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Far legna

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Fare legna è fatica. Lo so. Quanti saremo oggi su al rifugio? Perché chi è in vacanza, chi ha scelto il mare, chi lavora, chi proprio di fare legna non ne ha voglia. Molto meglio vederla scoppiettare nel caminetto in inverno. Fare legna è fatica, ma per me è anche un divertimento. Forse perché mi ricorda la prima volta che ho messo in pratica questo gesto apparentemente insignificante e ripetitivo. Mi ricorda chi me l’ha fatto amare e mi è rimasto dentro. Nel suo lato più bello. Che poi siamo una massa di giocherelloni e fra alzare tronchi, spostarli, segarli, metterli nella legnaia è tutto un ridere. Fatto di battute pungenti, doppi sensi che allentano la fatica. Non c’è distinzione. Uomini, donne, grandi, bambini, siamo tutti lì con un pezzo di legno in mano ad accatastare legna per l’inverno. Anche se l’inverno è lontano. Anche se nemmeno a pensarci con questo caldo ci si ricorda a cosa serva quel pezzo di legno in mano. E poi il profumo. Mio padre ha fatto tutta la vita il falegname E’ un po’ come essere nati figli di un fornaio. Non ci si scorda. E poi io adoro il legno. Si dice caldo, flessibile, vivo. Aggiungerei umile. E’ così sufficientemente presente. Non ha la pretesa dell’eternità del granito, la magnificenza del marmo, la preziosa rarità di qualche metallo. E’ ovunque. Anche oggi. Qui, nella radura intorno al rifugio, a cercare mani amiche, guardarsi per un attimo e poi ridere come se fosse fuoco scoppiettante. Come quella volta, ti ricordi? Abbiamo preso il sacco a pelo e dormito giù davanti al caminetto. Avevamo la comodità dei letti al piano di sopra ma volevamo gustarci il calore e la luce del fuoco. E io che cantavo “wende ya ho” sottovoce, un inno Cherokee di ringraziamento per il sorgere del sole. Che poi non era nemmeno tanto in tema, ci sarebbe voluta una ninna nanna. O forse sì. Quel fuoco scoppiettante sembrava l’inizio di un nuovo giorno. Ricordo che c’era caldo a sufficienza, intabarrati nel sacco a pelo e vestiti come eravamo, ma non so perché a turno ci alzavamo ogni tanto per mettere un pezzo di legna nel fuoco. Per mantenerlo vivo. Nessuno dei due voleva si spegnesse.

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Di trucioli, lavoro e similitudini

Oggi è il primo maggio, festa del lavoro ma non voglio parlarvi della situazione attuale che è a dir poco devastante e nemmeno del mio di lavoro che mi ci vorrebbe un libro, ma di quello del mio babbo.(Da ora in poi dovrete avere pazienza perché per un toscano è proprio impossibile pronunciare la parola papà e quindi nella vostra mente dovrete fare il simultaneo).
Il mio babbo ha fatto tutta la vita il falegname. Da solo. Cioè, nella sua bottega artigiana, senza un dipendente ma senza nemmeno un padrone. Per moltissimo tempo ha fatto solo il falegname vero e proprio, costruendo con il legno tutto quello che la gente gli richiedeva, dagli infissi ai mobili. Negli ultimi tempi si dedicava solo al restauro di mobili vecchi. Secondo me, il mio babbo aveva le mani d’oro e parlo al passato solo perché ha 86 anni e in bottega da un paio un paio di anni non ci va più. E non lo dico perché trovando una sua vecchia pagella ho scoperto che aveva 6 in tutte le materie ma un bel 9 alla voce “lavori manuali”. L’ho proprio constatato.
Ha iniziato a fare questo lavoro finita la V elementare, andando a scaldare la colla da Egidio un falegname del posto che via, via, gli ha insegnato in pratica i segreti del mestiere.
Da piccola ricordo che il mio babbo lavorava tanto, fino a tarda sera e perfino la domenica mattina. Ma non tanto per veder compiuto il pezzo, quanto piuttosto perché una volta terminato il lavoro sarebbe stato pagato. Non andava nemmeno mai in ferie, chiudeva solo per le feste comandate. Detto così sembra uno stakanovista in realtà lavorava soltanto lui e aveva tre figli, uno dei quali con problemi fin dalla nascita.
Ricordo però che a casa ci portava tanti bei toppetti di legno di tutte le forme e dimensioni. Erano i nostri Lego che io e mia sorella personalizzavamo con le matite. E poi ricordo ancora il profumo del legno quando entravo a salutarlo perché quello ti resta dentro, per sempre.
Non voglio nemmeno parlare del fatto che pur avendo lavorato tutta la vita come un ciuco adesso si ritrova con la pensione degli artigiani che è di 530 euro. Se potessi la respingerei al mittente. Solo per dignità. Voglio invece parlarvi di come lui intendeva il lavoro e me l’ha trasmesso.
Quando le persone gli portavano mobiletti tarlati e sganasciati che stavano in piedi per miracolo e poi li riprendevano belli e rimessi a nuovo, spesso si lamentavano del prezzo. Non concepivano che per fare accadere questo prodigio ci fosse voluto tempo, pazienza, bravura. Una volta un signore esordì dicendo che se lo avesse saputo prima sarebbe andato all’ikea e con quella cifra ce ne avrebbe comprati dieci. Giustamente il mio babbo ci rimaneva male, perché immagino che quando uno compia una sorta di miracolo anche solo per lavoro, gli piacerebbe essere quanto meno ringraziato e poi è difficile fare preventivi precisi perché da quei catorci non sai mai cosa aspettarti. Così io gli suggerii una tattica. Una volta che il cliente si fosse presentato con il fatiscente pezzo da museo, poteva proporgli che il lavoro poteva esser fatto in modi diversi: uno più a buon mercato, facendo solo l’essenziale e in modo approssimativo ma che ugualmente avrebbe ridato all’oggetto la sua funzione; l’altro più serio, meticoloso, preciso ma che chiaramente avrebbe richiesto tempi di intervento maggiori e quindi anche costi.
Ricordo che una volta una signora optò per la prima offerta e così pensai che nessuno dei due si sarebbe poi trovato a sorprese. In realtà, nei giorni seguenti entrai in bottega e vidi il mio babbo che stava rifacendo le guide ai cassetti perché chiudessero bene (cosa non prevista dalla scelta più economica che aveva fatto la signora, magari pensando che con una culata li avrebbe chiusi lo stesso). Di fronte alla mia perplessità esclamò: “Oh… a me non mi riesce tirar via, lavorare male. E’ più forte di me. Pazienza! Ci rimetterò!”
Ecco, ci sono arrivata. Forse dal mio babbo ho preso questo senso del dovere. Soprattutto con se stessi. Lavorando nel pubblico anche se ci sono atteggiamenti, leggi, persone che ti fanno passare la voglia, anche se ci sarebbe più di un motivo per tirare a campare, proprio non ci riesco. E’ più forte di me.

