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Tempo permettendo

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Questi primi giorni di giugno, di giugno hanno solo il nome. Sembrano giornate marzoline. Il tempo cambia repentinamente e svariate volte nel corso della giornata. Così, alla tua domanda: “come va?” Mi verrebbe quasi da rispondere: “come il tempo”. A volte accade che di prima mattina ci sia il sole, poi improvvisamente rannuvola o addirittura viene giù un bel temporale e infine sulla sera torna il sereno. Ma a volte capita che il sole non torni e viene buio con la pioggia. E’ difficile da capire questo. Soprattutto quando l’altra mattina dalla classe vedevamo il sole splendere in cielo, ma non è stato possibile fare quella camminata programmata da tempo al rifugio del Montanaro perché nel pomeriggio avrebbe piovuto. “Ma siamo in quinta!” mi dite. E così non posso nemmeno rispondervi: “La faremo il prossimo anno” ma solo sperare che un po’ del mio amore per le montagne che abbiamo intorno via abbia contagiato. Oggi c’è il sole. Così metto gli occhiali scuri e, all’uscita da scuola, dopo cinque anni passati insieme i miei occhi lucidi non si aggiungono ai vostri. Perché la vita va avanti e voi siete la vita. Perché ieri ho visto piangere mio padre. Non l’ho mai visto piangere in tutta la vita come nell’ultimo anno. Ho dovuto dirgli che era morto suo fratello Gigi, l’ultimo dei suoi sei fratelli. In poco più di un anno prima se n’è andata mamma, poi la zia Idria che abitava a due passi ed era più di una sorella, adesso lui. E mi sembra che la morte quando si invecchia troppo diventi una compagna invadente. E lui si è messo a piangere “anche questa non ci voleva”. “ E’ vero babbo, non ci voleva”. Poi t’incazzi e io sto zitta perché è vero, la morte fa pure incazzare. Va detto ai teorici della morte. A quelli che ragionano bene. A discorsi però. Perché quando domandi loro: chi hai perso nella tua vita? un genitore, un fratello, un amico del cuore, un figlio? Vedi che la loro memoria continua a rovistare nel lontano passato fino a ripescare un prozio con il quale non erano neppure legatissimi. Allora state zitti che dire “la morte fa parte della vita. Bisogna accettarla senza ansia e senza angoscia” detto da voi fa proprio ridere. Alla morte non siamo mai preparati e quando arriva lascia vuoto e dolore. Poi la vita si ricompatta e si va avanti. Ma ci vuole tempo per riappoggiare il piede zoppicante a terra. E così, in quell’attimo dal sapore amaro e già conosciuto, fa bene sentire il calore di una mano amica, le parole di un messaggino, due chiacchiere con un’amica, un abbraccio dato da lontano. E la nebbia si dirada. Quel peso sul petto un po’ si alleggerisce. E guardo a domani. Chissà che emozione. Lo so, lo so, nessuno di voi avrà messo gli scarponcini in valigia perché è un po’ da pretenziosi (io) o da matti (voi) guidare per quattro o cinque ore e poi pensare di andare a camminare sul crinale. Allora la montagna la guardiamo da sotto che è bella ugualmente o la ricerchiamo negli occhi l’uno dell’altro attorno ad un tavolo. Sono proprio felice di incontrarvi. Buon viaggio, amici cari.
Questo pensavo nell’attesa che l’asciugatrice automatica della lavanderia a gettoni mi rendesse il bucato. Perché è così. Quando il sole non c’è bisogna inventarlo.

