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A lezione di sopravvivenza

cuore

Certe malinconie non si addicono al mese di maggio. Soprattutto quando c’è il sole. A novembre sono già più accettabili ma, a maggio no. A novembre puoi venire a sapere che un amico se n’è andato. Venirlo a sapere all’improvviso, quasi per caso. Ma a maggio e soprattutto quando c’è il sole, sembra impossibile. Perché poi la malinconie non viaggiano mai sole. Sembra quasi necessario che arrivata una ne chiami a raccolta altre tre o quattro per prendere il tè nel salotto di casa tua. Allora guardi il sole di maggio che illumina il crinale e ti metti gli scarponi. Tanto peggio di così non starai.
Roma, binario 26. C’eravamo dati incontro lì una trentina di persone che mica si conoscevano. Facevano solo parte di un club. I club dei poeti. Che già solo da questi presupposti doveva far sorridere. Capita che quando uno s’incontra al binario 26 e soprattutto, quando incontra un altro poeta, capita che nasca l’amore. E capita anche che qualcuno lasci la sua terra d’origine, di mare e di zagare per il lontanissimo nord. E capita che tutto questo lo faccia a sessant’anni. “Come sono felice, come sono felice.” Mi dicevi quando ci sentivamo al telefono. ” Sono felice perché per la prima volta con una donna che amo mi sento libero”. La valigia piena di libri, chiacchiere intorno ad un tavolo e quella mostra di arte contemporanea dove abbiamo riso dall’inizio alla fine, perché noi mica siamo esperti di arte contemporanea ma scansare una stanza piena di scarafaggi in plastica è dura anche per i non artisti. “E’ stato tutto veloce. Un paio di mesi. Avrei dovuto chiamarti prima, ma non ce la facevo. E poi lui soffriva. Soffriva tanto, fino a quando non ha intrapreso la terapia del dolore. “Sai che ci siamo anche sposati? Lì sul letto d’ospedale, davanti al cappellano che in fretta e furia ha fatto tutti i fogli”. E mentre lo dici la tua voce diventa un’onda di bene che mi arriva tutta. Mentre sono io che ancora non sono guarita da tutte queste morti. Perché poi si guarirà mai da questi dolori, da queste mancanze ? “Conosci, poi ti affezioni, poi si creano i legami. Dovresti circondarti di poche persone, nemmeno di un gatto, così quando vengono mancare è più facile e ciò avviene con meno frequenza”. Mi direbbe l’Alfonsina. Cammino sul sentiero che porta al crinale e penso che no. Cosa cambia. Cosa cambia per chi si commuove per morti che sono lontane, viste allo schermo della televisione o lette in un libro.
Scendo a valle e lo zaino è un po’ più leggero. Rivedo il tuo sorriso sornione mentre saltellavamo attenti a non pestare gli scarafaggi artistici. “Una birra. Un birra fredda”. Chiedo alla barista del chioschetto dove ho lasciato l’auto. Gli occhi mi cadono su un volantino. C’è la foto in bianco e nero di un cane. Si chiama Askina. E’stato perso giorni addietro. E’ vecchio e non ci vede bene aggiunge una scritta. “L’avranno ritrovata?” Mi chiedo come chi affamato di buone notizie rovista nel bidone della caritas. Senza nemmeno pensarci compongo il numero scritto a caratteri cubitali sotto la foto. “ Mi scusi…senta…volevo sapere di Askina” “Ah! sì. L’abbiamo ritrovata ieri. Grazie al cielo ci hanno avvertiti e subito siamo andati a prenderla. Erano già passati dieci giorni e quasi non ci speravamo più”. Ciao Salvo. Ciao anima bella. La vita per noi cani persi continua.

