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Viaggi

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Cosa resta di un viaggio breve e intenso? A guardare la mia piccola valigia blu: panni sporchi, un libro nuovo, due tazze di vetro trasparente ricevute in regalo. A guardare dentro i miei occhi molto di più. Tutte le strade portano a Roma. Anche quelle che partono da lontano. Camminare per strade sconosciute. Incontrare persone conosciute. Incontrare persone conosciute solo a parole. Cosa resta nell’aria dopo un incontro, un abbraccio, una sera passata insieme a ridere e parlare? Forse può rispondere solo quel gatto un po’ temerario che ci dà il benvenuto sfidando il traffico cittadino. “Promettimi…” Non so fare quel genere di promesse, ma so che basta lasciare fluire la vita per onorare certe promesse. So che il tempo è una variabile secondaria quando si parla di affinità. So che mi emoziono ancora a vedere un’alba, soprattutto quando ho una valigia in mano e un biglietto di viaggio perso in qualche tasca.
“Arrivata. Sono stata bene. Sto bene. Grazie di tutto”. Se esistesse ancora il telegrafo basterebbero queste parole. Se esistessero le anime nemmeno queste. Parole…Viaggiare…
No ne so trovare altre meno banali di “bello”. Potrei reiterarlo come fanno i bambini per rafforzarne il contenuto.”Bello, bello, bello”. Parole. Chissà con quale parola Marco Polo iniziò il suo Milione. Chissà con quale lo concluse. Se un velo di tristezza lo avvolse quando tornò a casa, se ne progettò subito un altro, se anche lui aveva una scatola piena di mappe geografiche e cartine da aprire sul futuro e sognare.

Dell’amicizia

mano

Tintinnano i nostri bicchieri per un brindisi quando, quasi per caso, ci ritroviamo attorno ad un tavolo una sera di primo autunno. Tocco il mio e dico: ”Viva!” Ecco. volevo dirtelo. Da quando te l’ho visto fare è diventato anche il mio modo di brindare. Quel “viva “ che può diventare una gioiosa constatazione della propria esistenza, con tanto di ringraziamento, quanto un’allegra esultanza.
Siamo amiche da molti anni. Da quando eravamo bambine ma ci vediamo poco. Ruoli familiari e impegni ci hanno separate inevitabilmente, a parte quando accadono momenti come l’altra sera. Tutto succede velocemente: ridere, raccontare, ricordare, come se nessuna di noi avesse dimenticato quel linguaggio.
Amici per la pelle. Amici a pelle. “Io non ci credo all’amicizia tra uomo è donna. Da una delle due parti c’è qualcosa in più”. Mi dicevi. E questa tua convinzione è sempre stata motivo di discussione tra noi perché invece io c’ho sempre creduto e ci credo. L’amore poi, per me ha sempre una grossa componente di amicizia, cameratismo, complicità. Anche quello più passionale. Anzi, dove questa componente è stata forte la passione è stata sana. Amicizie che diventano amore. A volte accade. A volte accade anche il contrario. Per fortuna. Amici che vivono lontano, vedi poco e ti dispiace. Amici nuovi. Amici tanto tanto amici ma solo in quel periodo. Amici che ritornano o che non se ne sono mai andati. Amici che “come è bello sapere che ci sei”. Amici che facciamoci due risate. Amici che “quando hai bisogno…” Per me l’amicizia è solo una forma di amore. Forse la più bella. E mi sembra ancora di sentire la voce di mia madre che urlava dal terrazzo, quando me ne andavo via veloce in sella al motorino perché le mie amiche erano venute a chiamarmi e magari lei mi voleva ancora a casa: “Vai, vai! Vuoi più bene agli amici che a noi!” La mia mamma è sempre stata un po’ esagerata e tragica ma in quegli anni, davvero, la mia famiglia erano loro.

