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Coraggio

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C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio.
Albert Camus

Questa bella citazione l’ho trovata sulla prima pagina dell’ultimo libro di Fabio Volo. Ora voi direte che ci vuole coraggio a leggere i libri di Fabio Volo e io vi risponderò che per l’attesa di un’ora alla lavanderia automatica vanno benissimo. Con buona pace del coraggio. Ci vuole coraggio a sorridere malgrado la vita ti abbia portato via le persone più care. Ci vuole coraggio a superare la tristezza, il dolore e il vuoto che hanno lasciato. Ci vuole coraggio a difendere le proprie idee, a voler cercare la chiarezza, a fare il primo passo, a dare un nome alle cose.
Quando sul tram tutti ci guardavano perché eravamo io, te e due ragazzi disabili uno dei quali si faceva notare e tu hai detto ad una signora che lo fissava con gli occhi incollati: “Scusi, ma cosa c’è da guardare?” Ci vuole coraggio quando la collega despota e più temuta della scuola impreca sul portone all’uscita degli alunni: “Io tutti questi albanesi li butterei in Arno!” Perché il babbo di un bimbo tardava a venire a prenderlo e lei si era spazientita. Ci vuole coraggio quando al mio ti voglio bene rispondevi sempre, anch’io. Magari lo scrivevi ma dirlo è un’altra cosa. Ma una volte l’hai detto. Tu per primo. Secondo me da quella volta hai rotto il ghiaccio e ora lo dici sempre senza paura. A volte anche per primo. Ci vuole coraggio a sapere che da quella sala operatoria magari nemmeno esci viva perché l’operazione è grossa e noi di corsa giù dai monti a guidare come matti perché ci aspettavano. Ci aspettavano per un saluto e un sorriso. Ci vuole coraggio a vivere. A vivere pianamente. Ci vuole coraggio a morire. A morire senza farlo pesare agli altri, senza dir loro che la morte sta arrivando. Ci vuole coraggio a compiere cinquant’anni, guardarsi allo specchio e farsi un sorriso. Perché sì, cinquant’anni ci sono, ma c’è chi li porta peggio e magari era così a trenta. Ci vuole coraggio a vivere il presente che è l’unica cosa che abbiamo senza rifugiarsi nei ricordi o nei progetti che ancora non ci sono. Io non so se ci vuole coraggio anche ad amare o se quando si ama tutto viene naturale, ma di sicuro so che il coraggio è una forma d’amore. Luminosa, con i capelli al vento e un fazzoletto rosso al collo.

Di vento

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Sono giorni di vento forte. Almeno portasse via. Invece sconquassa, scatena, sbatacchia. Sembra debba stanare qualcosa che non riesce a trovare. Io il vento forte proprio non lo sopporto. Però, se penso che possa pulire l’aria posso sopportarlo meglio.
Ci sono notti di vento forte che quando arriva mattina resteresti a letto. Manderesti un messaggio al mondo. Diresti che ti ha portata via. Il vento. Ci sono giorni di vento forte che agitano, agitano e tutto diventa vento. Le persone, i sorrisi, gli abbracci, gli sguardi. Carte da gioco sparse per l’aria, calici colmi rovesciati a terra, parole diventate un ululato.
Allora speri soltanto che questo vento almeno ripulisca l’aria, secchi, asciughi e lasci solo il buono.
Rido ancora ripensando a quando abbiamo detto: “però, mica tira poi così forte. Come si faceva a restare in casa con questo sole!” E poi alle Nevaine il vento ci ha chiuso la bocca per bene. Ognuno solo con se stesso. A fatica un cenno di saluto verso i pochi temerari che abbiamo incontrato lungo il sentiero. Vento così forte che ci spostava. Pezzetti di neve ghiacciata che ci buttava addosso come fosse una sassaiola contro la quale non potevamo reagire ma soltanto aspettare che fosse passata. Però, c’è stato un momento che avrei voluto filmare con gli occhi. Un momento nel quale mi sono messa con le spalle al vento e davanti a me ho visto i faggi ormai spogli ondeggiare sinuosi e il sole illuminare la neve alzata che si muoveva nell’aria come fosse polvere d’argento. Ecco, quell’attimo di bellezza me lo ricorderò a lungo. Forse più del freddo e del vento che abbiamo patito prima di arrivare al rifugio. Sole, neve, vento. Tanto vento. Tante domande.
“The answer my friend is blowin’ in the wind…” cantava il vecchio Bob. Dimmi, ti prego, che non cantava da solo.