Coraggio

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C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio.
Albert Camus

Questa bella citazione l’ho trovata sulla prima pagina dell’ultimo libro di Fabio Volo. Ora voi direte che ci vuole coraggio a leggere i libri di Fabio Volo e io vi risponderò che per l’attesa di un’ora alla lavanderia automatica vanno benissimo. Con buona pace del coraggio. Ci vuole coraggio a sorridere malgrado la vita ti abbia portato via le persone più care. Ci vuole coraggio a superare la tristezza, il dolore e il vuoto che hanno lasciato. Ci vuole coraggio a difendere le proprie idee, a voler cercare la chiarezza, a fare il primo passo, a dare un nome alle cose.
Quando sul tram tutti ci guardavano perché eravamo io, te e due ragazzi disabili uno dei quali si faceva notare e tu hai detto ad una signora che lo fissava con gli occhi incollati: “Scusi, ma cosa c’è da guardare?” Ci vuole coraggio quando la collega despota e più temuta della scuola impreca sul portone all’uscita degli alunni: “Io tutti questi albanesi li butterei in Arno!” Perché il babbo di un bimbo tardava a venire a prenderlo e lei si era spazientita. Ci vuole coraggio quando al mio ti voglio bene rispondevi sempre, anch’io. Magari lo scrivevi ma dirlo è un’altra cosa. Ma una volte l’hai detto. Tu per primo. Secondo me da quella volta hai rotto il ghiaccio e ora lo dici sempre senza paura. A volte anche per primo. Ci vuole coraggio a sapere che da quella sala operatoria magari nemmeno esci viva perché l’operazione è grossa e noi di corsa giù dai monti a guidare come matti perché ci aspettavano. Ci aspettavano per un saluto e un sorriso. Ci vuole coraggio a vivere. A vivere pianamente. Ci vuole coraggio a morire. A morire senza farlo pesare agli altri, senza dir loro che la morte sta arrivando. Ci vuole coraggio a compiere cinquant’anni, guardarsi allo specchio e farsi un sorriso. Perché sì, cinquant’anni ci sono, ma c’è chi li porta peggio e magari era così a trenta. Ci vuole coraggio a vivere il presente che è l’unica cosa che abbiamo senza rifugiarsi nei ricordi o nei progetti che ancora non ci sono. Io non so se ci vuole coraggio anche ad amare o se quando si ama tutto viene naturale, ma di sicuro so che il coraggio è una forma d’amore. Luminosa, con i capelli al vento e un fazzoletto rosso al collo.

Tempo permettendo

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Questi primi giorni di giugno, di giugno hanno solo il nome. Sembrano giornate marzoline. Il tempo cambia repentinamente e svariate volte nel corso della giornata. Così, alla tua domanda: “come va?” Mi verrebbe quasi da rispondere: “come il tempo”. A volte accade che di prima mattina ci sia il sole, poi improvvisamente rannuvola o addirittura viene giù un bel temporale e infine sulla sera torna il sereno. Ma a volte capita che il sole non torni e viene buio con la pioggia. E’ difficile da capire questo. Soprattutto quando l’altra mattina dalla classe vedevamo il sole splendere in cielo, ma non è stato possibile fare quella camminata programmata da tempo al rifugio del Montanaro perché nel pomeriggio avrebbe piovuto. “Ma siamo in quinta!” mi dite. E così non posso nemmeno rispondervi: “La faremo il prossimo anno” ma solo sperare che un po’ del mio amore per le montagne che abbiamo intorno via abbia contagiato. Oggi c’è il sole. Così metto gli occhiali scuri e, all’uscita da scuola, dopo cinque anni passati insieme i miei occhi lucidi non si aggiungono ai vostri. Perché la vita va avanti e voi siete la vita. Perché ieri ho visto piangere mio padre. Non l’ho mai visto piangere in tutta la vita come nell’ultimo anno. Ho dovuto dirgli che era morto suo fratello Gigi, l’ultimo dei suoi sei fratelli. In poco più di un anno prima se n’è andata mamma, poi la zia Idria che abitava a due passi ed era più di una sorella, adesso lui. E mi sembra che la morte quando si invecchia troppo diventi una compagna invadente. E lui si è messo a piangere “anche questa non ci voleva”. “ E’ vero babbo, non ci voleva”. Poi t’incazzi e io sto zitta perché è vero, la morte fa pure incazzare. Va detto ai teorici della morte. A quelli che ragionano bene. A discorsi però. Perché quando domandi loro: chi hai perso nella tua vita? un genitore, un fratello, un amico del cuore, un figlio? Vedi che la loro memoria continua a rovistare nel lontano passato fino a ripescare un prozio con il quale non erano neppure legatissimi. Allora state zitti che dire “la morte fa parte della vita. Bisogna accettarla senza ansia e senza angoscia” detto da voi fa proprio ridere. Alla morte non siamo mai preparati e quando arriva lascia vuoto e dolore. Poi la vita si ricompatta e si va avanti. Ma ci vuole tempo per riappoggiare il piede zoppicante a terra. E così, in quell’attimo dal sapore amaro e già conosciuto, fa bene sentire il calore di una mano amica, le parole di un messaggino, due chiacchiere con un’amica, un abbraccio dato da lontano. E la nebbia si dirada. Quel peso sul petto un po’ si alleggerisce. E guardo a domani. Chissà che emozione. Lo so, lo so, nessuno di voi avrà messo gli scarponcini in valigia perché è un po’ da pretenziosi (io) o da matti (voi) guidare per quattro o cinque ore e poi pensare di andare a camminare sul crinale. Allora la montagna la guardiamo da sotto che è bella ugualmente o la ricerchiamo negli occhi l’uno dell’altro attorno ad un tavolo. Sono proprio felice di incontrarvi. Buon viaggio, amici cari.
Questo pensavo nell’attesa che l’asciugatrice automatica della lavanderia a gettoni mi rendesse il bucato. Perché è così. Quando il sole non c’è bisogna inventarlo.