Venuta al mondo

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“ Chissà che tempo sarà stato? Ci sarà stato il sole oppure il cielo grigio? Magari una bella nevicata perché a febbraio non è di fuori. Chissà che tempo faceva il primo giorno che sono comparsa su questo pianeta…”
Chissà perché mi è presa questa fissa perché so già in partenza che quasi sicuramente non potrà avere risposta. Ho guardato anche su internet per vedere se esiste un archivio meteorologico, ma niente. L’unica che avrebbe potuto dirmelo era mamma e lei non c’è più. E lei, non che avesse scritto un diario come fanno le mamme di adesso per appuntare le cose più importanti del loro pargoletto, però si ricordava tutto. Allora pensi a quelli auguri che ti mancheranno oggi. E ti ricordi anche con che tono di voce te li avrebbero fatti. E ti mancano. Ecco, gli auguri per Natale, capodanno fanno piacere ma sono troppo facili. Insomma, è come cantare in coro, ballare sui tavoli quando tutti lo fanno, prendere la febbre quando gira un virus, canticchiare la stessa canzone quando è diventata un tormentone, leggere lo stesso libro quando è un bestseller.
Gli auguri per il compleanno no. Io ho una gran passione per ricordarmi i compleanni, devo dirlo. Forse gioco avvantaggiata, ma se uno mi dice la sua data di nascita è come se automaticamente la archiviassi da qualche parte, per tirarla fuori a tempo debito. Forse perché a me fa piacere riceverli. E so che facendoli chi li riceve ha piacere di riceverli. Insomma, un travaso di piacere. Non so che tempo facesse, ma so per certo dall’estratto di nascita che era mezzogiorno. Sole nel punto più alto della volta celeste. Per gli antichi greci nascere con il sole allo zenit era l’ora dei predestinati. Chissà. A volte mi chiedo in cosa. Forse a vedere se alle sportellate della vita si resta in piedi e soprattutto, come, in che modo ci si resta.
Il calendario degli eventi mi dice che il 15 febbraio erano nati Galileo Galilei, Totò e Carlo Maria Martini. Non so cosa possa avere da spartire con questi uomini illustri a parte che gli ammiro tutti e tre. So forse meglio quello che ho da spartire con la mia amica Lisa, anche lei è nata lo stesso giorno e potrei dire: coraggio di amare, testa sognante, un sorriso malgrado tutto, la bellezza anche dove non c’è. E poi il credere nell’amicizia. Il gusto del condividere, di un progetto insieme. In più, lei dice qualche bel “Vaffa” e invece io sono troppo pedagogica e vado sempre a capire, giustificare. Questi naturalmente sono solo i pregi. Il giorno del compleanno solo pregi. Come in quello del funerale.
Sono contenta che il 15 febbraio ormai da diversi anni hanno istituito “ M’illumino di meno”, la giornata del risparmio energetico. Nata quasi per gioco, per provocazione, dai conduttori del programma radiofonico Caterpillare è diventata sempre più un’iniziativa seguita. Spegniamo una luce in più fuori e proviamo ad accenderla dentro di noi! Magari non solo oggi. Facciamolo per questo pianeta ormai sanguisugato. Cosa sarà mai una lampadina? Accendiamo invece una candela. Che poi a lume di candela tutto è ancora più bello.
Ma il 15 febbraio, San Faustino, (il giorno dopo San Valentino) mi dicono sia anche la festa dei “single”. Ora scusate, ma voi che inventate tutte queste feste bischere, se proprio volete inventarle almeno inventatele bene. Con una logica. Non sarebbe stata meglio festeggiare la festa dei singoli il 13 febbraio, così magari veniva fuori qualche intreccio e da singolo qualcuno diventava coppia e… Taaaaaac! San Valentino il giorno dopo per tu-tu-tu- tubare!
