Archivio tag | libertà

Con il vento nei capelli

varie 004

Anonimo parcheggio di periferia. L’ideale per stare in auto un paio d’ore. Nell’attesa. Davanti al parcheggio c’è un campo di atletica ma non c’è nessuno. Quasi nessuno. Il tempo è grigio, incerto. A momenti comincia a piovere forte, poi smette ed esce il sole. Ma siamo in estate. C’è solo una ragazza, esile, attillata nella sua silouette fucsia che libera due gambe da ballerina e una donna un po’ più grande lì con lei. La donna grande tiene spesso le braccia conserte mentre un cronometro le penzola dalle mani. La ragazza, che potrebbe chiamarsi Martina, Valentina oppure Aurora, prova e riprova lo scatto della corsa ad ogni “hop”che la donna pronuncia e poi sfreccia veloce lungo il rettilineo dei cento metri. Prova e riprova più volte. Due ore. Tutto il tempo che sono in auto nel parcheggio.
“ Si può sempre migliorare mi dice il dentista ieri. Perché non farlo?” Forse pensa così anche la ragazza china sui blocchi di partenza. Forse pensa così anche la donna dalle braccia conserte e dal cronometro in mano. Dove finisce la possibilità di migliorarsi. Dove comincia la resa. Quando la resa è un atto di fede e quando invece è solo la voce di quella parte di noi pigra, abitudinaria, che boicotta il nuovo e costruisce una filosofia di vita adatta a compiacerci.
“…Ma se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante, cancella con coraggio quella supplica dagli occhi tuoi. Molto spesso la saggezza è la prudenza più stagnante e dietro la collina c’è il sole…” Canta un Battisti d’annata in sottofondo.
“Vorrei una bicicletta rosa”. Chiede la mia nipotina come premio per la sua brillante pagella. “Nuova e rosa! Come quella di Gemma”. “Non se ne parla”. Replica immediatamente mia sorella. “Costa tantissimo e da noi la bici si usa solo un paio di mesi l’anno e nel piazzale intorno casa. Tutt’al più una bici usata. E poi magari scegli qualcos’altro.” Ma devi comprargliela adesso che siamo in estate. Quando vuoi comprargliela a novembre?” Intervengo io, mentre mia nipote mi guarda con l’occhio di chi ha trovato un fervido alleato. “Guardo su internet magari trovo qualcosa” aggiungo per rafforzare la complicità. Su internet le bici usate ci sono ma sono lontane e non le spediscono. “Devi comprargliela nuova” dico a mia sorella “ se la merita”. L’opera di convincimento va a buon fine. Prima di andare ad acquistarla, presso un grande centro commerciale di articoli sportivi, mi fermo in un negozio- mercatino dell’usato giù in città. “ E’ arrivata stamattina. Un vero affare. Se veniva stasera non la trovava più”. Mi dice prontamente il commesso.
Riprendo la strada dei monti con la bici in macchina. Iris si chiama. Lei ha un nome certo. Penso al piacere del vento nei capelli, della libertà che si assapora pedalando, correndo, pattinando, andando in motorino. Andando. “Quando desideri ardentemente qualcosa e lo fai con amore scevro da bisogno o da possesso, l’universo intero si muove nella tua direzione”. Questo direbbe il vecchio saggio. Sorrido a me, a te, alla vita, mentre guardo Iris dallo specchietto retrovisore. Non dimentichiamo mai quel vento tra i capelli. Non trascuriamolo. Non soffochiamolo. Mai.