Naturalmente

gatto
Sono arrivata in tempo. Questa volta. In tempo per cacciarla via prima che ne facesse uno scempio. L’avevo vista dalla finestra. La gatta se ne stava accucciata e immobile come una sfinge. Soltanto la coda si muoveva nervosamente. Lo sguardo ipnotizzato dal quel saltabeccare frenetico e gioioso tra la ciotola con l’acqua e il vaso. Un uccellino (lo chiamerò genericamente così, poiché le mie conoscenze ornitologiche non me lo fanno attribuire ad una specie precisa), stava saltellando qua e là riempiendosi il becco con i ciuffi di pelo lasciati in giardino dalla gatta, che di questi tempi ne perde copiosamente.
Aveva il becco così pieno di quella lanugine che sembrava avesse due bei baffoni. Chissà com’era contento. Aver trovato tutto quel ben di Dio per il suo nido in così poco spazio.
“La natura avverte sempre del pericolo con colori sgargianti”. Diceva l’altro giorno Simone nella sua lezione naturalistica. “Pensate al rosso scarlatto dell’amanita falloide, fungo velenosissimo e mortale, oppure ai colori appariscenti della salamandra che sembrano dire all’eventuale predatore: attento, se mi mangi ti irriti lo stomaco!”.
Lo so che mi hai vista. Mi hai vista ma hai fatto finta di non vedermi usando gli scaffali di un supermarket come fossero paraventi. L’hai fatto per orgoglio, per non riaprire vecchie ferite, per rassegnazione o perché davvero mi hai dimenticata? Un tempo ci avrei dedicato un po’ della mia energia per interpretare questo comportamento.
Secondo me, comunque, quando qualcuno decide di dimenticarti dovrebbe dirtelo prima e non metterti di fronte al fatto compiuto. Così, per carineria. Perché io ci credo alle belle cose che si dicono quando va tutto bene. E forse di questa malattia mica guarirò mai. Poi penso che c’è gente che ha bisogno di giurarsele davanti ad un prete oppure ad una autorità quelle belle cose e non le mantiene, allora penso che la mia malattia è solo cronica ma non mortale.
Questo rimuginavo nella mia testa prima di varcare il cancello del giardino e di trovare quel piccolo uccellino, di cui ignoro la specie ma che ho amato profondamente, a gambe ritte e tutto spennacchiato.
Dentro il becco nessun ciuffo di pelo. Chissà a che punto sarà stato il suo nido…
Mi siedo sulla panca mentre la gatta eccitata e miagolante si struscia alle mie gambe. Ma andate affanculo tutti, oggi. Tu, la gatta, i ricordi e il grigio che qualcuno indossa per sembrare meno pericoloso.

