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Viaggi

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Cosa resta di un viaggio breve e intenso? A guardare la mia piccola valigia blu: panni sporchi, un libro nuovo, due tazze di vetro trasparente ricevute in regalo. A guardare dentro i miei occhi molto di più. Tutte le strade portano a Roma. Anche quelle che partono da lontano. Camminare per strade sconosciute. Incontrare persone conosciute. Incontrare persone conosciute solo a parole. Cosa resta nell’aria dopo un incontro, un abbraccio, una sera passata insieme a ridere e parlare? Forse può rispondere solo quel gatto un po’ temerario che ci dà il benvenuto sfidando il traffico cittadino. “Promettimi…” Non so fare quel genere di promesse, ma so che basta lasciare fluire la vita per onorare certe promesse. So che il tempo è una variabile secondaria quando si parla di affinità. So che mi emoziono ancora a vedere un’alba, soprattutto quando ho una valigia in mano e un biglietto di viaggio perso in qualche tasca.
“Arrivata. Sono stata bene. Sto bene. Grazie di tutto”. Se esistesse ancora il telegrafo basterebbero queste parole. Se esistessero le anime nemmeno queste. Parole…Viaggiare…
No ne so trovare altre meno banali di “bello”. Potrei reiterarlo come fanno i bambini per rafforzarne il contenuto.”Bello, bello, bello”. Parole. Chissà con quale parola Marco Polo iniziò il suo Milione. Chissà con quale lo concluse. Se un velo di tristezza lo avvolse quando tornò a casa, se ne progettò subito un altro, se anche lui aveva una scatola piena di mappe geografiche e cartine da aprire sul futuro e sognare.

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Nell’aria

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Quando chiudo la porta di casa tua, sembra che mi manchi l’aria. Vorrei riaprirla subito. Sentirmi raccontare ancora qualcosa della mia, della tua vita. Respirare pace. E poi magari dirti che torno prima di Natale, mentre tu mi guardi con la profondità dei tuoi quasi novant’anni.
Aria. Aria pura che entra dentro di me. Aria fresca. Aria limpida. “ Ti vedo bene. Continua così. Continua il tuo percorso, libero, vivace, positivo. Quando non si rinuncia a vivere ma al contrario ci si tuffa nella vita, si percorre sempre una strada che porta grandi frutti, ricordatelo…”
Aria. Aria tersa di montagna. Aria ricca di ossigeno. Aria che nutre.
Aria che non possiamo imprigionare ma che per viverla pienamente dobbiamo lasciare libera. Aria e libertà. Due sinonimi. Basta poco per farla diventare aria viziata, circolo chiuso di pensieri sterili e pesanti. Aria vecchia. Fritta e rifritta. Aria stantia. Aria passata. Non ce ne accorgiamo ma inquina. S’infiltra invisibile da uno spiraglio di poco conto e piano piano toglie il fiato.
Aria da respirare a pieni polmoni. Da sentirne il piacere. Da sentirne la bellezza.
Buttiamo all’aria qualche certezza di troppo, qualche paura e cambiamo l’aria con fiducia e curiosità. Perché è risaputo, per fare entrare aria nuova almeno una finestra bisogna aprirla.