Annunci

Nell’aria

foto

Quando chiudo la porta di casa tua, sembra che mi manchi l’aria. Vorrei riaprirla subito. Sentirmi raccontare ancora qualcosa della mia, della tua vita. Respirare pace. E poi magari dirti che torno prima di Natale, mentre tu mi guardi con la profondità dei tuoi quasi novant’anni.
Aria. Aria pura che entra dentro di me. Aria fresca. Aria limpida. “ Ti vedo bene. Continua così. Continua il tuo percorso, libero, vivace, positivo. Quando non si rinuncia a vivere ma al contrario ci si tuffa nella vita, si percorre sempre una strada che porta grandi frutti, ricordatelo…”
Aria. Aria tersa di montagna. Aria ricca di ossigeno. Aria che nutre.
Aria che non possiamo imprigionare ma che per viverla pienamente dobbiamo lasciare libera. Aria e libertà. Due sinonimi. Basta poco per farla diventare aria viziata, circolo chiuso di pensieri sterili e pesanti. Aria vecchia. Fritta e rifritta. Aria stantia. Aria passata. Non ce ne accorgiamo ma inquina. S’infiltra invisibile da uno spiraglio di poco conto e piano piano toglie il fiato.
Aria da respirare a pieni polmoni. Da sentirne il piacere. Da sentirne la bellezza.
Buttiamo all’aria qualche certezza di troppo, qualche paura e cambiamo l’aria con fiducia e curiosità. Perché è risaputo, per fare entrare aria nuova almeno una finestra bisogna aprirla.

Naturalmente

gatto
Sono arrivata in tempo. Questa volta. In tempo per cacciarla via prima che ne facesse uno scempio. L’avevo vista dalla finestra. La gatta se ne stava accucciata e immobile come una sfinge. Soltanto la coda si muoveva nervosamente. Lo sguardo ipnotizzato dal quel saltabeccare frenetico e gioioso tra la ciotola con l’acqua e il vaso. Un uccellino (lo chiamerò genericamente così, poiché le mie conoscenze ornitologiche non me lo fanno attribuire ad una specie precisa), stava saltellando qua e là riempiendosi il becco con i ciuffi di pelo lasciati in giardino dalla gatta, che di questi tempi ne perde copiosamente.
Aveva il becco così pieno di quella lanugine che sembrava avesse due bei baffoni. Chissà com’era contento. Aver trovato tutto quel ben di Dio per il suo nido in così poco spazio.
“La natura avverte sempre del pericolo con colori sgargianti”. Diceva l’altro giorno Simone nella sua lezione naturalistica. “Pensate al rosso scarlatto dell’amanita falloide, fungo velenosissimo e mortale, oppure ai colori appariscenti della salamandra che sembrano dire all’eventuale predatore: attento, se mi mangi ti irriti lo stomaco!”.
Lo so che mi hai vista. Mi hai vista ma hai fatto finta di non vedermi usando gli scaffali di un supermarket come fossero paraventi. L’hai fatto per orgoglio, per non riaprire vecchie ferite, per rassegnazione o perché davvero mi hai dimenticata? Un tempo ci avrei dedicato un po’ della mia energia per interpretare questo comportamento.
Secondo me, comunque, quando qualcuno decide di dimenticarti dovrebbe dirtelo prima e non metterti di fronte al fatto compiuto. Così, per carineria. Perché io ci credo alle belle cose che si dicono quando va tutto bene. E forse di questa malattia mica guarirò mai. Poi penso che c’è gente che ha bisogno di giurarsele davanti ad un prete oppure ad una autorità quelle belle cose e non le mantiene, allora penso che la mia malattia è solo cronica ma non mortale.
Questo rimuginavo nella mia testa prima di varcare il cancello del giardino e di trovare quel piccolo uccellino, di cui ignoro la specie ma che ho amato profondamente, a gambe ritte e tutto spennacchiato.
Dentro il becco nessun ciuffo di pelo. Chissà a che punto sarà stato il suo nido…
Mi siedo sulla panca mentre la gatta eccitata e miagolante si struscia alle mie gambe. Ma andate affanculo tutti, oggi. Tu, la gatta, i ricordi e il grigio che qualcuno indossa per sembrare meno pericoloso.

“…E questo è il fiore, del partigiano, morto per la libertà”.