“bello spirito d’animo”

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Le mamme sono quelle che ci toccano per sorte, ma le zie possiamo scegliercele. Ed io me l’ero scelta. Per carattere, perché era una persona con la quale si stava benissimo e per affinità. Mia zia Idria, classe 1922, era una persona positiva che malgrado le difficoltà non si è mai scoraggiata nella vita. Era solare e accogliente. Di sé diceva che aveva un “bello spirito d’animo” e non so se questa immagine possa racchiudere tutto. Era anche spiritosa, nel senso di simpatica. Quando a tredici anni entrò a lavorare nella fabbrica che la Società Metallurgia Italiana aprì da queste parti, le compagne di lavoro la volevano sempre accanto perché le faceva ridere. Il posto di lavoro era un bancone e, vista la loro età, a molte piccole operaie dovettero perfino fare un rialzo per poterci arrivare. La fabbrica produceva munizioni e pallottole e il loro lavoro consisteva nello ‘scegliere’. Cioè, togliere gli scarti dai pezzi buoni. Ce la vedo, tutto il giorno a scegliere in una massa enorme di piccoli proiettili quelli che non erano venuti bene. Di sicuro avrà chiacchierato perché conoscendola non avrebbe potuto fare altro di fronte ad un lavoro così palloso. Ma era consuetudine andare a lavorare a quell’età. Mio padre a dodici anni già scaldava la colla dal falegname del paese dal quale imparò il mestiere.
Un pomeriggio la chiamò il capo reparto. Immagino sia stato un tipo tronfio e sicuro di sé. “Cosa sono questi, eh?” Le disse con la voce grossa, mostrandole una decina di scarti che lei aveva lasciato passare fra le migliaia e migliaia che aveva visionato in tutto il giorno. “Ehi dico…Ma non li hai visti!” le urlò fuori di sé. “Se li avevo visti, li avevo levati.” Gli rispose tranquillamente la zia. Risposta che le costò tre giorni di sospensione, un rapporto e la fama che la figlia di Lorenzo, quella piccina con gli occhi vispi, avesse proprio una bella lingua. E poi tanti ricordi mi legano a lei. Non solo quello che mi raccontava della sua vita, della guerra, delle persone e dei luoghi del posto ma anche della mia vita insieme a lei. Vita dove io traslocavo con piacere anche per intere settimane. Mi vedo ancora quando mi veniva in mente che volevo andare da lei, prendere la cartella e partire. Farmi un bel tragitto a piedi perché la sua casa era fuori paese e soprattutto, per una fifona come me, più della metà era al buio. Quando vedevo la luce di casa sua dopo l’alberone che mi faceva correre a perdifiato (immaginavo sempre ci fosse nascosto qualcuno dietro), era un sollievo. E rido quando andando a funghi, ma così per fare una giratina, ne trovammo così tanti senza aspettarcene che non sapevamo dove metterli, allora lei si tolse la sottoveste, ci fece un nodo e si misero lì. E quel giorno in salotto quando strascicavamo una damigiana di vino per portarla in cucina dove l’avremmo infiascato e la veste della damigiana si ruppe e il vino cadde tutto in terra. Mio nonno, il quale non lo disdiceva affatto guardandoci disse: “ Non mi dispiace per il vino, mi dispiace per te che ci devi ripulire”. E sempre di vino, quando manca poco ci prendeva fuoco la casa per un corto circuito, allora tu svelta corresti a tirar su la leva del contatore e poi buttasti acqua ma un passante vide tutto dalla finestra aperta e urlò: “ ma che fai, sei matta! Ci butti l’acqua sulla corrente elettrica! “Ci butterò il vino!” Gli rispondesti prontamente. Ecco, sembra tutto ancora così vivo, così vero.