A camminare sui libri

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Camminare sopra un libro proprio no. Non riesco proprio ad immaginarlo. Dentro ad un libro forse, è più possibile. Dovresti immaginarlo invece. Soprattutto guardando una cartina dell’Appennino tosco-emiliano. Libro Aperto si chiama quel monte e niente è più strano che camminarci sopra. Di questi tempi e con i colori che ci circondano, sembra più di camminare dentro ad un quadro, però. Camminarci insieme. In fila indiana, come frasi sottolineate con il lapis, come un segnalibro di quelli di raso sottile che penzola nel vuoto. Libri mai dimenticati, libri sognati. Libri lasciati a mezzo come valigie sfatte, libri mai cominciati. Libri sul comodino a prendere polvere e a fare compagnia. Libri prestati e mai più riavuti. Libri regalati. “Ridi Sandra ridi” avevi scritto in quella dedica. E te lo volevo dire, mai dedica mi fece più ridere e mi portò fortuna. Libri come attese, come scoperte, come compagni di viaggio. Libri che non ho avuto il coraggio di finire e ce n’è uno lasciato lì, con la punta della pagina piegata per quando sarà il momento di scoprirlo. Libri pesanti nei traslochi. Libri un po’ qui e un po’ là perché questa casa è troppo piccola. Libri che ho imparato a leggere prima di andare a scuola perché la curiosità muove la mente e le parole. Libri ai quali manca una “e” per essere liberi. Libri che sono qui adesso a camminare su questo crinale di un libro aperto sul futuro. A chiedermi come andrà a finire, se ho letto solo il primo capitolo oppure sono già a buon punto della storia. Se questo passo sarà a lungo così leggero e luminoso oppure ad un certo punto annoierà, diventerà pesante e verrà voglia di lasciarla lì a mezzo, la storia. Cammino in equilibrio tra parole strane e belle emozioni con la curiosità e l’apertura ad ogni possibile finale.
“Quello che mi dispiace è sapere che tra poco queste lunghe camminate non potrò più farle”. Mi dice il grande saggio guardandomi con gli occhi lucidi. Vorrei rispondergli “ma no”. Ma siamo tutti e due grandi abbastanza da sapere che ogni libro ha la sua fine. Dov’è allora il mio libro? E’ qui. Adesso. In quell’abbraccio dolce e lunghissimo che non mi farebbe più girare pagina.

Primo giorno di scuola

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Arrivano alla spicciolata. Scortati da una, spesso due, colonne umane che incoraggiano, danno sicurezza e protezione. Arrivano ondeggiando. Sommersi dai loro zaini troppo grandi, troppo pieni, troppo griffati, ma ancora sufficientemente colorati. Qualcuno sorride curioso, qualcuno sorride nervoso, qualcuno proprio non riesce a trattenere le lacrime di fronte al mistero del nuovo che sta incontrando. L’aria è densa di emozione. La sento. La sento e ne divento parte. Succede sempre così quando ho davanti la personificazione umana del cartello che ho sulla porta: Classe I. C’è un attimo, un attimo preciso, nel quale si confondono ruoli e aspettative. C’è un attimo nel quale mi riconosco in loro perché siamo tutti più o meno fragili di fronte alle cose sconosciute. Eppure il nuovo porta in sé il germe sano della vitalità, della forza e del coraggio. Porta in sé quell’energia vivificante che smuove e contagia positivamente quello che già c’è. Dà voglia di fare perché ci ricorda come eravamo noi all’inizio, quando in qualsiasi cosa muovevamo i primi passi. Eppure il nuovo nella sua esuberanza va protetto, va curato con premura, va alimentato con dedizione perché è sensibile a qualsiasi ventata. Non ha la sicurezza del prima e nemmeno la padronanza delle cose. Vive nel presente.
E noi così, a guardarsi negli occhi. Per cogliere sfumature che vanno oltre le parole. Per capire se quel sorriso rimarrà a lungo così luminoso e contagioso e non solo nelle foto che qualcuno inevitabilmente ha scattato per immortalare l’evento. E noi così. Per dare un contorno al nuovo che piano, piano, prende forma.

