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Piano piano

fari

Sono tornata a casa così. Guidando piano, piano, senza fretta. Senza accendere la radio, mettere un cd e nemmeno pensare, forse. Solo quel viaggio lento che rispecchiava la pace che c’era dentro di me. E’ tardi. Potrei dire tardissimo pensando all’ora su cui è puntata la sveglia per domattina. Notte fonda per dirla in due parole se non ci fosse quella luna piena in cielo a rendere visibile ogni cosa. Non incontro nessuno. Nessun automobilista, dico. Perché percorrendo una strada di cinque chilometri nel bosco qualcuno incontro sempre. Stanotte è la volta di una volpe. Mi attraversa la strada all’improvviso ma io, dato la minima velocità, nemmeno freno. Faccio in tempo a vederla mentre con la coda dritta parallela alla strada, entra nel bosco velocissima. Incontrare una volpe mi regala sempre un sorriso. Anche cerbiatti, cervi, cinghiali, istrici, tassi lo fanno, ma la volpe più di tutti.
Guidare così è un po’ come quando vado a camminare. Quando sai che c’è una mèta ma il piacere è già nel viaggio. Quando senti il terreno sotto i piedi che ti sostiene e l’aria è leggera e non ti affanna il respiro. Sembra quasi che tu sia immobile mentre non lo sei. Sei in pace. Forse è solo uno stato di grazia da godersi in silenzio. Forse devo ringraziare qualcuno. Forse è l’aria di questa notte che non nasconde i suoi misteri e m’invita a viverli. Non lo so. Potrei guidare così per ore. Io che non amo farlo. Guidare piano, piano, senza fretta di arrivare. Guidare con il sorriso sulle labbra. Per rimanere tutt’uno con questa magia e viverla fin che ce n’è.

Odori

Deep_breath

Ho sorriso. Sai, quei sorrisi dolci, misti a tenerezza e nostalgia. Ho sorriso quando la Fernanda che stava facendo la spesa giù al negozio prima di me, alla domanda “serve altro?” Ha risposto “Sì, sì, gli odori”. Ho sorriso perché mi è tornato in mente il biglietto che mia madre scriveva con la lista della frutta e della verdura da comprare dall’ortolano, che passava con il camion ogni sabato, ed io bambina glielo portavo. Andavo, consegnavo il biglietto con la lista vegetale e poi tornavo a casa. La cassetta con la merce l’avrebbe consegnata l’ortolano dopo. Lista che immancabilmente terminava con la parola “odori”. Così ho ripensato a quel mazzetto di prezzemolo, sedano, una carota, con il quale l’ortolano omaggiava mia madre. Perché gli odori non avevano prezzo. Ho ripensato a quegli odori regalati, ma così importanti, a quella parola scritta lì, in fondo alla lista della spesa, come fosse un pendente prezioso.
Prezioso come il sugo di mamma che per mesi è rimasto nel congelatore. A nessuno di noi sembrava mai il momento giusto per tirarlo fuori, metterlo sul fuoco e spargere quell’odore unico e inconfondibile per la casa. Quell’odore ormai irripetibile.
Lo so, lo so, me lo ricordi tutte le volte che ci incontriamo e che ridendo viene fuori. Tu che sei stato il mio grande amore dei miei sedici anni. Mi dici che ti dovevi fidare di più di quello che sentivi, che ti piaceva il mio odore e solo per quello se fossimo stati due animali non avresti cercato altro. Ed io rido perché di anni ne sono passati tanti e di sicuro adesso è diventato anche un po’ acido. “No, no,” rispondi sempre tu.” Il pane non diventa acido”.
Rido, però ci credo anch’io a questa cosa degli odori. Che in qualche modo il nostro fiuto senta ciò che è buono per noi. Siamo noi che a volte vogliamo addomesticarlo con le parole e con i perché. Ma lo senti chiaro, lo senti subito quando ti annusi con un’altra persona. E puoi dirti tutto ciò che vuoi con le parole, tutto ciò che è ragionevolmente giusto dirsi con le parole. Puoi sentire un odore familiare in una casa che non è tua, che non sarà mai tua. Puoi sentirlo perfino in una stanza di albergo. Ma quando senti quell’odore perfetto, che combacia con naturalezza con ciò che sei, quell’odore che acquieta l’anima senza fare nulla, che lascia pienezza di gioia, puoi solo rimanere senza parole e sottostare al mistero.