Era lo scorso febbraio quando mia cugina portò la zia in ospedale perché da un paio di giorni non stava più bene. Quando all’una sono uscita da scuola sono corsa da lei. L’ho trovata attaccata alla maschera per l’ossigeno ma ancora vigile, con gli occhi vispi che mi buttava baci da sotto quella maschera. Stetti con lei quello che potevo. Quel giorno avevo anche la consegna delle schede ma in serata appena finito ritornai in ospedale. La trovai con gli occhi chiusi. Forse addormentata, forse in coma. Il respiratore andava ancora. Provai a chiamarla ma lei non mi rispondeva più. A mia cugina i medici avevano detto che era questione di poco. Mia zia aveva novant’ anni. Un età ragionevole come avrebbe detto lei per andarsene da questo mondo, ma non c’è mai un momento adatto per veder partire i nostri grandi saggi. Tornai a casa con la tristezza nel cuore e tanti pensieri. L’indomani durante la ricreazione guardai il telefono e vidi una chiamata persa, quella di mia cugina. “Mi vorrà dire che la zia se n’è andata” dissi alla custode. “Non la chiamo. Non adesso. Mi metterei piangere e qui a scuola non voglio, non posso”. “ Dai, richiamala”. Insistette lei. E mi convinse. Fu davvero una custode. “Sandra, auguri! Buon compleanno!” Mi diceva la zia dall’altro capo del telefono con una voce flebile ma sempre entusiasta. “Che bellissima sorpresa, zia! Grazie, grazie. Che bello sentirti.” E poi dissi un’infinità di parole sempre sulla stessa onda di gioia. “Appena esco da scuola passo, così gli auguri me li fai dal vero”.
Quando però sono uscita da scuola mia zia non c’era più. Se n’era andata. Se n’era andata il 15 febbraio, il giorno del mio compleanno. Passai momenti di un dolore e di una tristezza senza tempo. A distanza di sette mesi dalla perdita di mamma la morte aveva ancora tirato su il mio numero. Mi sembrava impossibile. Ecco, della morte mi colpisce questo, il fatto che solo pochi attimi prima tutto sia così diverso. Che ci sia una voce, una persona, un calore, una presenza e poi, mi verrebbe da dire, il silenzio e tutto finisce, ma forse non è nemmeno così, forse cambia solamente. Poi non so se è nella morte o nella vita che si vuole aggrappare a qualcosa di fermo, a qualcosa che non ti faccia sprofondare del tutto, così la sera, prima di tornare a casa, ho comprato una bottiglia di spumante e sono passata della mia amica Lisa nella sua bottega, perché il 15 febbraio è anche il suo di compleanni. E ho brindato insieme a lei. A noi. A me, a mia zia Idria, al bene che ci siamo volute e che continua. L’ho vista sorridermi. Quando la immagino mi sorride sempre. E quando piango, lo stesso. Come dirmi: povera bischera. A quei giorni mi sembrava ingiusto che una persona cara se ne andasse in un giorno così particolare. Quasi mi sembrava una coincidenza nefasta. Oggi mi sembra un regalo. E quando traballo, quando il vento soffia forte, quando la porta non si apre, quando la nostalgia fa il tagliando, penso a lei e mi torna un pochino di “bello spirito d’animo”. Come una piccola scintilla di brace rimasta sotto la cenere che piano, piano, riaccende il fuoco. Come una luce oltre il buio dell’alberone.