Della felicità

felicità

C’era un prima e c’è un dopo. In mezzo quell’attimo di felicità. L’ho guardata socchiudendo gli occhi come quando il riverbero per la troppa luce non ti permette di aprirli. L’ ho guardata senza troppa insistenza. La felicità non ama essere presa troppo sul serio e nemmeno amata in maniera esagerata. Sa della sua vulnerabilità, della sensibilità ai tempi e agli umori. Se ne sta lì come macchie di luce nel bosco, che filtrano i raggi del sole e danno contrasto alle cose.
La felicità arriva spesso improvvisa, in punta dei piedi, inaspettata dietro un angolo buio. A volte, ti butta in terra come fa un cane di grande taglia per dimostrarti il suo affetto. A volte, ti dà un bacio in bocca senza preavviso. La felicità, a momenti, è una scommessa che credevamo persa, un numero che gli eventi della vita davano come perdente. La felicità è un matto con in mano in fiore in equilibrio sull’orlo di un precipizio. Nessuno sa che fine faranno quel matto e quel fiore. Solo lei. La felicità non sopporta troppo le parole, nemmeno quelle che vorremmo usare per descriverla. Ecco perché questo post sarà breve. La felicità quando arriva va onorata. Perché i suoi tempi sono attimi e parole come “ ma dopo?” Spesso la fanno solo fuggire.

Venuta al mondo

picchio

“ Chissà che tempo sarà stato? Ci sarà stato il sole oppure il cielo grigio? Magari una bella nevicata perché a febbraio non è di fuori. Chissà che tempo faceva il primo giorno che sono comparsa su questo pianeta…”
Chissà perché mi è presa questa fissa perché so già in partenza che quasi sicuramente non potrà avere risposta. Ho guardato anche su internet per vedere se esiste un archivio meteorologico, ma niente. L’unica che avrebbe potuto dirmelo era mamma e lei non c’è più. E lei, non che avesse scritto un diario come fanno le mamme di adesso per appuntare le cose più importanti del loro pargoletto, però si ricordava tutto. Allora pensi a quelli auguri che ti mancheranno oggi. E ti ricordi anche con che tono di voce te li avrebbero fatti. E ti mancano. Ecco, gli auguri per Natale, capodanno fanno piacere ma sono troppo facili. Insomma, è come cantare in coro, ballare sui tavoli quando tutti lo fanno, prendere la febbre quando gira un virus, canticchiare la stessa canzone quando è diventata un tormentone, leggere lo stesso libro quando è un bestseller.
Gli auguri per il compleanno no. Io ho una gran passione per ricordarmi i compleanni, devo dirlo. Forse gioco avvantaggiata, ma se uno mi dice la sua data di nascita è come se automaticamente la archiviassi da qualche parte, per tirarla fuori a tempo debito. Forse perché a me fa piacere riceverli. E so che facendoli chi li riceve ha piacere di riceverli. Insomma, un travaso di piacere. Non so che tempo facesse, ma so per certo dall’estratto di nascita che era mezzogiorno. Sole nel punto più alto della volta celeste. Per gli antichi greci nascere con il sole allo zenit era l’ora dei predestinati. Chissà. A volte mi chiedo in cosa. Forse a vedere se alle sportellate della vita si resta in piedi e soprattutto, come, in che modo ci si resta.