Temporali estivi

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Arriva all’improvviso. Una, due, tre gocce che picchiettano rumorosamente ma sembrano innocue. Saresti quasi tentato di non farci caso. Ma poi tutto precipita velocemente, come uno spartito che diventa andante maestoso dopo che le prime battute sono state eseguite da un triangolo. Arriva così adesso la pioggia in estate. L’hanno definita tropicale. E’ sì che me la ricordo ancora bene anche se il timbro sul passaporto mi dice che era il 1996. Me li ricordo bene quei tre mesi passati a Cuba dove alla pioggia tropicale, insieme alla horita, tempo indefinito che per il cubano può variare da cinque minuti ad un paio di ore, avevo piano, piano e con mia sorpresa imparato a convivere. Questa cosa all’inizio mi sconvolgeva. Uscire con il sole e poi ritrovarti a scappare in un fuggi, fuggi generale. Trovare rifugio sotto un portico, un cornicione, un terrazzo. A volte sotto una palma. Ma quando c’erano i fulmini no, la palma era meglio scartarla. Me lo ricordo quel gelato di Coppella, solo due gusti, fragola e cioccolato, che si squagliava portato via dalla pioggia torrenziale e noi a ridere e a baciarsi che tanto ormai eravamo bagnati fradici.
La fortuna delle piogge improvvise cubane è che nella maggioranza dei casi poi torna subito il sole. Un sole caldo che ristora. A volte puoi vedere perfino l’arcobaleno. Io una volta a Cuba ne ho visti due. Uno accanto all’altro come fosse un ponte a due campate. Era il giorno che partivo e che tornavo in Italia e stavo andando all’aeroporto. E benché avessi gli occhi gonfi di lacrime, quel ponte colorato è stato capace di farmi uscire un sorriso.
“ Corri, scappiamo in macchina che comincia a piovere. Sento i tuoni in lontananza” “Ma come? Se fino a poco tempo fa c’erano le stelle”. Non so se correndo abbia percorso quel ponte colorato in un giorno, un mese, un anno oppure in una vita intera. Basterebbe dire una horita e sarei ad oggi. Il rumore della pioggia ticchetta sulla carrozzeria. Siamo due spettatori privilegiati dentro una nicchia protettiva. Fuori uno spettacolo potente e antico. Lampi che fanno giorno e noi abbracciati. Il collo che si ritrae come se dovesse prepararsi ad attutire il colpo del tuono. E ridere e dirsi accipicchia com’era vicino. Non c’è più un attimo di tregua ormai. Solo il buio a volte prende il sopravvento ma la pioggia no, quella non si ferma. E mani che s’intrecciano oltre le mani. E dirsi “bello, bello, bello” ma solo con gli occhi, quasi per pudore. Dirlo a quest’acquazzone improvviso, alla notte, all’estate e a noi che ne siamo diventati misteriosamente parte.

Storia del cane Pippo, di Gemma e delle innumerevoli strade che può prendere la vita

