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Di vento

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Sono giorni di vento forte. Almeno portasse via. Invece sconquassa, scatena, sbatacchia. Sembra debba stanare qualcosa che non riesce a trovare. Io il vento forte proprio non lo sopporto. Però, se penso che possa pulire l’aria posso sopportarlo meglio.
Ci sono notti di vento forte che quando arriva mattina resteresti a letto. Manderesti un messaggio al mondo. Diresti che ti ha portata via. Il vento. Ci sono giorni di vento forte che agitano, agitano e tutto diventa vento. Le persone, i sorrisi, gli abbracci, gli sguardi. Carte da gioco sparse per l’aria, calici colmi rovesciati a terra, parole diventate un ululato.
Allora speri soltanto che questo vento almeno ripulisca l’aria, secchi, asciughi e lasci solo il buono.
Rido ancora ripensando a quando abbiamo detto: “però, mica tira poi così forte. Come si faceva a restare in casa con questo sole!” E poi alle Nevaine il vento ci ha chiuso la bocca per bene. Ognuno solo con se stesso. A fatica un cenno di saluto verso i pochi temerari che abbiamo incontrato lungo il sentiero. Vento così forte che ci spostava. Pezzetti di neve ghiacciata che ci buttava addosso come fosse una sassaiola contro la quale non potevamo reagire ma soltanto aspettare che fosse passata. Però, c’è stato un momento che avrei voluto filmare con gli occhi. Un momento nel quale mi sono messa con le spalle al vento e davanti a me ho visto i faggi ormai spogli ondeggiare sinuosi e il sole illuminare la neve alzata che si muoveva nell’aria come fosse polvere d’argento. Ecco, quell’attimo di bellezza me lo ricorderò a lungo. Forse più del freddo e del vento che abbiamo patito prima di arrivare al rifugio. Sole, neve, vento. Tanto vento. Tante domande.
“The answer my friend is blowin’ in the wind…” cantava il vecchio Bob. Dimmi, ti prego, che non cantava da solo.

Storia di foglie e di mani

“ No, no quest’anno niente farina” mi dice scuotendo la testa Mario del Vallone. Alle sue spalle un caniccio fumante sta essiccando quel poco di castagne che è riuscito a trovare. Ma niente di più. Niente commercio. Solo per la sua famiglia. Sarà stata la siccità della scorsa estate ma soprattutto, sarà dovuto all’attacco massiccio del cinipide galligeno del castagno che ormai sta infestando i boschi. La farina di castagne, qui in montagna dove non cresce il grano, è stata nei secoli passato l’equivalente della farina di mais per la pianura padana. Con la farina di castagne, che noi chiamiamo semplicemente ‘farina dolce’, i miei avi si sono inventati i piatti più disparati per renderla gustosa e meno noiosa possibile. Adesso, a parte nelle radici, nelle tradizioni, nelle feste, la farina dolce è comunque rimasta un simbolo, oltre che un piacere per il palato. Un simbolo che io esportai con discreto successo perfino tra i miei amici delle varie nazionalità quando da giovane studentessa abitavo alla casa dello studente.
Il cinipide galligeno (dal nome potrebbe risultare perfino simpatico) è un insetto originario della Cina. La femmina depone le uova sulla gemma del castagno la quale resta inerme fino alla primavera.Successivamente, la foglia si cistizza e forma come una specie di brufolone gigante, triste e orribile. La pianta per reagire all’attacco si debilita e produce pochissime castagne secche e prive di contenuto. La bella foglia lanceolata con la quale da bimbi facevamo i caschi di toro seduto intrecciandole tra loro (perché sembrano appunto penne) oggi assomiglia a un foglio di carta vecchio e accartocciato.
Le uova invisibili di un insetto fanno questo. Producono tanta distruzione. “Butta un bicchiere di aceto in una botte di vino buono” mi diceva il mio professore di filosofia” e quel vino diventerà imbevibile”. “Butta un bicchiere di vino in una botte di aceto e non farà alcun danno”.
Com’ è facile distruggere le belle cose! Quanto ci vuole poco! E a volte la colpa non è di nessuno. Non c’è una vera e propria volontà nel farlo. Quanto distruggono il silenzio, l’incomprensione, la poca chiarezza, la mancanza di coraggio. Quanto sangue esce dalle nocche di chi bussando ad una porta senza risposta insiste solo per sentirsi dire “grazie non vogliamo niente”. Ma per lo meno sapere che si è considerati, che c’è qualcuno. Ma tu insisti e forse sbagli. Allora magari ci tiri un calcio a quella porta e lo fai così per mettere merda su merda che in fondo quando si sta male siamo tutti più limitati. Com’è facile non riuscire a capire l’altro quando nemmeno lui ci capisce. Come facile sbagliare quando siamo stanchi, stressati, sfiniti da certi comportamenti. E intanto la bellezza se ne va. Senza accorgersene. Come le microscopiche uova del cinipide che da invisibili già stanno facendo danno.
Ieri notte ti ho sognato. Eri seduto sul gradino davanti ad una porta. C’era una festa, banchetti, gente, colori, bella luce, non ricordo altro. Poco distante da te una signora, sembrava una donna saggia tipo un’indigena del latinoamerica. Dopo un po’ che gironzolavo per la festa mi sono avvicinata.” Posso?” Ti ho chiesto. E mi sono seduta accanto a te. Ci siamo presi per mano. Né io l’ho cercata, né tu me l’hai cercata. Le nostre mani si sono venute incontro contente facendo metà strada per uno. “Cos’hai? Ti vedo un po’ strano…” Ti ho chiesto. “Speravo venissi prima qui da me.“ Mi hai risposto, vincendo la tua ritrosia per certe domande. “Ma io sarei voluta venire anche subito. Pensavo di darti fastidio!” Poi ti ho guardato negli occhi senza aggiungere altro. Senza vederci altro. Solo il bello di quello che ho visto la prima volta che ti ho incontrato.
Tifiamo per il toymus sinesis che è l’insetto antagonista del cinipide del castagno ad oggi l’unico rimedio possibile. La scorsa estate ne hanno buttati grandi quantitativi. A giorni in cielo sembravano nuvole. Nuvole di moscerini. Nuvole passeggere e stranamente amiche.