E ora ringraziamenti. Agli auguri del mio babbo fatti con gli occhi lucidi e a quelli di tutta la mia famiglia. Grazie a tutti. Ai tanti. Agli amici. A chi non me l’aspettavo proprio, come qualcuno della cerchia dei wordpressiani che si era appuntata questa data, magari semplicemente perché io l’avevo tirata fuori in un post. Per chi mi ha mandato un messaggino stringato, una mail dall’Australia, per chi me li ha fatti cantando al telefono, per i fiori delle mie colleghe e i bigliettini dei miei alunni (perché loro ci perdono tempo e impegno a fare quei bigliettini coloratissimi e bellissimi in tre secondi dietro la carta riciclata della fotocopiatrice). Per chi me li ha fatti di prima mattina come se non vedesse l’ora, per chi me li ha fatti il giorno dopo perché se li era dimenticati. Per chi non me gli ha fatti e dico: cazzo, ma proprio tu? Come hai fatto a dimenticarlo? Tu che dentro quella bolla per poco tempo, ma per un tempo così profondo, siamo stati così vicini. Ci siamo sentiti così vicini. E una lacrima scende un po’ strizzata e un po’ triste. Ma vaffa! Potrei iniziare oggi a imitare Lisa. Poi guardo la sveglia sul comodino. Sono rientrata tardi e mezzanotte è ormai passata da un pezzo. Siamo già oltre.Oltre il mio compleanno. Ed io, malgrado questa nuvola, oggi sono stata felice.
Oggi c’era il sole. Ma non il sole sfrontato con il cielo azzurro. Un sole che va e viene. Se dovessi dirlo in due parole però direi: tempo buono. E’ freddo ma è freddo asciutto, quello che ti dà energia e non te la toglie. Basta coprirsi. Non tira nemmeno un po’ di vento (quello proprio non lo sopporto). Il crinale innevato si vede benissimo. E’ lì, nitido, morbido, accogliente e quando viene fuori il sole è pura bellezza.

(la foto è di Lisa)

“bello spirito d’animo”

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Le mamme sono quelle che ci toccano per sorte, ma le zie possiamo scegliercele. Ed io me l’ero scelta. Per carattere, perché era una persona con la quale si stava benissimo e per affinità. Mia zia Idria, classe 1922, era una persona positiva che malgrado le difficoltà non si è mai scoraggiata nella vita. Era solare e accogliente. Di sé diceva che aveva un “bello spirito d’animo” e non so se questa immagine possa racchiudere tutto. Era anche spiritosa, nel senso di simpatica. Quando a tredici anni entrò a lavorare nella fabbrica che la Società Metallurgia Italiana aprì da queste parti, le compagne di lavoro la volevano sempre accanto perché le faceva ridere. Il posto di lavoro era un bancone e, vista la loro età, a molte piccole operaie dovettero perfino fare un rialzo per poterci arrivare. La fabbrica produceva munizioni e pallottole e il loro lavoro consisteva nello ‘scegliere’. Cioè, togliere gli scarti dai pezzi buoni. Ce la vedo, tutto il giorno a scegliere in una massa enorme di piccoli proiettili quelli che non erano venuti bene. Di sicuro avrà chiacchierato perché conoscendola non avrebbe potuto fare altro di fronte ad un lavoro così palloso. Ma era consuetudine andare a lavorare a quell’età. Mio padre a dodici anni già scaldava la colla dal falegname del paese dal quale imparò il mestiere.
Un pomeriggio la chiamò il capo reparto. Immagino sia stato un tipo tronfio e sicuro di sé. “Cosa sono questi, eh?” Le disse con la voce grossa, mostrandole una decina di scarti che lei aveva lasciato passare fra le migliaia e migliaia che aveva visionato in tutto il giorno. “Ehi dico…Ma non li hai visti!” le urlò fuori di sé. “Se li avevo visti, li avevo levati.” Gli rispose tranquillamente la zia. Risposta che le costò tre giorni di sospensione, un rapporto e la fama che la figlia di Lorenzo, quella piccina con gli occhi vispi, avesse proprio una bella lingua. E poi tanti ricordi mi legano a lei. Non solo quello che mi raccontava della sua vita, della guerra, delle persone e dei luoghi del posto ma anche della mia vita insieme a lei. Vita dove io traslocavo con piacere anche per intere settimane. Mi vedo ancora quando mi veniva in mente che volevo andare da lei, prendere la cartella e partire. Farmi un bel tragitto a piedi perché la sua casa era fuori paese e soprattutto, per una fifona come me, più della metà era al buio. Quando vedevo la luce di casa sua dopo l’alberone che mi faceva correre a perdifiato (immaginavo sempre ci fosse nascosto qualcuno dietro), era un sollievo. E rido quando andando a funghi, ma così per fare una giratina, ne trovammo così tanti senza aspettarcene che non sapevamo dove metterli, allora lei si tolse la sottoveste, ci fece un nodo e si misero lì. E quel giorno in salotto quando strascicavamo una damigiana di vino per portarla in cucina dove l’avremmo infiascato e la veste della damigiana si ruppe e il vino cadde tutto in terra. Mio nonno, il quale non lo disdiceva affatto guardandoci disse: “ Non mi dispiace per il vino, mi dispiace per te che ci devi ripulire”. E sempre di vino, quando manca poco ci prendeva fuoco la casa per un corto circuito, allora tu svelta corresti a tirar su la leva del contatore e poi buttasti acqua ma un passante vide tutto dalla finestra aperta e urlò: “ ma che fai, sei matta! Ci butti l’acqua sulla corrente elettrica! “Ci butterò il vino!” Gli rispondesti prontamente. Ecco, sembra tutto ancora così vivo, così vero.