Schegge di legno

Aveva preparato con cura il suo banchetto per la fiera del paese. Come scultore se la cavava. Faceva sculture di legno molto particolari, difficili da spiegare. In ognuna cercava di assecondare i nodi, le venature del legno per scovarci qualcosa: un animale, un oggetto, forse solo un’idea.
Stava annaspando per cercare qualcosa di carino per incartarne una (era sempre sprovveduto quando gli dicevano che volevano farci un regalo), quando la vide. L’avrebbe vista anche tra la folla di un raduno e non perché era un buon fungaio e sapeva scovarli anche in posti non accessibili o invisibili e nemmeno perché ormai si era abituato a trovare l’essenza delle cose. L’avrebbe vista perché la sentiva vicina, come un metal detector che comincia a suonare quando ha trovato il ciondolo d’oro.
Da tempo non la vedeva, né l’aveva più incrociata per caso. La loro storia era ormai finita, morta, sepolta e nemmeno era stata più riesumata per qualche procedura legale. Sulla sua lapide nessuno dei due ci portava più un fiore. O meglio, lui ne aveva portati a lungo sperando in un miracolo, ma di fronte alla morte i miracoli non esistono e così si era arreso. Forse un pensiero, un ricordo, un attimo di fitta al cuore, chissà se lei ogni tanto lo provava ancora. Ma non ha senso chiedersi queste cose. Sono come fiori di plastica messi a riempire quel vaso e così li allontanò.
La vide avvicinarsi al suo banchetto, anzi vide un abito azzurro cielo svolazzare nella sua direzione e alzò lo sguardo. Per un attimo sprofondò nella vastità dei suoi occhi. Scivolò sul muschio verde dell’emozione ma rimase in piedi. E’ che da tempo non la vedeva così da vicino e tutte le domande che aveva accatastato senza risposta, per un attimo gli piegarono la schiena. Avrebbe voluto farne altre, chiederle come stava, se davvero non provava più niente per lui, se sentiva la sua mancanza se… ma lei disse solo: “belle” guardando le sue sculture di legno e non dette spazio ad altro. Ne prese una in mano, forse per toccare qualcosa che a suo tempo era stato tra le sue di mani e la ripose. Rivederlo le avevo fatto sobbalzare il cuore ma l’aveva mascherato bene. Un cuore messo già a suo tempo a tacere. Troppe paure, troppi salti mortali da fare, troppi moralismi verso i quali andare contro. Non ce l’aveva fatta. Non aveva avuto il coraggio e la forza per viversi quell’amore e si era arresa. Lo salutò strizzando l’occhio come se fossero stati due amici per la pelle e subito l’azzurro si perse nel grigio della mente. La vide allontanarsi. Aveva una borsa di cuoio a tracolla. Tra i tanti pensieri di quell’attimo, si chiese se fra le cose che si mischiavano lì dentro facendosi compagnia, c’era ancora qualcosa di lui: un biglietto, una conchiglia, un libro. Forse era una borsa più pesante, forse era più leggera. Chissà. Dal cielo improvvisamente cominciarono a cadere le prime gocce d’acqua creando subbuglio tra gli ambulanti e fra la gente. Lui con calma prese da sotto il banchetto alcuni vecchi giornali e cominciò a rincartare le sue sculture. Erano di legno ma voleva ugualmente proteggerle. Come ormai da un po’ di tempo cercava di fare con se stesso e con il proprio cuore.