maceglia

La festa del 25 aprile, insieme a poche altre ricorrenze comandate, è quella che più mi piace festeggiare. E se fuori dalla stazione di Santa Maria Novella sventola una grandissima bandiera tricolore forse qualcuno la pensa come me. “Dai! Venite a sentire il mio concerto per coro e orchestra. S’intitola ‘Resistenza’. L’ho composto dopo aver scoperto che mio nonno non è morto semplicemente per mano tedesca, come ho letto fin da piccolo sulla sua lapide, ma è stato ucciso in una rappresaglia perché partigiano. La nonna, fervente cattolica, ha voluto nascondere la verità ai posteri perché partigiano era sinonimo di comunista e quella parola nella mia famiglia proprio non si doveva pronunciare. Meglio far credere ad una morte accindentale, perché eri affacciato alla finestra e un proiettile vagante ti ha colpito”.
Tu invece hai cercato oltre. Ti sei documentato, hai frugato negli archivi, nei giornali dell’epoca, nelle vecchie scartoffie di famiglia fino a scoprire che tuo nonno era stato un partigiano. E di questo ne sei andato orgoglioso e l’hai messo in musica.
Fa male ascoltare le parole scritte nelle ultime lettere dai partigiani condannati a morte. Ragazzi di vent’anni che scrivono poche righe prima di essere fucilati. Non si possono ascoltare senza piangere. Un pianto piccolo, sommesso e non come immagino avrà fatto il destinatario al quale erano rivolte. E mentre ascolto quelle parole rivedo l’enorme bandiera sventolare con fierezza nel cielo azzurro di oggi. Il verde, il bianco e il rosso quasi offuscarlo. Penso a quelle vita donate con altruismo e coraggio, a quelle lettere dove la parola ‘libertà’ echeggia con convinzione e senza paura, nemmeno di fronte alla morte imminente.
A me, l’idea che qualcuno sia morto per la mia libertà commuove sempre. Forse perché considero la libertà il bene più grande di ogni essere umano. E quando ci penso, quando arriva il 25 aprile, quando passo davanti al cippo dove è stato trucidato un partigiano gliene sono grata. Anche quando guardo quest’Italia che assomiglia sempre meno a quella che avrebbero immaginato, che mi assomiglia sempre meno, che non mi piace. Allora guardo indietro, cerco gli occhi di quel giovane fucilato a vent’anni e mi sento immeritatamente fortunata. Grazie.

Storia di un letto tondo e del coraggio

letto rotondo

Chissà se te ne saresti andata via prima da questo mondo e non dopo tre anni di coma irreversibile, se invece di un anonimo letto d’ospedale fossi stata nel tuo. Devo dire che quando vidi per la prima volta il tuo letto rimasi a bocca aperta. Avevo undici anni. Ricordo bene l’età perché ero in quinta e come premio finale di cinque anni passati insieme, decidesti di organizzare una merenda per i tuoi alunni a casa tua. Una casa proprio bella. Una casa particolare, con il tetto a punta, rivestita di pietre e legno ma soprattutto, una casa che ti eri interamente costruita da sola. Già… Avevi le mani d’oro.
Nella camera da letto di una casa particolare non c’era un letto normale: c’era un letto rotondo.
Quando sei bimbo non ti poni tante domande su dove potessi trovare lenzuola e coperte di quella forma, non esiste la praticità, quanto la bellezza di ciò che ti colpisce. E quel letto era proprio simpatico. Se penso poi che non avevi un marito, oggi che guardo indietro mi sembra ancora più simpatico quel letto. Anche se ho saputo che un amore ce l’avevi. Un marito no ma un amore sì. E a lungo.
“Ci vuole coraggio per finire, ci vuole coraggio per iniziare”. Mi diceva proprio ieri Pietro mentre camminavamo insieme nel bosco. Credo che il coraggio sia una delle qualità che più ammiro nelle persone. E non parlo solo del coraggio fisico. Parlo del coraggio di superare le prove con noi stessi, di guardare nel profondo, di girare intorno ad un letto senza spigoli e cascarci dentro. Il coraggio di dire ” meno male che ci sei” senza sentirsi deboli.
Fate largo ai coraggiosi! Io vorrei che guidassero il mondo. Sono quasi certa che nella loro testa parole come: sogno, speranza, futuro, non echeggiano a vuoto e che non loro cuore c’è un battito anche per gli altri, perché spesso chi è coraggioso è anche generoso.
Non so perché sono partita da un letto rotondo per arrivare al coraggio. A parte il fatto che un letto rotondo rotola per sua natura. Torna su se stesso. Chiude un cerchio. Ma non lo so. Sarà come per tutti i coraggiosi che ammiro. Anche loro in fin dei conti quando partono mossi dall’entusiasmo non sanno mica come andrà a finire. Dove andranno a finire. Ma partono.

Di funghi e non solo.


