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Pezzi

Ci sono persone che amano catalogare e incasellare tutto. Non so quanto questo atteggiamento sia più per pignoleria, quanto per sentirsi apparentemente tranquilli, al riparo da ogni problema. La vita invece è fatta di variabili che spesso possono sfuggire al nostro controllo. Anzi, il più delle volte, la vita se ne fa una beffa delle nostre caselline. Tutt’al più sta a vedere come ci muoviamo e magari sorride bonariamente o ci dà uno scossone se ci addormentiamo. Quando sono arrivata nella casa dove vivo adesso, Gianni, un mio caro amico, mi regalò un bel pannello di legno fatto da lui dove poter appendere le chiavi per ritrovarle senza troppi problemi. Me lo regalò soddisfatto pensando che l’ordine esteriore generasse tranquillità interiore. Ho appeso quel pannello nello stanzino e in verità in questi anni ci ho attaccato di tutto. Ad oggi nel mio pannello portachiavi ci sono in ordine: due rotoli di scotch (uno per gancio), la spazzolina per pettinare il gatto, un apribottiglie, un paio di forbici e una chiave. Sì, una chiave di rappresentanza c’è, quella della caldaia. Le altre sono a giro. E ci perdo anche tempo per trovarle. A Gianni non succederebbe. Lui è uno preciso, uno che programma la sua vita su basi certe e costruisce solo dove il terreno è conosciuto. Uno che non lascerebbe mai che una variabile misteriosa entrasse nella sua vita, uno che appena parli di qualcosa che non è razionale, compresi i sentimenti, ti dice che sei sempre la solita sognatrice. Però l’altro giorno l’ho visto e mi ha raccontato che non se la sta passando bene. Viaggia con una pasticca nel portafogli perché all’improvviso ha crisi di panico impressionanti e non sa come uscirne fuori e mi dice che ha raccontato queste cose a me perché ha fiducia e sa che potrei capirlo, mentre proverebbe vergogna a dirlo ad altri. Ma io che metto i rotolini dello scotch nel suo portachiavi come potrei capirlo? Io che con fatica seguo il flusso della vita perché mai remare contro, perchè quando dice merda è merda e tutt’al più bisogna farci un brindisi e continuare a sperare che il vento cambi, perché a giocare a braccio di ferro con la vita si perde sempre, è più forte lei, anche se c’è gente che crede di avere in mano un manubrio e di comandarla. Perché le cose accadono e fanno il loro corso. Nascono quando vogliono e muoiono quando vogliono e solo se sei fortunato e con tanta consapevolezza riesci a trovarci un senso. E Gianni chiede aiuto a me, proprio a me che sono fatta di una pasta strana?
E ricordo i puzzle che facevamo da piccole, mia madre, mia sorella ed io. Una volta ne stavamo facendo uno bellissimo. Per fare un puzzle bisogna sempre partire dalla cornice (che controsenso), raggruppare i pezzi per colore e poi provare e riprovare fino a trovare l’incastro giusto. Ricordo che finito il puzzle mancava un pezzo. Lo cercammo ovunque ma quel pezzo non saltò mai fuori. Allora io presi un cartoncino spesso, lo ritagliai secondo forma e lo colorai più o meno dei colori del pezzo mancante. E lo misi nel buco vuoto. Ci sembrò di aver finito il puzzle. Anzi, per noi era finito ed eravamo davvero contente. Di quel puzzle oggi non è rimasto niente, nemmeno la scatola.Vive nel baule dei ricordi insieme a tanti altri giochi. Ma quello che oggi vorrei avere tra le mani, è solo quel pezzo strambo, storto e colorato alla meno peggio. Un pezzo fuori dal normale, dalla consuetudine ripetuta dei pezzetti lisci, ben fatti, sagomati. Un pezzo su 3000 ma che aveva riempito un vuoto e completato il disegno. E vorrei tanto regalarlo a Gianni.