Era lo scorso febbraio quando mia cugina portò la zia in ospedale perché da un paio di giorni non stava più bene. Quando all’una sono uscita da scuola sono corsa da lei. L’ho trovata attaccata alla maschera per l’ossigeno ma ancora vigile, con gli occhi vispi che mi buttava baci da sotto quella maschera. Stetti con lei quello che potevo. Quel giorno avevo anche la consegna delle schede ma in serata appena finito ritornai in ospedale. La trovai con gli occhi chiusi. Forse addormentata, forse in coma. Il respiratore andava ancora. Provai a chiamarla ma lei non mi rispondeva più. A mia cugina i medici avevano detto che era questione di poco. Mia zia aveva novant’ anni. Un età ragionevole come avrebbe detto lei per andarsene da questo mondo, ma non c’è mai un momento adatto per veder partire i nostri grandi saggi. Tornai a casa con la tristezza nel cuore e tanti pensieri. L’indomani durante la ricreazione guardai il telefono e vidi una chiamata persa, quella di mia cugina. “Mi vorrà dire che la zia se n’è andata” dissi alla custode. “Non la chiamo. Non adesso. Mi metterei piangere e qui a scuola non voglio, non posso”. “ Dai, richiamala”. Insistette lei. E mi convinse. Fu davvero una custode. “Sandra, auguri! Buon compleanno!” Mi diceva la zia dall’altro capo del telefono con una voce flebile ma sempre entusiasta. “Che bellissima sorpresa, zia! Grazie, grazie. Che bello sentirti.” E poi dissi un’infinità di parole sempre sulla stessa onda di gioia. “Appena esco da scuola passo, così gli auguri me li fai dal vero”.
Quando però sono uscita da scuola mia zia non c’era più. Se n’era andata. Se n’era andata il 15 febbraio, il giorno del mio compleanno. Passai momenti di un dolore e di una tristezza senza tempo. A distanza di sette mesi dalla perdita di mamma la morte aveva ancora tirato su il mio numero. Mi sembrava impossibile. Ecco, della morte mi colpisce questo, il fatto che solo pochi attimi prima tutto sia così diverso. Che ci sia una voce, una persona, un calore, una presenza e poi, mi verrebbe da dire, il silenzio e tutto finisce, ma forse non è nemmeno così, forse cambia solamente. Poi non so se è nella morte o nella vita che si vuole aggrappare a qualcosa di fermo, a qualcosa che non ti faccia sprofondare del tutto, così la sera, prima di tornare a casa, ho comprato una bottiglia di spumante e sono passata della mia amica Lisa nella sua bottega, perché il 15 febbraio è anche il suo di compleanni. E ho brindato insieme a lei. A noi. A me, a mia zia Idria, al bene che ci siamo volute e che continua. L’ho vista sorridermi. Quando la immagino mi sorride sempre. E quando piango, lo stesso. Come dirmi: povera bischera. A quei giorni mi sembrava ingiusto che una persona cara se ne andasse in un giorno così particolare. Quasi mi sembrava una coincidenza nefasta. Oggi mi sembra un regalo. E quando traballo, quando il vento soffia forte, quando la porta non si apre, quando la nostalgia fa il tagliando, penso a lei e mi torna un pochino di “bello spirito d’animo”. Come una piccola scintilla di brace rimasta sotto la cenere che piano, piano, riaccende il fuoco. Come una luce oltre il buio dell’alberone.

