così e non sai dove guardare perché al dispiacere si unisce la rabbia, alla rabbia l’impotenza e nemmeno posare gli occhi sul verde ti dà sollievo. E ti chiedi dove uno trovi il vile coraggio di sciupare tanta bellezza. Ti chiedi quale sentimento prevalga nella mente e nel cuore di un essere umano per compiere un tale scempio. E poi pensi a chi nel bosco ci vive. Dove sarete? Quanto avete corso per scappare da quell’inferno? Ce l’avete fatta? Oppure l’ultimo momento della vostra vita si è fermato sotto l’assedio di fumo, fiamme e crepitìo di legna? E quanti sarete stati? Perché 12 ettari si possono misurare ma voi nessuno vi ha mai contato. E più guardo con insistenza quell’orribile macchia scura, più i miei occhi diventano lucidi. Forse era meglio se non pioveva, se rimaneva tutto come prima, con quel vedere e non vedere che non dava il giusto peso alle cose ma nemmeno inquietava così tanto.
Ma che senso avrebbe poi questo balsamo posticcio, mi dico. Le cose nella vita vanno viste per quello che sono. Bisogna togliere le bende che coprono le ferite, anche se quando te la medicavano giravi la testa per non guardare. Arriva prima o poi un giorno in cui togli la benda e la guardi, la ferita, e l’unica cosa che riesci a dire è:”cazzo, com’era profonda”. E lo dici con grande compassione per te e per quel bosco che qualcuno ha saputo così tanto odiare.