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Fra le tante storie che Agnese ama raccontare nelle serate di veglia, c’è quella del cane Pippo, di Gemma e delle tante strade che può prendere la vita. Nessuno ha ben capito se quella sia una storia vera oppure, sia frutto della fantasia che l’anziana donna ha coltivato negli anni. Gemma, una dei protagonisti della storia, è una bambina di nove anni che vive con la sua famiglia nella bella casa colonica ai margini del paese. Un giorno Eugenio, il padre di Gemma. andò nel bosco a cercare funghi. Ma più che trovar funghi fece uno strano incontro. In mezzo alla stradina ghiaiosa che portava nel bosco, barcollante per la fame, la sete e il troppo sole che stava preannunciando l’arrivo di una torrida estate, vide un cane. Quello che ricordava un cane, sarebbe meglio dire. Il povero cristo infatti era spelacchiato e malconcio. Aveva attorno al collo una corda di plastica sfilacciata che evidentemente l’aveva tenuto legato a qualcosa di fermo e dal quale tira, tira, era riuscito a staccarsi. Il cane si fece avvicinare un po’ guardingo ma complice la spossatezza non fece resistenza. Eugenio vedendolo da vicino si accorse che intorno al collo, la corda tirata forse con insistenza e a lungo, aveva generato una profonda ferita che aveva rimosso il pelo e lasciato una brutta infezione in più parti. Eugenio decise così di prendere il cane e portarlo a casa. Aveva un bel giardino e soprattutto una figlia che avrebbe accolto con piacere la sorpresa. Infatti Gemma fu felicissima di questo inaspettato regalo, di quest’incontro.
I primi giorni servirono al cane, che nel frattempo aveva anche ricevuto il nome di Pippo, a riprendersi nel corpo e nello spirito. Una sera inaspettatamente abbaiò così forte che quasi mise paura, ma soprattutto più che passava il tempo, più veniva fuori il suo vero temperamento. Secondo il veterinario, Pippo poteva essere l’incrocio tra un pastore tedesco ed un husky e se del primo aveva ereditato le qualità migliori del secondo solo imprevedibilità e cocciutaggine. All’incirca poteva avere due anni e per questo era sempre un giocherellone. Non era troppo disciplinato e rispondeva ai comandi solo quando vedeva un bastone. Piano, piano, Pippo aveva ripreso fiducia nel genere umano, merito soprattutto di Gemma che con dolcezza e premura l’aveva avvicinato. Tutto procedeva nel migliore dei modi fin quando la bella armonia che si era creata precipitò senza preavviso. Gemme e Pippo stavano giocando nel campo intorno casa quando la piccola inavvertitamente gli toccò la ferita sul collo che ancora non era perfettamente guarita. Fu un attimo. Pippo girò la testa e d’istinto le azzannò il braccio. Gemma corse in casa piangendo e urlando per il dolore e vista la ferita fu subito portata al Pronto Soccorso.
Mentre guidava, tornando dall’Ospedale, Eugenio aveva ben chiaro in mente cosa avrebbe fatto: avrebbe riportato Pippo nel bosco. L‘avrebbe disperso lì. Lì proprio dove l’aveva trovato. Quando un cane morde il proprio padrone bisogna liberarsene, ripeteva come un mantra. Questa convinzione fu avvallata dal fatto che, dopo poche ore, trovò nella legnaia Gemma e Pippo sdraiati sul pavimento con gli occhi di lei a pochi centimetri dal muso del cane. “Ci siamo parlati” disse Gemma come se fosse la cosa più normale. “Mi ha chiesto scusa”. Ecco. Non solo quel cane le aveva quasi lacerato un tendine ma le stava facendo perdere il lume della ragione. A quel punto Eugenio venne via dalla legnaia su tutte le furie aspettando solo che venisse notte per metter in atto il suo piano. Appena Gemma si addormentò, prese il cane e senza un attimo di esitazione o di pietà lo lasciò nel bosco. Naturalmente il giorno dopo a Gemma fu raccontato che Pippo, dal carattere difficile e poco comprensibile, se ne era andato.
Non c’era notte che Gemma non piangesse in silenzio, o mattino nel quale non trovandolo festoso alla porta ne sentisse la mancanza. Il babbo aveva risolto un problema e anche la mamma non sentì affatto la mancanza di quel terremoto peloso, come lo chiamava lei. Il suo giardino poteva finalmente respirare, la sua casa fintamente casual rimanere in ordine e il portone di castagno all’ingresso non essere più graffiato dalle unghie di Pippo. Quando voleva entrare era tremendo! Pippo intanto vagava nel bosco cercando con il fiuto tracce odorose che il tragitto in auto non avevano lasciato. Camminava da giorni senza aver mangiato un boccone. Per fortuna riusciva a bere, quello sì, perché ogni tanto trovava un ruscello ma le forze stavano scemando.
A questo punto della storia Agnese si fermava sempre. Diceva che la storia non aveva solo un finale ma poteva averne tanti e tutti erano veri. Diceva che ogni momento aveva il suo finale e non era mai lo stesso. Una volta concluse la storia raccontando che Pippo, vagando per giorni senza mangiare, diventato lo scheletro di se stesso si accasciò ai piedi di un grande faggio e lì dette il suo ultimo respiro. Un’ altra, disse che Pippo fu trovato da un cacciatore che lo portò a casa sua e lo mise in un recinto insieme ad altri trenta cani. Un’ altra ancora disse che Gemma, aspettando di vederlo tornare, perse il sorriso, l’appetito e la voce. Nemmeno i dieci cani di peluche e i due pesci rossi che il padre le aveva prontamente comprato per colmare il vuoto erano serviti a consolarla e si chiuse sempre più in se stessa. Un’altra volta ancora disse che Pippo vagò nel bosco per tanto tempo. Nessuno sa dire precisamente per quanto. Le creature del bosco gli dettero una mano per come potevano e quelle del cielo la forza e la speranza per non mollare. Proprio mentre cominciava a pensare che ogni sforzo fosse stato vano, intravide in lontananza la luce della bella casa colonica della famiglia Rossi. Con fatica arrivò al cancello e poi cadde a terra esausto. Gemma, che non aveva mai smesso di aspettarlo, lo vide dalla finestra e gli corse incontro con la felicità nel cuore. Ci volle tempo perché Pippo riprendesse fiducia negli esseri umani. Lo stesso tempo che ci volle a Gemma per passare sopra a quell’incomprensibile fuga (visto che nessuno le disse mai la verità) ma adesso corrono felici e liberi nel campo dietro casa.
L’altra sera, nella notte del solstizio di estate con la luna piena in alto che faceva da guardiana, Agnese raccontò questa storia nell’Aia Grande. Io non c’ero ma ho saputo che giunto il momento di scegliere il finale Agnese guardò le stelle e poi cominciò…