Figaro in gonnella

Mi sono resa conto che da quando non c’è più mamma, babbo è un’altra persona. Non voglio dire meglio o peggio, dico un’altra e di conseguenza, ha un altro rapporto con me. A volte, scopro una nuova parte di lui che mi sorprende favorevolmente. Una piccola parte ancora inespressa malgrado i suoi tanti anni. Forse, lo stare a lungo con una persona, come avviene nelle coppie consolidate, fa rimanere in ruolo preciso e preclude ad alcune parti di noi di sbocciare, di venir fuori. Come se l’equilibrio ormai stabilizzato con l’altro le soffocasse o, quanto meno, non ne favorisse l’espressione. Fra le nuove cose che facciamo insieme quella che mi ha sorpresa di più è ridere. Il mio babbo è sempre stata una persona piuttosto introversa, taciturna, riflessiva però ha il dono dell’ironia e così quando apre bocca non è mai a caso. Questo lo è sempre stato anche se da piccola mio padre l’ho vissuto poco. Lavorava tanto, fino a sera tardi, sabato e domenica mattina compresi. Poi magari erano anche altri tempi e con i figli chi ci si perdeva era la mamma. A diciotto anni poi sono andata a vivere per conto mio e da lì il rapporto con lui è diventato “normale”. Adesso è un altro ridere, più da bambini. E’ un ridere giocoso.
Una cosa che ultimamente ci fa ridere entrambi (più me in verità) è quando gli faccio la barba. I primi tempi ne era terrorizzato e non voleva assolutamente. Aveva paura che lo tagliassi. Questo diceva. Ma io mica uso un rasoio con la lama a vista. E poi lui non lo sa ma io sono esperta. Ho fatto la gavetta. Tanto tempo fa, quando avevo un fidanzato che si era rotto un braccio, il braccio destro per giunta, diventai il suo barbiere di fiducia per un mese. Non so quanto ad un uomo faccia piacere farsi fare la barba dalla persona che ama oppure, quanto questa esperienza debba essere limitata ai soli casi di necessità. A me, per esempio, fa piacere farmi lavare i capelli o farmeli asciugare. Mica spesso, per carità. Quando è successo però mi è sembrato bello. Ecco, non so quanto la barba faccia parte della peluria accessibile all’altro. Mi piacerebbe saperlo.
A parte questo, abbiate fiducia in me: sono davvero un figaro in gonnella! Non uso nemmeno la schiuma da barba, ma pennello e sapone. Faccio una bella schiuma, che passo e ripasso con il pennello massaggiando bene la cute. Ecco che capita che alla vista di quella faccia imbiancata come se fosse babbo natale faccia una risata, oppure gli passi il pennello (che in verità è un pennellone e mica si può andare di fino) inavvertitamente sulle labbra e il suo “non me la far mangiare, eh!” arriva subito. Poi inizia il mantra dei ”fai piano. Non avere fretta. Stai a vedere che ora tu mi tagli…” e tutte le volte io a rassicurarlo. Ma io sono brava. In tutti questi mesi mica l’ho mai tagliato.
E’ bello guardarsi allo specchio e sorridersi. Come se la cornice racchiudesse un momento magico e il riflesso fosse quello che di più bello puoi vedere.