E’ la stagione adatta. Quella dell’andar per funghi. I funghi non è un mistero crescono nel bosco ma è un mistero fitto sapere in quale punto preciso, in quale zona del bosco. Ogni fungaio è gelosissimo dei propri posti e non li rivelerebbe nemmeno sotto tortura. Tutt’al più esiste una sorta di passa parola generazionale. E così, per amicizia o per parentela, qualcuno ti ci porta e ti svela il luogo magico sapendo che invecchiando non ci sarebbe più potuto tornare e magari gli sarebbe dispiaciuto andarsene insieme a quel segreto. Oppure ti dà indicazioni come se nel bosco ci fossero segnali e cartelli stradali. E allora ti affidi alle parole. Guardi con attenzione intorno alla ceppa del castagno che ti è stata indicata, vicino al grande masso, sotto la discesa verso destra. Tutte indicazioni che, dette a parole, nel bosco rimangono spesso solo teoria.
Ieri mattina mi sono alzata presto e mi è venuta voglia di andare a cercar funghi. Ho fatto un giro di telefonate ma tutti avevano già impegni e così sono andata da sola. Andar per funghi non è come camminare. Lì c’è un sentiero tracciato e bene o male cammini tranquillo. Andar per funghi vuol dire camminare ‘dentro’ il bosco, perché di fatto se i funghi nascessero sul sentiero li vedrebbero tutti e sarebbe facilissimo riempirne un paniere. C’è inoltre da dire che i funghi, quelli buoni,(e dalle mie parti siamo tutti un po’ stucchi), sono solo i porcini. E i porcini ce la mettono tutta per non farsi riconoscere. A parte crescere spesso nei posti più impensabili: sotto una frasca, dentro una ceppa, sotto il muschio, sotto una foglia, hanno colori che vanno dall’ocra alla terra bruciata praticamente quasi indistinguibili con il terreno.
Quelli che ho messo nella foto sono amaniti. Ne basta una leccatina per avere alterazioni neurologiche importanti. In compenso però si vedono bene.
Insomma, alla fine sono andata sola. Non che la cosa mi piacesse del tutto ma non avevo altra scelta. Dopo un paio d’ore che giro a mani vuote perché di funghi nemmeno l’odore, mi accorgo di non essere più tanto convinta della mia posizione precisa nella geografia del luogo. Così il tarlo malefico del: “non mi sarò mica persa…”Comincia a farsi strada nella mia mente. Mi vengono i brividi. “Calma, calma cerchiamo di trovare punti di riferimento conosciuti” mi dico. Nel frattempo guardo il cellulare. Per fortuna c’è linea. Non potrò dire dove sono ma se davvero ho bisogno di qualcuno potrò chiamare e individueranno la zona con il segnale. Allora, all’improvviso mi è presa una tremenda risaiola che è la cosa più bella che mi potesse capitare in quel momento e davvero non riuscivo a smettere di ridere perché mi sono immaginata la scena. I miei amici del Cai, quelli del Soccorso Alpino che battevano il bosco cercandomi disperatamente e senza sosta. Cosa avrebbero urlato? -mi chiedevo- Il mio nome o solo un verso per farsi sentire? Mi avrebbero trovato di notte e torce e frontali sarebbero stati come fari all’entrata di un porto sicuro, oppure sarebbe stato ancora giorno? E chi mi avrebbe trovata per primo? Chiunque fosse stato so che ci saremmo abbracciati forte, forte, come se uno dei due fosse tornato vivo dal fronte.
Mentre la mia mente correva veloce dietro questi pensieri fatti di caratteri cubitali sul giornale del posto, prese in giro a non finire e, come minimo, essere l’argomento principe delle serate del prossimo inverno squilla il mio cellulare “Sandra, sei a Pratorsi? Ho visto la tua macchina parcheggiata nel piazzale. Che fai,vieni con noi a mangiare qualcosa stasera?” “Sì, sì- rispondo io- l’importante è ritrovare la strada di casa”. Così gli racconto cosa mi è successo e la situazione in cui mi trovo. A volte gli aiuti arrivano insperati e arrivano talmente precisi che con un paio di coordinate ti rimettono sul sentiero. Quando intravedo il segnale bianco rosso scolorito dal tempo e dalle stagioni dipinto sul tronco di un faggio, tiro un sospiro di sollievo. Mi ero ritrovata.
“Per me l’amicizia è sacra e sono davvero fortunata ad avere degli amici così”. Questo mi ripetevo mentre le gambe ormai stanche e tremolanti a mala pena mi tenevano in piedi lungo il sentiero.