Storia del cane Pippo, di Gemma e delle innumerevoli strade che può prendere la vita

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Fra le tante storie che Agnese ama raccontare nelle serate di veglia, c’è quella del cane Pippo, di Gemma e delle tante strade che può prendere la vita. Nessuno ha ben capito se quella sia una storia vera oppure, sia frutto della fantasia che l’anziana donna ha coltivato negli anni. Gemma, una dei protagonisti della storia, è una bambina di nove anni che vive con la sua famiglia nella bella casa colonica ai margini del paese. Un giorno Eugenio, il padre di Gemma. andò nel bosco a cercare funghi. Ma più che trovar funghi fece uno strano incontro. In mezzo alla stradina ghiaiosa che portava nel bosco, barcollante per la fame, la sete e il troppo sole che stava preannunciando l’arrivo di una torrida estate, vide un cane. Quello che ricordava un cane, sarebbe meglio dire. Il povero cristo infatti era spelacchiato e malconcio. Aveva attorno al collo una corda di plastica sfilacciata che evidentemente l’aveva tenuto legato a qualcosa di fermo e dal quale tira, tira, era riuscito a staccarsi. Il cane si fece avvicinare un po’ guardingo ma complice la spossatezza non fece resistenza. Eugenio vedendolo da vicino si accorse che intorno al collo, la corda tirata forse con insistenza e a lungo, aveva generato una profonda ferita che aveva rimosso il pelo e lasciato una brutta infezione in più parti. Eugenio decise così di prendere il cane e portarlo a casa. Aveva un bel giardino e soprattutto una figlia che avrebbe accolto con piacere la sorpresa. Infatti Gemma fu felicissima di questo inaspettato regalo, di quest’incontro.
I primi giorni servirono al cane, che nel frattempo aveva anche ricevuto il nome di Pippo, a riprendersi nel corpo e nello spirito. Una sera inaspettatamente abbaiò così forte che quasi mise paura, ma soprattutto più che passava il tempo, più veniva fuori il suo vero temperamento. Secondo il veterinario, Pippo poteva essere l’incrocio tra un pastore tedesco ed un husky e se del primo aveva ereditato le qualità migliori del secondo solo imprevedibilità e cocciutaggine. All’incirca poteva avere due anni e per questo era sempre un giocherellone. Non era troppo disciplinato e rispondeva ai comandi solo quando vedeva un bastone. Piano, piano, Pippo aveva ripreso fiducia nel genere umano, merito soprattutto di Gemma che con dolcezza e premura l’aveva avvicinato. Tutto procedeva nel migliore dei modi fin quando la bella armonia che si era creata precipitò senza preavviso. Gemme e Pippo stavano giocando nel campo intorno casa quando la piccola inavvertitamente gli toccò la ferita sul collo che ancora non era perfettamente guarita. Fu un attimo. Pippo girò la testa e d’istinto le azzannò il braccio. Gemma corse in casa piangendo e urlando per il dolore e vista la ferita fu subito portata al Pronto Soccorso.
Mentre guidava, tornando dall’Ospedale, Eugenio aveva ben chiaro in mente cosa avrebbe fatto: avrebbe riportato Pippo nel bosco. L‘avrebbe disperso lì. Lì proprio dove l’aveva trovato. Quando un cane morde il proprio padrone bisogna liberarsene, ripeteva come un mantra. Questa convinzione fu avvallata dal fatto che, dopo poche ore, trovò nella legnaia Gemma e Pippo sdraiati sul pavimento con gli occhi di lei a pochi centimetri dal muso del cane. “Ci siamo parlati” disse Gemma come se fosse la cosa più normale. “Mi ha chiesto scusa”. Ecco. Non solo quel cane le aveva quasi lacerato un tendine ma le stava facendo perdere il lume della ragione. A quel punto Eugenio venne via dalla legnaia su tutte le furie aspettando solo che venisse notte per metter in atto il suo piano. Appena Gemma si addormentò, prese il cane e senza un attimo di esitazione o di pietà lo lasciò nel bosco. Naturalmente il giorno dopo a Gemma fu raccontato che Pippo, dal carattere difficile e poco comprensibile, se ne era andato.
Non c’era notte che Gemma non piangesse in silenzio, o mattino nel quale non trovandolo festoso alla porta ne sentisse la mancanza. Il babbo aveva risolto un problema e anche la mamma non sentì affatto la mancanza di quel terremoto peloso, come lo chiamava lei. Il suo giardino poteva finalmente respirare, la sua casa fintamente casual rimanere in ordine e il portone di castagno all’ingresso non essere più graffiato dalle unghie di Pippo. Quando voleva entrare era tremendo! Pippo intanto vagava nel bosco cercando con il fiuto tracce odorose che il tragitto in auto non avevano lasciato. Camminava da giorni senza aver mangiato un boccone. Per fortuna riusciva a bere, quello sì, perché ogni tanto trovava un ruscello ma le forze stavano scemando.
A questo punto della storia Agnese si fermava sempre. Diceva che la storia non aveva solo un finale ma poteva averne tanti e tutti erano veri. Diceva che ogni momento aveva il suo finale e non era mai lo stesso. Una volta concluse la storia raccontando che Pippo, vagando per giorni senza mangiare, diventato lo scheletro di se stesso si accasciò ai piedi di un grande faggio e lì dette il suo ultimo respiro. Un’ altra, disse che Pippo fu trovato da un cacciatore che lo portò a casa sua e lo mise in un recinto insieme ad altri trenta cani. Un’ altra ancora disse che Gemma, aspettando di vederlo tornare, perse il sorriso, l’appetito e la voce. Nemmeno i dieci cani di peluche e i due pesci rossi che il padre le aveva prontamente comprato per colmare il vuoto erano serviti a consolarla e si chiuse sempre più in se stessa. Un’altra volta ancora disse che Pippo vagò nel bosco per tanto tempo. Nessuno sa dire precisamente per quanto. Le creature del bosco gli dettero una mano per come potevano e quelle del cielo la forza e la speranza per non mollare. Proprio mentre cominciava a pensare che ogni sforzo fosse stato vano, intravide in lontananza la luce della bella casa colonica della famiglia Rossi. Con fatica arrivò al cancello e poi cadde a terra esausto. Gemma, che non aveva mai smesso di aspettarlo, lo vide dalla finestra e gli corse incontro con la felicità nel cuore. Ci volle tempo perché Pippo riprendesse fiducia negli esseri umani. Lo stesso tempo che ci volle a Gemma per passare sopra a quell’incomprensibile fuga (visto che nessuno le disse mai la verità) ma adesso corrono felici e liberi nel campo dietro casa.
L’altra sera, nella notte del solstizio di estate con la luna piena in alto che faceva da guardiana, Agnese raccontò questa storia nell’Aia Grande. Io non c’ero ma ho saputo che giunto il momento di scegliere il finale Agnese guardò le stelle e poi cominciò…