Cardiologia

Apri e chiudi gli occhi. Senza pretesa, senza offesa. C’è penombra. Solo le luci colorate sul monitor che evidenziano la frequenza cardiaca. Il battito del tuo cuore piano, piano, sta tornando sui valori normali. Non ti toccare i fili, non ti sbottonare. Sembro un gendarme e non vorrei. E tu, l’uomo forte, autonomo, indipendente, dove sei? T’imbocco (è vero il semolino non è invitante) e tremi come una foglia. Ti hanno messo perfino un pannolone ma non devi averlo capito perché ogni tanto cerchi di alzarti perché vuoi andare in bagno. Hai una farfalla sul polso, punge e non vola. Vorrei dirti che ieri sui monti ne ho vista una piccola e gialla e l’ho rincorsa. Sembrava l’avesse fatto a posta. Mi ha portato in una piccola radura tra i faggi. Era un posto da sogno. Dove si poteva solo stare bene.
La tua invece non è una farfalla che ti fa compagnia ed i tuoi monti sono così lontani. Cerco di farti ridere. Così, perché voglio ridere anch’io ma ci riesco a malapena. Non so ridere a comando, nemmeno se mi sforzo, nemmeno se te l’ho promesso. Oggi non ci riesco. Ma so che riderò, questo sì. Ormai ho capito come gira questa vita e so aspettare. Ho fiducia. Mi chiedi se ho sonno quando mi vedi ciondolare sulla sedia che occupo da diverse ore. Vorrei dirti che ho passato la notte a giocare a far cesti di vimini e cornucopie. Ad intrecciare anime e corpi, sorrisi e calore. La porta automatica si apre improvvisa facendo il solito maldestro rumore. Apro gli occhi perplessa. Credo di aver dormito pochi minuti. Quel tanto che basta per vederlo andare via. Unità di cardiologia. Il reparto è quello giusto.

Festa della mamma

Mi sono sempre domandata se ti eri accorta che dietro l’ambulanza c’ero io. Oh sì, questo lo sapevi. Dico io che guidavo la macchina e piangevo. Stavano portandoti a Volterra. L’intervento al cuore per mettere un by-pass e cambiare una valvola era perfettamente riuscito. Adesso, passato un mese, ti stavano trasferendo in un centro di riabilitazione. Così avevamo voluto tutti, convincendoti un po’ a forza perché saresti volentieri tornata a casa, ma a casa convalescenza e riabilitazione ne avresti fatta ben poca. Il mio cuore invece, era stato appena ferito con una coltellata alle spalle, una di quelle che prima lacerano il polmone, ti tolgono il fiato e poi arrivano spietate dentro. Sul colle etrusco sarebbe stata una convalescenza per entrambe. Quindici giorni lontano da tutto e da tutti, dedicati solo alla ricostruzione. Così immaginavo.
La sera alle nove ti lasciai un po’ provata e stanca ma 3 ore di strada, quasi tutte a curve, passate sdraiata non erano poco. Ti avevo lasciato nelle mani di infermieri e medici che avevo sentito subito a pelle essere persone generose e molto umane. C’era un bel calore e questo mi faceva ben sperare. Ti salutai. Mentre tu ricordo borbottasti: “guarda che mamma tu hai!” Forse perché riuscivi con molta fatica a fare gesti quotidiani. “Vedrai… qui ti rimettono a nuovo!” risposi io e poi ti salutai. Ricordo con un bacio. Non perché fosse nostra usanza farlo se non per i saluti quelli veri, tipo quando parti per un viaggio o per una ricorrenza, ma quella sera andò così.
Uscita dall’ ospedale avevo mangiato qualcosa in una trattoria sentendomi un po’ turista e poi ero rincasata. Un mio amico carissimo era partito per le ferie e mi aveva lasciato le chiavi di casa. C’era bellezza intorno. Calore, affetto, disponibilità. Cominciavo a respirare.
Verso 23 mi chiamarono al telefono dall’ospedale. “ Per favore, venga subito ” “Arrivo” dissi io senza nemmeno indagare sul perché. Non osai farlo.
Arrivata nel reparto di mia madre ricordo ancora la dottoressa, una donna alta, giovane e dagli occhi dolci venirmi in contro e dondolare la testa come il batacchio di una campana che suona a morto.
“ Abbiamo fatto di tutto per rianimarla, ma non c’è stato verso”.