Il calendario degli eventi mi dice che il 15 febbraio erano nati Galileo Galilei, Totò e Carlo Maria Martini. Non so cosa possa avere da spartire con questi uomini illustri a parte che gli ammiro tutti e tre. So forse meglio quello che ho da spartire con la mia amica Lisa, anche lei è nata lo stesso giorno e potrei dire: coraggio di amare, testa sognante, un sorriso malgrado tutto, la bellezza anche dove non c’è. E poi il credere nell’amicizia. Il gusto del condividere, di un progetto insieme. In più, lei dice qualche bel “Vaffa” e invece io sono troppo pedagogica e vado sempre a capire, giustificare. Questi naturalmente sono solo i pregi. Il giorno del compleanno solo pregi. Come in quello del funerale.
Sono contenta che il 15 febbraio ormai da diversi anni hanno istituito “ M’illumino di meno”, la giornata del risparmio energetico. Nata quasi per gioco, per provocazione, dai conduttori del programma radiofonico Caterpillare è diventata sempre più un’iniziativa seguita. Spegniamo una luce in più fuori e proviamo ad accenderla dentro di noi! Magari non solo oggi. Facciamolo per questo pianeta ormai sanguisugato. Cosa sarà mai una lampadina? Accendiamo invece una candela. Che poi a lume di candela tutto è ancora più bello.
Ma il 15 febbraio, San Faustino, (il giorno dopo San Valentino) mi dicono sia anche la festa dei “single”. Ora scusate, ma voi che inventate tutte queste feste bischere, se proprio volete inventarle almeno inventatele bene. Con una logica. Non sarebbe stata meglio festeggiare la festa dei singoli il 13 febbraio, così magari veniva fuori qualche intreccio e da singolo qualcuno diventava coppia e… Taaaaaac! San Valentino il giorno dopo per tu-tu-tu- tubare!
E ora ringraziamenti. Agli auguri del mio babbo fatti con gli occhi lucidi e a quelli di tutta la mia famiglia. Grazie a tutti. Ai tanti. Agli amici. A chi non me l’aspettavo proprio, come qualcuno della cerchia dei wordpressiani che si era appuntata questa data, magari semplicemente perché io l’avevo tirata fuori in un post. Per chi mi ha mandato un messaggino stringato, una mail dall’Australia, per chi me li ha fatti cantando al telefono, per i fiori delle mie colleghe e i bigliettini dei miei alunni (perché loro ci perdono tempo e impegno a fare quei bigliettini coloratissimi e bellissimi in tre secondi dietro la carta riciclata della fotocopiatrice). Per chi me li ha fatti di prima mattina come se non vedesse l’ora, per chi me li ha fatti il giorno dopo perché se li era dimenticati. Per chi non me gli ha fatti e dico: cazzo, ma proprio tu? Come hai fatto a dimenticarlo? Tu che dentro quella bolla per poco tempo, ma per un tempo così profondo, siamo stati così vicini. Ci siamo sentiti così vicini. E una lacrima scende un po’ strizzata e un po’ triste. Ma vaffa! Potrei iniziare oggi a imitare Lisa. Poi guardo la sveglia sul comodino. Sono rientrata tardi e mezzanotte è ormai passata da un pezzo. Siamo già oltre.Oltre il mio compleanno. Ed io, malgrado questa nuvola, oggi sono stata felice.
Oggi c’era il sole. Ma non il sole sfrontato con il cielo azzurro. Un sole che va e viene. Se dovessi dirlo in due parole però direi: tempo buono. E’ freddo ma è freddo asciutto, quello che ti dà energia e non te la toglie. Basta coprirsi. Non tira nemmeno un po’ di vento (quello proprio non lo sopporto). Il crinale innevato si vede benissimo. E’ lì, nitido, morbido, accogliente e quando viene fuori il sole è pura bellezza.