Far legna

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Fare legna è fatica. Lo so. Quanti saremo oggi su al rifugio? Perché chi è in vacanza, chi ha scelto il mare, chi lavora, chi proprio di fare legna non ne ha voglia. Molto meglio vederla scoppiettare nel caminetto in inverno. Fare legna è fatica, ma per me è anche un divertimento. Forse perché mi ricorda la prima volta che ho messo in pratica questo gesto apparentemente insignificante e ripetitivo. Mi ricorda chi me l’ha fatto amare e mi è rimasto dentro. Nel suo lato più bello. Che poi siamo una massa di giocherelloni e fra alzare tronchi, spostarli, segarli, metterli nella legnaia è tutto un ridere. Fatto di battute pungenti, doppi sensi che allentano la fatica. Non c’è distinzione. Uomini, donne, grandi, bambini, siamo tutti lì con un pezzo di legno in mano ad accatastare legna per l’inverno. Anche se l’inverno è lontano. Anche se nemmeno a pensarci con questo caldo ci si ricorda a cosa serva quel pezzo di legno in mano. E poi il profumo. Mio padre ha fatto tutta la vita il falegname E’ un po’ come essere nati figli di un fornaio. Non ci si scorda. E poi io adoro il legno. Si dice caldo, flessibile, vivo. Aggiungerei umile. E’ così sufficientemente presente. Non ha la pretesa dell’eternità del granito, la magnificenza del marmo, la preziosa rarità di qualche metallo. E’ ovunque. Anche oggi. Qui, nella radura intorno al rifugio, a cercare mani amiche, guardarsi per un attimo e poi ridere come se fosse fuoco scoppiettante. Come quella volta, ti ricordi? Abbiamo preso il sacco a pelo e dormito giù davanti al caminetto. Avevamo la comodità dei letti al piano di sopra ma volevamo gustarci il calore e la luce del fuoco. E io che cantavo “wende ya ho” sottovoce, un inno Cherokee di ringraziamento per il sorgere del sole. Che poi non era nemmeno tanto in tema, ci sarebbe voluta una ninna nanna. O forse sì. Quel fuoco scoppiettante sembrava l’inizio di un nuovo giorno. Ricordo che c’era caldo a sufficienza, intabarrati nel sacco a pelo e vestiti come eravamo, ma non so perché a turno ci alzavamo ogni tanto per mettere un pezzo di legna nel fuoco. Per mantenerlo vivo. Nessuno dei due voleva si spegnesse.