A queste parole feci un urlo di dolore disumano. Ad oggi non so nemmeno capacitarmi dove trovai tanta spregiudicatezza dentro di me. Sicuramente svegliai tutti perché in un ospedale già alle nove di sera è notte fonda figuriamoci a mezzanotte. Un arresto cardiaco l’aveva trasportata in un‘ altra dimensione. Senza accorgersene e senza patire. Così mi era stato detto e confermato anche dall’infermiere che un’ora prima le aveva portato una medicina.
Fu una tragedia e se ci penso ancora oggi non mi sembra vero aver retto a tanta disperazione.
Era sabato e fino a lunedì non potevo nemmeno portarla via. Per due giorni ho vagato per Volterra come un cane bastonato. Passando da momenti nei quali piangevo senza ritegno ad altri nei quali perfino ridevo ripensando a come avrebbe riso lei di fronte a qualche bischerata delle mie che anche in quei momenti combinavo.
Era il 23 di luglio ma non era una bella giornata. Il sole andava e veniva e ogni tanto pioveva.
Ricordo di essere stata per un tempo imprecisato seduta su un gradino a piangere con gli occhiali scuri malgrado il cielo grigio. A volte, qualche turista incuriosito soffermava su di me un po’ lo sguardo ma cosa avessero immaginato era l’ultimo dei miei pensieri.
Sembra un paradosso ma la solitudine è stato il miglior modo per vivermi questo distacco. E se c’è un disegno, un perché, sento che gliene sono grata. Non mi sono dovuta trattenere in niente e questo ha accelerato la guarigione (se di guarigione si potrà mai parlare, diciamo l’accettazione) Da quel giorno, nemmeno un anno fa, sono cambiate tante cose nella mia vita.
I rapporti con mia madre non sono mai stati idilliaci, ma di mamme avevo solo lei e ho sempre pensato che malgrado gli sbagli, avesse sempre agito per come poteva. Una cosa ho sempre più chiara, quel giorno lei mi ha dato la vita un’altra volta. Certo, con tutta la sofferenza e lo smarrimento che una nascita comporta ma è così.
La mentalità occidentale ha una visone dualistica delle cose e questo ci porta alla scissione. Dobbiamo imparare dagli orientali: tutto è uno, gli opposti sono complementari e ogni cosa è presente nel suo opposto. La morte fa paura, ne avvertiamo l’ignoto, il mistero. Ne subiamo gli effetti: dolore, distacco, rassegnazione. Ma se essa fa parte della vita non può esserne l’antitesi. E’ nella vita.
Al di là di ogni singola specificità, per tutti la parola ‘madre’ è sinonimo di porto sicuro, di un posto dove nel nostro immaginario siamo sempre accolti. Di fronte alla perdita della propria, è l’archetipo Madre che sprofonda e davvero sembra mancarti la terra di sotto i piedi. Allora piano, piano, cominci a diventare madre di te stessa, a ritrovare una madre nella terra e nella natura. Non a caso si dice Madre Terra.
Come sempre per la festa della mamma ti avrei regalato un’azalea della ricerca. Un po’ perché a te piacevano i fiori, un po’ perché a me sembrava di spendere bene i miei soldi, un po’ perchè sono pigra per certe cose. L’ho comprata anche oggi ma non la porto sulla tomba. Lo sai che per i cimiteri non ho un gran sentire. La porto a casa da babbo. “La pianto nella conca, in piena terra o la lascio così?” Ti ci vedo mentre mi dici: “grazie non importava” con il tuo sorriso fintamente imbarazzato ma contento.

Di trucioli, lavoro e similitudini

Oggi è il primo maggio, festa del lavoro ma non voglio parlarvi della situazione attuale che è a dir poco devastante e nemmeno del mio di lavoro che mi ci vorrebbe un libro, ma di quello del mio babbo.(Da ora in poi dovrete avere pazienza perché per un toscano è proprio impossibile pronunciare la parola papà e quindi nella vostra mente dovrete fare il simultaneo).