(la foto è di Lisa)

Quattro calci ad un pallone

“…Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore…Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo dalla fantasia…”
Potrei mettere come sottofondo questa canzone…
Se ho scelto di fare il mio mestiere è perché mi piaceva ma, di sicuro, molto è dipeso dalla maestra che ho avuto. Una maestra bravissima ma soprattutto, una persona davvero speciale. Il sabato mattina avevamo ginnastica e così lei, per farci muovere un po’, ci faceva giocare a pallone nell’atrio della scuola perché non avevamo la palestra. I miei compagni maschi erano felicissimi. Noi femmine meno, ma l’importante era giocare. Quello però che aveva architettato la mia maestra era un modo di giocare a pallone piuttosto strano, un po’ contenuto. Tipo biliardino (calciobalilla o come lo chiamate). Divisi in due squadre potevamo infatti muoverci solo in orizzontale lungo la mattonella e in questo modo passare la palla. Non ricordo se sia stato divertente. Forse sì. Ricordo più l’anno successivo quando sostituì il calcio contenuto con i pattini. Perché a me pattinare è sempre piaciuto. Figuriamoci farlo su di un pavimento liscio e non in quello scassato della nostra piazzetta!
Dopo questa mia precoce esperienza con il pallone sono passata dritta agli anni d’oro post adolescenza. Era estate, quando gli amici maschi ci allenarono seriamente per prepararci come squadra femminile del paese ad un incontro di calcio per beneficenza. In pochi giorni ci insegnarono le regole del gioco: come prendere il pallone di testa, come dargli un calcio, come fermarlo, ecc.ecc. Come allenatori non li mancava niente, ma forse pretesero l’impossibile. Del fatidico incontro ricordo solo che il campo da calcio era lunghissimo, che le basilari regole del gioco non furono quasi mai messe in pratica (compreso non correre dietro al pallone tutte insieme come uno sciame d’api) e che perdemmo 4 a 1. Ma soprattutto, che la partita finì con botte e stiracchiate di capelli tra una mia amica e un’altra ragazza della squadra avversaria alle quali piaceva la stesso ragazzo. Insomma, quasi come una vera partita di calcio di serie A.
L’altro giorno, ho fatto fare un gioco ai miei alunni. Ho dato un fogliettino e ho chiesto loro di rispondere a due domande: “La maestra Sandra mi piace quando…La maestra Sandra non mi piace quando….”. Naturalmente nel pieno anonimato. Non vi sto a raccontare la bellezza di cuore, la libertà e la freschezza delle risposte. Si va dai: “mi piace quando sorride perché ha un bel sorriso, mi piace perché ci spiega bene ed è chiara, mi piace quando consola i bambini e quando ci fa ridere…” Ai: “Non mi piace quando detta perché va troppo veloce, quando legge lei invece di noi, quando vuole che mangiamo la frutta alla ‘merenda sana’ fino ai comprensibili “non mi piace quando brontola e si arrabbia”. Ma il più bello è stato: “mi piace quando ci manda a riprendere il pallone”.
Dovete sapere che durante la ricreazione, specialmente quella dopo pranzo, se c’è bel tempo usciamo fuori. Qui, i maschi si organizzano sempre nella partitella di pallone. Ma il piazzale non è un campo da calcio e soprattutto, non ha una rete alta ma solo una ringhiera parapetto. Va da sé che il pallone finisce il più delle volta fuori e quando questo accade, finisce anche la partita. A me un po’ dispiace vedere questi Baggio in erba attaccati alla ringhiera a rimirare l’oggetto del loro amore finito in una stradina. Una stradina dove passa una macchina ogni tanto e una persona raramente e così scendo io, oppure, se non ci sono pericoli, mando uno di loro con accortezza a riprenderlo. E’ bello sapere che un mio alunno un giorno mi ricorderà anche per questo. Forse solo per questo ma va bene così.
Da due giorni nella mia classe è arrivato dalla Romania un nuovo alunno. Il suo nome con troppe u i e w è stato italianizzato in ‘Michele’. Michele ha 10 anni e non conosce una parola d’italiano. Non sono preoccupata di questo. Ormai nella scuola è quasi la norma. I bambini imparano presto e i compagni di classe saranno un valido aiuto. L’altro giorno Michele era comprensibilmente un po’ spaesato ma nello stesso tempo si è dimostrato collaborativo ed entusiasta di questa nuova esperienza. Poi l’ho visto a ricreazione mentre giocava a pallone con i compagni. Sorrideva felice e si divertiva. Non aveva bisogno di sapere l’italiano, non aveva bisogno di tante parole.
Forse davvero diamo troppa importanza alle parole. Seduciamo gli altri dando loro un bel vestito, ci difendiamo con esse facendone un’armatura. Costruiamo fiori, castelli, aerei di carta, fatti di parole. Le usiamo come fossero spade con noncuranza. Sono un po’ stufa delle parole. Anche delle belle parole. Anche delle non parole, dette per imbalsamare qualcosa che è un sentimento. Anche dei silenzi quando sono pieni di parole perché in fondo sono la stessa cosa. Ritorniamo all’essenziale. Un po’ più primitivi, un po’ più bambini. Forse saremmo tutti un po’ più contenti.