Pezzi

Ci sono persone che amano catalogare e incasellare tutto. Non so quanto questo atteggiamento sia più per pignoleria, quanto per sentirsi apparentemente tranquilli, al riparo da ogni problema. La vita invece è fatta di variabili che spesso possono sfuggire al nostro controllo. Anzi, il più delle volte, la vita se ne fa una beffa delle nostre caselline. Tutt’al più sta a vedere come ci muoviamo e magari sorride bonariamente o ci dà uno scossone se ci addormentiamo. Quando sono arrivata nella casa dove vivo adesso, Gianni, un mio caro amico, mi regalò un bel pannello di legno fatto da lui dove poter appendere le chiavi per ritrovarle senza troppi problemi. Me lo regalò soddisfatto pensando che l’ordine esteriore generasse tranquillità interiore. Ho appeso quel pannello nello stanzino e in verità in questi anni ci ho attaccato di tutto. Ad oggi nel mio pannello portachiavi ci sono in ordine: due rotoli di scotch (uno per gancio), la spazzolina per pettinare il gatto, un apribottiglie, un paio di forbici e una chiave. Sì, una chiave di rappresentanza c’è, quella della caldaia. Le altre sono a giro. E ci perdo anche tempo per trovarle. A Gianni non succederebbe. Lui è uno preciso, uno che programma la sua vita su basi certe e costruisce solo dove il terreno è conosciuto. Uno che non lascerebbe mai che una variabile misteriosa entrasse nella sua vita, uno che appena parli di qualcosa che non è razionale, compresi i sentimenti, ti dice che sei sempre la solita sognatrice. Però l’altro giorno l’ho visto e mi ha raccontato che non se la sta passando bene. Viaggia con una pasticca nel portafogli perché all’improvviso ha crisi di panico impressionanti e non sa come uscirne fuori e mi dice che ha raccontato queste cose a me perché ha fiducia e sa che potrei capirlo, mentre proverebbe vergogna a dirlo ad altri. Ma io che metto i rotolini dello scotch nel suo portachiavi come potrei capirlo? Io che con fatica seguo il flusso della vita perché mai remare contro, perchè quando dice merda è merda e tutt’al più bisogna farci un brindisi e continuare a sperare che il vento cambi, perché a giocare a braccio di ferro con la vita si perde sempre, è più forte lei, anche se c’è gente che crede di avere in mano un manubrio e di comandarla. Perché le cose accadono e fanno il loro corso. Nascono quando vogliono e muoiono quando vogliono e solo se sei fortunato e con tanta consapevolezza riesci a trovarci un senso. E Gianni chiede aiuto a me, proprio a me che sono fatta di una pasta strana?
E ricordo i puzzle che facevamo da piccole, mia madre, mia sorella ed io. Una volta ne stavamo facendo uno bellissimo. Per fare un puzzle bisogna sempre partire dalla cornice (che controsenso), raggruppare i pezzi per colore e poi provare e riprovare fino a trovare l’incastro giusto. Ricordo che finito il puzzle mancava un pezzo. Lo cercammo ovunque ma quel pezzo non saltò mai fuori. Allora io presi un cartoncino spesso, lo ritagliai secondo forma e lo colorai più o meno dei colori del pezzo mancante. E lo misi nel buco vuoto. Ci sembrò di aver finito il puzzle. Anzi, per noi era finito ed eravamo davvero contente. Di quel puzzle oggi non è rimasto niente, nemmeno la scatola.Vive nel baule dei ricordi insieme a tanti altri giochi. Ma quello che oggi vorrei avere tra le mani, è solo quel pezzo strambo, storto e colorato alla meno peggio. Un pezzo fuori dal normale, dalla consuetudine ripetuta dei pezzetti lisci, ben fatti, sagomati. Un pezzo su 3000 ma che aveva riempito un vuoto e completato il disegno. E vorrei tanto regalarlo a Gianni.