Il mio babbo ha fatto tutta la vita il falegname. Da solo. Cioè, nella sua bottega artigiana, senza un dipendente ma senza nemmeno un padrone. Per moltissimo tempo ha fatto solo il falegname vero e proprio, costruendo con il legno tutto quello che la gente gli richiedeva, dagli infissi ai mobili. Negli ultimi tempi si dedicava solo al restauro di mobili vecchi. Secondo me, il mio babbo aveva le mani d’oro e parlo al passato solo perché ha 86 anni e in bottega da un paio un paio di anni non ci va più. E non lo dico perché trovando una sua vecchia pagella ho scoperto che aveva 6 in tutte le materie ma un bel 9 alla voce “lavori manuali”. L’ho proprio constatato.
Ha iniziato a fare questo lavoro finita la V elementare, andando a scaldare la colla da Egidio un falegname del posto che via, via, gli ha insegnato in pratica i segreti del mestiere.
Da piccola ricordo che il mio babbo lavorava tanto, fino a tarda sera e perfino la domenica mattina. Ma non tanto per veder compiuto il pezzo, quanto piuttosto perché una volta terminato il lavoro sarebbe stato pagato. Non andava nemmeno mai in ferie, chiudeva solo per le feste comandate. Detto così sembra uno stakanovista in realtà lavorava soltanto lui e aveva tre figli, uno dei quali con problemi fin dalla nascita.
Ricordo però che a casa ci portava tanti bei toppetti di legno di tutte le forme e dimensioni. Erano i nostri Lego che io e mia sorella personalizzavamo con le matite. E poi ricordo ancora il profumo del legno quando entravo a salutarlo perché quello ti resta dentro, per sempre.
Non voglio nemmeno parlare del fatto che pur avendo lavorato tutta la vita come un ciuco adesso si ritrova con la pensione degli artigiani che è di 530 euro. Se potessi la respingerei al mittente. Solo per dignità. Voglio invece parlarvi di come lui intendeva il lavoro e me l’ha trasmesso.
Quando le persone gli portavano mobiletti tarlati e sganasciati che stavano in piedi per miracolo e poi li riprendevano belli e rimessi a nuovo, spesso si lamentavano del prezzo. Non concepivano che per fare accadere questo prodigio ci fosse voluto tempo, pazienza, bravura. Una volta un signore esordì dicendo che se lo avesse saputo prima sarebbe andato all’ikea e con quella cifra ce ne avrebbe comprati dieci. Giustamente il mio babbo ci rimaneva male, perché immagino che quando uno compia una sorta di miracolo anche solo per lavoro, gli piacerebbe essere quanto meno ringraziato e poi è difficile fare preventivi precisi perché da quei catorci non sai mai cosa aspettarti. Così io gli suggerii una tattica. Una volta che il cliente si fosse presentato con il fatiscente pezzo da museo, poteva proporgli che il lavoro poteva esser fatto in modi diversi: uno più a buon mercato, facendo solo l’essenziale e in modo approssimativo ma che ugualmente avrebbe ridato all’oggetto la sua funzione; l’altro più serio, meticoloso, preciso ma che chiaramente avrebbe richiesto tempi di intervento maggiori e quindi anche costi.
Ricordo che una volta una signora optò per la prima offerta e così pensai che nessuno dei due si sarebbe poi trovato a sorprese. In realtà, nei giorni seguenti entrai in bottega e vidi il mio babbo che stava rifacendo le guide ai cassetti perché chiudessero bene (cosa non prevista dalla scelta più economica che aveva fatto la signora, magari pensando che con una culata li avrebbe chiusi lo stesso). Di fronte alla mia perplessità esclamò: “Oh… a me non mi riesce tirar via, lavorare male. E’ più forte di me. Pazienza! Ci rimetterò!”
Ecco, ci sono arrivata. Forse dal mio babbo ho preso questo senso del dovere. Soprattutto con se stessi. Lavorando nel pubblico anche se ci sono atteggiamenti, leggi, persone che ti fanno passare la voglia, anche se ci sarebbe più di un motivo per tirare a campare, proprio non ci riesco. E’ più forte di me.