Figaro in gonnella

Mi sono resa conto che da quando non c’è più mamma, babbo è un’altra persona. Non voglio dire meglio o peggio, dico un’altra e di conseguenza, ha un altro rapporto con me. A volte, scopro una nuova parte di lui che mi sorprende favorevolmente. Una piccola parte ancora inespressa malgrado i suoi tanti anni. Forse, lo stare a lungo con una persona, come avviene nelle coppie consolidate, fa rimanere in ruolo preciso e preclude ad alcune parti di noi di sbocciare, di venir fuori. Come se l’equilibrio ormai stabilizzato con l’altro le soffocasse o, quanto meno, non ne favorisse l’espressione. Fra le nuove cose che facciamo insieme quella che mi ha sorpresa di più è ridere. Il mio babbo è sempre stata una persona piuttosto introversa, taciturna, riflessiva però ha il dono dell’ironia e così quando apre bocca non è mai a caso. Questo lo è sempre stato anche se da piccola mio padre l’ho vissuto poco. Lavorava tanto, fino a sera tardi, sabato e domenica mattina compresi. Poi magari erano anche altri tempi e con i figli chi ci si perdeva era la mamma. A diciotto anni poi sono andata a vivere per conto mio e da lì il rapporto con lui è diventato “normale”. Adesso è un altro ridere, più da bambini. E’ un ridere giocoso.
Una cosa che ultimamente ci fa ridere entrambi (più me in verità) è quando gli faccio la barba. I primi tempi ne era terrorizzato e non voleva assolutamente. Aveva paura che lo tagliassi. Questo diceva. Ma io mica uso un rasoio con la lama a vista. E poi lui non lo sa ma io sono esperta. Ho fatto la gavetta. Tanto tempo fa, quando avevo un fidanzato che si era rotto un braccio, il braccio destro per giunta, diventai il suo barbiere di fiducia per un mese. Non so quanto ad un uomo faccia piacere farsi fare la barba dalla persona che ama oppure, quanto questa esperienza debba essere limitata ai soli casi di necessità. A me, per esempio, fa piacere farmi lavare i capelli o farmeli asciugare. Mica spesso, per carità. Quando è successo però mi è sembrato bello. Ecco, non so quanto la barba faccia parte della peluria accessibile all’altro. Mi piacerebbe saperlo.
A parte questo, abbiate fiducia in me: sono davvero un figaro in gonnella! Non uso nemmeno la schiuma da barba, ma pennello e sapone. Faccio una bella schiuma, che passo e ripasso con il pennello massaggiando bene la cute. Ecco che capita che alla vista di quella faccia imbiancata come se fosse babbo natale faccia una risata, oppure gli passi il pennello (che in verità è un pennellone e mica si può andare di fino) inavvertitamente sulle labbra e il suo “non me la far mangiare, eh!” arriva subito. Poi inizia il mantra dei ”fai piano. Non avere fretta. Stai a vedere che ora tu mi tagli…” e tutte le volte io a rassicurarlo. Ma io sono brava. In tutti questi mesi mica l’ho mai tagliato.
E’ bello guardarsi allo specchio e sorridersi. Come se la cornice racchiudesse un momento magico e il riflesso fosse quello che di più bello puoi vedere.

Salti mortali

L’altra sera mi è venuta a trovare una bella cavalletta. Chissà se c’era già oppure è entrata con la porta aperta. E’ una cavalletta particolare. Una cavalletta a metà. Le manca una zampa, poverina, ma salta e vola senza troppi problemi. Provo una simpatia immediata per questa cavalletta zoppa perché deve essere difficile scavallettare con una zampa sola anche se lei sembra non preoccuparsene più di tanto. Forse è amica del grillo di pinocchio ed è venuta per ricordarmi qualcosa. Ricordarmi che ci sono persone che saltano, corrono, nuotano con una gamba sola e forse senza nemmeno quella. E così, quando sul divano di casa guardo con ammirazione e gli occhi in po’ lucidi le imprese degli atleti alle paralimpiadi non posso che autoimpormi un calcio nel sedere. Così, per ricordarmi che di fondamentale non mi manca nulla. Gambe comprese.
Menomati, handicappati, invalidi civili, disabili, diversamente abili, la lingua italiana si è sbizzarrita nel coniare i termini più disparati in base al periodo storico e politico. Quando mio fratello era piccolo andava di moda il vocabolo “infelice”. Come se chi lo pronunciava avesse un termine di paragone su cosa sia davvero la felicità. Perché, in verità, a guardarli bene nello schermo e in chi conosco da vicino, nei loro occhi vedo solo una sana felicità: luminosa, pura, disinteressata. Una felicità normale. Ma soprattutto, vedo un tale attaccamento alla vita che pochi felici hanno.