Frivolezze di stagione

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Se ne erano stati tutto l’inverno al chiuso. E l’inverno è lungo per chi vive in montagna. Chiusi per il freddo, la neve, il gelo, o semplicemente chiusi, e avevano tanto bisogno di prendere una boccata d’aria. Così ho preso una bacinella, ho messo dentro due cucchiai di sale grosso, qualche goccia di essenza di rosa, acqua tiepida e li ho messi a bagno. I miei piedi. Li ho lasciati così per un tempo indefinito a rilassarsi e distendersi. Poi ho preso pietra pomice, forbicine e limetta ed ho cominciato a togliere tutto ciò che era morto e vecchio. Li ho rituffati ancora nell’acqua ed infine li ho messi fuori ad asciugare all’aria come fossero panni stesi. Mi sembravano felici. Ma per fare due piedi felici fino in fondo occorre lo smalto. Ne ho messo uno di un colore indefinito e molto naturale. Sembra sabbia dorata.
Li ho visti dentro i miei sandali e stavano proprio bene. Stavano così bene che quella sera sono voluti uscire a cena fuori. Era tanto che si diceva. E poi camminare dopo cena, perché abbiamo tanto da dirci e non so quanto da dirci e quanto sia solo piacere di stare insieme. Ma i miei piedi hanno visto l’aria oggi e quei sandali sono proprio carini ma non comodissimi.
E’ buio. Una delle prime sere estive e c’è gente ancora in giro per le strade del centro. Così, appena fermi su di uno scalino in piazza del Duomo, tolgo i sandali e lascio i miei piedi totalmente liberi. La pietra emana un calore piacevole. Accogliente. Sulla caviglia sinistra ho un piccolissimo tatuaggio. Retaggio dei miei sedici anni. Quando i tatuaggi ci si facevano da soli con norme igieniche inenarrabili. Quando i tatuaggi li avevano solo i drogati e i carcerati ed io fortunatamente non appartenevo a nessuna delle due categorie. Sono due onde. Due onde incise sulle mie radici. Mi guardi e sorridi quando ti racconto come è avvenuto il fatto con l’attenta precisione ai particolari come se fosse accaduto l’altro ieri. “Hai due piedi proprio bellini” dici sorridendo. E penso che un uomo che ti guarda i piedi forse ha qualcosa di bello da dirti.