Il cavallino e il gigante buono di Tanabetti

Ho un cavallino dentro di me. Adesso siamo ottimi amici. Dico adesso perché c’è stato un tempo in cui per un po’ non lo siamo stati. Chissà quando è iniziato. Molte cose non sai bene come iniziano, è più facile essere consapevoli di come si svolgono. E’ un bel cavallino che potrebbe portare i nomi di: coraggio, osare, libertà, sogno. Un tempo di sicuro eravamo amici, me lo ricordo. Poi, piano, piano l’ho fatto sempre galoppare meno, lo portavo solo a passeggio, qualche volta solo brevi uscite. Lo curavo con buone cose, aveva briglie e finimenti in pelle ma era un po’ costretto. Stava diventando un bravo cavallino ma assomigliava sempre di più ad un cavallo di legno. Io non ci facevo caso più di tanto. Doveva anche lui mettere la testa a posto. Non poteva di certo continuare ad essere matto come un cavallo! Bene o male aveva tutto: un posto tranquillo dove stare, la certezza di un pasto, la stabilità di una casa. Una volta l’ho perfino bendato per farlo passare dentro ad un tunnel perché aveva paura e un altro l’ho costretto a stare insieme ad un cane che non sopportava. Se ci penso adesso, mi si stringe il cuore. Poi un giorno ha smesso di mangiare e di dormire, era triste e immotivato. Pensavo bastasse fare una passeggiata e l’ho portato fuori. Appena ho provato a montarlo mi ha disarcionata e così io indispettita l’ho riportato al chiuso. E’ vissuto in questo modo per del tempo, dico “del” perché in fondo non riesco a quantificarlo bene. Stava malissimo, stava per morire. Forse stavo per morire anch’io. Poi è successo che una serie di coincidenze e di incontri hanno acceso una piccola luce di bene e di bellezza ed io ho aperto gli occhi.
Con timore, paura di fallire, fatica mi sono avvicinata al cavallino e ho sentito cosa voleva sussurrarmi nell’orecchio. Gli ho dato ascolto. Aveva ragione. Era tanto che provava a dirmelo ma io non c’ero più per lui, non volevo esserci più, volevo solo mantenere il quieto vivere che avevo con fatica costruito.
Oggi io e lui siamo inseparabili e gli voglio un bene dell’anima perché mi ha salvato la vita e così l’altro giorno, quando mi ha vista triste e pensierosa ha pensato bene di portarmi in bel posto. Ero triste, di quella tristezza contro la quale non possiamo fare molto. Triste perché per me è impossibile credere che una persona che hai sentito così vicina ti saluti a mala pena. Lo so che a volte le persone non è che non vogliono, proprio non possono e l’unico modo che hanno per staccarsi da te è ignorarti, ma il mio cavallino non vuole tante parole e c’era rimasto solo male. Così non so se è stato lui a smuovermi da casa oppure l’ho fatto io per consolarlo un po’, ma siamo andati in un posto magico dove da tempo volevo andare. Questo posto sulla montagna si chiama Tanabetti . Qui c’è un abete rosso secolare. Secondo il censimento della Forestale è il più grande d’Italia. La sua età stimata è di circa 450 anni ed ha una circonferenza di 6 metri e mezzo. Un gigante buono. E’ miracolo della natura che vive in un luogo senza tempo, dove non c’è spazio per i pensieri ma solo per le emozioni. E’ vero, ci sono posti che hanno secoli dentro. Penso ai tanti monumenti storici che uno ha potuto ammirare ma qui c’è qualcosa in più. Quell’albero è vivo e lo senti. E’ qualcosa di vivo che è rimasto lì per tutto il tempo, malgrado le intemperie della natura, le vicissitudine storiche, le guerre, i cataclismi naturali. Silenzioso custode per generazioni dei drammi e delle gioie che si verificavano nel podere accanto, del quale ora rimangono solo i ruderi. Mi sono seduta ai piedi di questo gigante buono e l’ho accarezzato. Il terreno circostante è infestato da rovi, acacie, piante rampicanti che piano, piano lo stanno avvolgendo togliendogli luce ed energia. Ho pensato che con gli amici potremmo fare qualcosa, un lavoro di ripulitura e di bonifica. Lo chiederò subito a chi per primo mi parlò di questo posto. So che ce l’ha nel cuore. Poi domanderò a qualche vecchio saggio del Cai su come operare, di sicuro verranno anche loro. Perché da un po’ di tempo i miei amici non hanno età e questo mi riempie di gioia. Siamo in tanti ad avere gli stessi ideali, la medesima passione. Ce la faremo.
Sai cavallino, l’altro giorno quando ero lì, lì nel silenzio del bosco, seduta ai piedi di questo gigante buono, più di tutto però ho capito una cosa. Una cosa che vedo negli occhi brillanti di Sirio, in quelli dolci di Sauro, in quelli vispi e simpatici di Livia, o in quelli di mio padre: s’invecchia solo quando si smette di sognare.