Gli amori muoiono di svariate morti

Gli amori muoiono di svariate morti ma tutte più o meno simili a quelle che accadono agli esseri umani. La più auspicabile è la morte per vecchiaia. L’amore procede il suo percorso naturale si evolve in crescendo fin dalla gestazione, vive di gioventù e sogni, di stabilità matura, di saggia vecchiaia e lentamente si spegne. Questo ciclo vitale è molto vario, quante varie sono le creature dell’universo. Si va dai due giorni della farfalla ai 120 anni della tartaruga marina.
Ci sono poi gli amori malati di malattie incurabili che muoiono dopo una lunga e lenta agonia. Il medico ha fatto la diagnosi nefasta, vediamo l’amore perdere forza, ripiegarsi su se stesso, respirare a fatica, ma non vogliamo crederci. Qualsiasi minima espressione di vitalità ci fan ben sperare. Passare da questo stato alla mummificazione il passo è breve. A volte succede che l’amore sia morto ma l’attaccamento sia così forte, la paura del vuoto inaccettabile e per alcuni, il computo dei beni materiali condivisi sufficientemente ardito, da volerlo vedere in vita a tutti i costi.
Poi ci sono gli amori che muoiono di morte violenta, spesso per mano di uno dei due, ma non è raro che ci sia un terzo incomodo, un mandante della famiglia a compiere lo scempio. Il dolore è allora lacerante, inaspettato, violento e solo confidando nella nostra forza d’animo e nel mistero della vita che si può tornare a respirare.
Quando muoiono gli amori fraterni è una strage familiare. Parlo di quegli amori che fanno la gioia della psicoanalisi dove la passione si tramuta nel tempo in affetto e la dolce metà diventa madre, figlia, sorella, padre, figlio, fratello: tutto in una persona sola. In quei casi, si compie una vera e propria carneficina.
Ma quello che mi commuove di più è quando muoiono gli amori considerati disdicevoli, quelli non socialmente accettati come tra persone dello stesso sesso o nelle coppie clandestine. Allora l’amore muore implodendo. Nessuno se ne accorge. Nemmeno un passante. Nemmeno il vicino di casa. Nessuno spreca una parola di conforto, una carezza, un sorriso perché per il mondo quell’amore non esisteva e forse per qualcuno non avrebbe neppure avuto la dignità di chiamarsi amore.

Festa della mamma

Mi sono sempre domandata se ti eri accorta che dietro l’ambulanza c’ero io. Oh sì, questo lo sapevi. Dico io che guidavo la macchina e piangevo. Stavano portandoti a Volterra. L’intervento al cuore per mettere un by-pass e cambiare una valvola era perfettamente riuscito. Adesso, passato un mese, ti stavano trasferendo in un centro di riabilitazione. Così avevamo voluto tutti, convincendoti un po’ a forza perché saresti volentieri tornata a casa, ma a casa convalescenza e riabilitazione ne avresti fatta ben poca. Il mio cuore invece, era stato appena ferito con una coltellata alle spalle, una di quelle che prima lacerano il polmone, ti tolgono il fiato e poi arrivano spietate dentro. Sul colle etrusco sarebbe stata una convalescenza per entrambe. Quindici giorni lontano da tutto e da tutti, dedicati solo alla ricostruzione. Così immaginavo.
La sera alle nove ti lasciai un po’ provata e stanca ma 3 ore di strada, quasi tutte a curve, passate sdraiata non erano poco. Ti avevo lasciato nelle mani di infermieri e medici che avevo sentito subito a pelle essere persone generose e molto umane. C’era un bel calore e questo mi faceva ben sperare. Ti salutai. Mentre tu ricordo borbottasti: “guarda che mamma tu hai!” Forse perché riuscivi con molta fatica a fare gesti quotidiani. “Vedrai… qui ti rimettono a nuovo!” risposi io e poi ti salutai. Ricordo con un bacio. Non perché fosse nostra usanza farlo se non per i saluti quelli veri, tipo quando parti per un viaggio o per una ricorrenza, ma quella sera andò così.
Uscita dall’ ospedale avevo mangiato qualcosa in una trattoria sentendomi un po’ turista e poi ero rincasata. Un mio amico carissimo era partito per le ferie e mi aveva lasciato le chiavi di casa. C’era bellezza intorno. Calore, affetto, disponibilità. Cominciavo a respirare.
Verso 23 mi chiamarono al telefono dall’ospedale. “ Per favore, venga subito ” “Arrivo” dissi io senza nemmeno indagare sul perché. Non osai farlo.
Arrivata nel reparto di mia madre ricordo ancora la dottoressa, una donna alta, giovane e dagli occhi dolci venirmi in contro e dondolare la testa come il batacchio di una campana che suona a morto.
“ Abbiamo fatto di tutto per rianimarla, ma non c’è stato verso”.
A queste parole feci un urlo di dolore disumano. Ad oggi non so nemmeno capacitarmi dove trovai tanta spregiudicatezza dentro di me. Sicuramente svegliai tutti perché in un ospedale già alle nove di sera è notte fonda figuriamoci a mezzanotte. Un arresto cardiaco l’aveva trasportata in un‘ altra dimensione. Senza accorgersene e senza patire. Così mi era stato detto e confermato anche dall’infermiere che un’ora prima le aveva portato una medicina.
Fu una tragedia e se ci penso ancora oggi non mi sembra vero aver retto a tanta disperazione.
Era sabato e fino a lunedì non potevo nemmeno portarla via. Per due giorni ho vagato per Volterra come un cane bastonato. Passando da momenti nei quali piangevo senza ritegno ad altri nei quali perfino ridevo ripensando a come avrebbe riso lei di fronte a qualche bischerata delle mie che anche in quei momenti combinavo.
Era il 23 di luglio ma non era una bella giornata. Il sole andava e veniva e ogni tanto pioveva.
Ricordo di essere stata per un tempo imprecisato seduta su un gradino a piangere con gli occhiali scuri malgrado il cielo grigio. A volte, qualche turista incuriosito soffermava su di me un po’ lo sguardo ma cosa avessero immaginato era l’ultimo dei miei pensieri.
Sembra un paradosso ma la solitudine è stato il miglior modo per vivermi questo distacco. E se c’è un disegno, un perché, sento che gliene sono grata. Non mi sono dovuta trattenere in niente e questo ha accelerato la guarigione (se di guarigione si potrà mai parlare, diciamo l’accettazione) Da quel giorno, nemmeno un anno fa, sono cambiate tante cose nella mia vita.
I rapporti con mia madre non sono mai stati idilliaci, ma di mamme avevo solo lei e ho sempre pensato che malgrado gli sbagli, avesse sempre agito per come poteva. Una cosa ho sempre più chiara, quel giorno lei mi ha dato la vita un’altra volta. Certo, con tutta la sofferenza e lo smarrimento che una nascita comporta ma è così.
La mentalità occidentale ha una visone dualistica delle cose e questo ci porta alla scissione. Dobbiamo imparare dagli orientali: tutto è uno, gli opposti sono complementari e ogni cosa è presente nel suo opposto. La morte fa paura, ne avvertiamo l’ignoto, il mistero. Ne subiamo gli effetti: dolore, distacco, rassegnazione. Ma se essa fa parte della vita non può esserne l’antitesi. E’ nella vita.
Al di là di ogni singola specificità, per tutti la parola ‘madre’ è sinonimo di porto sicuro, di un posto dove nel nostro immaginario siamo sempre accolti. Di fronte alla perdita della propria, è l’archetipo Madre che sprofonda e davvero sembra mancarti la terra di sotto i piedi. Allora piano, piano, cominci a diventare madre di te stessa, a ritrovare una madre nella terra e nella natura. Non a caso si dice Madre Terra.
Come sempre per la festa della mamma ti avrei regalato un’azalea della ricerca. Un po’ perché a te piacevano i fiori, un po’ perché a me sembrava di spendere bene i miei soldi, un po’ perchè sono pigra per certe cose. L’ho comprata anche oggi ma non la porto sulla tomba. Lo sai che per i cimiteri non ho un gran sentire. La porto a casa da babbo. “La pianto nella conca, in piena terra o la lascio così?” Ti ci vedo mentre mi dici: “grazie non importava” con il tuo sorriso fintamente imbarazzato ma contento.