Archivio tag | domande

Cosa vuoi fare da grande?

img_16622
Avevo le idee chiare, non c’è dubbio. Soprattutto se lo ricorda bene mia sorella, complice obbligata del mio progetto: “da grande voglio fare la maestra”. Pomeriggi interi trascorsi a giocare a maestre, dove io idealmente salivo in cattedra mentre lei, al banchino, si sorbiva bonariamente le mie lezioni ma soprattutto chilometrici dettati. Secondo me, è iniziata da lì la sua avversione allo studio.
A parte una piccolissima parentesi nella quale volevo fare l’acrobata in un circo (influenzata forse da una serie televisiva che mi pare di ricordare si chiamasse ”salto mortale”), intorno ai dieci anni i miei progetti lavorativi sono improvvisamente cambiati: “da grande voglio fare la giornalista”.
Chiesi così espressamente ai miei nonni, per la prima comunione, in regalo una macchina da scrivere. Mi arrivò una bellissima Olivetti Dora 64, color beige o crema o sabbia (ma non di Viareggio). Ricordo ancora perfettamente l’odore che faceva la bobina d’inchiostro. Una striscia metà rossa e metà nera che si srotolava e arrotolava generosamente per imprimere sul foglio le mie parole. Il ticchettio dei tasti che pigiavo con due dita, viste le mie quasi nulle conoscenze dattilografiche, ma con grande passione ed entusiasmo. Ma soprattutto, ricordo bene il giorno dopo. Quando, appena sveglia, feci le scale di corsa per vedere se era sempre lì. Cosa scrivevo? Di tutto. Cronaca, diario, giochi, ricette. Avevo perfino messo su un giornale dal titolo alquanto ambizioso: ” Parole nuove”. Ma la mia passione erano le interviste, a parenti, amici o personaggi immaginari.
“Ogni tanto ti leggo, sai? Mi fa tanto piacere. E’ come se per un attimo ti avessi vicino”. “Ho cercato il tuo nome e cognome e con sorpresa ho scoperto che hai un blog!” “Ti leggo, ti leggo di nascosto”.”Ti leggo e non ci conosciamo. Oddio. Ci conosciamo solo a parole, ma non è già tanto?”
Perché le parole si perdono e poi si ritrovano, vagano nell’etere e poi qualcuno le riporta a galla, ma per giorni e giorni restano lì, immobili, come la natura in inverno. Ma le parole che io amo profondamente non sono tutto. Io davvero credo che le anime quando ne hanno voglia o bisogno o si vogliono bene hanno anche altri modi per parlarsi. E so già che ridi e dici che è un caso, che sono coincidenze, ma l’altro giorno quel messaggino mi è arrivato quando delle tue parole ne avevo più bisogno.
“Cosa vuoi fare da grande?” Tra il poliziotto, il cuoco, la veterinaria, la parrucchiera, una mia alunna ha risposto: la maestra. “Perché?” Le ho chiesto. “Perché le maestre hanno tanta pazienza”.

Punto e virgola

Non so mettere le virgole. Magari non è neppure vero ma questa è la sensazione che ho. Quando scrivo un pezzo, leggo e rileggo e ogni volta sposto quella virgola come fosse un cursore perché non trovo mai quale sia il posto giusto. Alla fine la metto dove mi sembra più accettabile. Per mettere la virgola non ci sono regole precise, a meno che non si voglia fare un inciso, e questa anarchia già mi crea confusione. Lo so, la virgola va messa per fare una pausa, ma è come quando cammini, non c’è un posto preciso e giusto per fermarti. Lo fai dove senti il bisogno di farlo. Così leggo e mi documento sul web e in un sito sulla grammatica italiana trovo questo esempio lampante sull’importanza di mettere bene le virgole: “ Tu sei un grande, cazzo!” Non è come dire:” Tu sei un grande cazzo!” Un esempio alquanto originale ma calzante. A parte riderci su, non mi chiarisce i dubbi.
E’ già più facile mettere un punto. E’ come chiudere una porta. Senti il ‘chioc’ che ti fa capire che la serratura è entrata nel battente. Insomma, hai qualche prova tangibile. Sono dell’idea comunque che la lettera maiuscola non andrebbe scritta solo all’inizio della frase ma messa anche alla fine, prima del punto. Cominciare bene è opportuno, talvolta viene proprio naturale, ma anche finire in bellezza lo è e non sempre accade, bisogna impegnarsi fin dove si può. Anche quando sarebbe più facile fare andare le parole, ehm…le cose, a rotoli. Non è solo il finire. Conta il come. E penso che davvero dodici anni di vita insieme sono finiti, ma sono finiti bene se scendi da un palcoscenico nell’intervallo di un concerto per venirmi incontro e salutarmi perché è tanto che non ci vediamo. E penso a Folco, il figlio di Tiziano Terzani che disse che gli amici indiani del padre, saputa della sua morte, lo chiamarono chiedendo: “Com’è morto? com’è morto?” S’interessavano al come.
Non sono d’accordo invece sulla regola della lingua spagnola che vuole si metta il punto di domanda, oppure quello esclamativo, capovolti all’inizio di una frase per far capire al lettore quale intonazione darle. E’ vero, molte volte leggendo una lunga domanda si arriva nel finale dando un colpo di reni alla voce per fare l’impennata interrogativa. Ma in fondo, non è così nella vita? Le domande arrivano improvvise, per le risposte spesso ci vuole più tempo. Per esempio, l’altro giorno un’amica mi ha chiesto “…Ma tu ora come stai?” Sono sempre qui che ci penso. Le esclamazioni d’altro canto non gironzolano nell’aria. Arrivano di botto, spalancano la bocca, fanno battere i pugni sul tavolo.
Certe volte dispiace mettere un punto, come se fosse un chiodo che non si può togliere, allora si opta per i tre puntini di sospensione che rimangono lì, appesi, come un ponte tibetano tra due montagne. Ancora non sai se starai da una parte o dall’altra del ponte, ma soprattutto, non sai cosa ci sia in mezzo. Sono come le nuvolette dei fumetti, rimangono nell’aria e aspettano.
I due punti sono decisamente all’opposto. Loro sì che sanno bene cosa viene dopo: un elenco, una precisazione, un discorso compiuto. Se avessi la pazienza di guardare nei vecchi post scoprirei che di due punti ne ho messi davvero ben pochi.
Mi stavo dimenticando del punto e virgola. Forse perché non lo uso quasi mai. Sempre se avessi voglia di scartabellare nei vecchi post, di punto e virgola sono convinta non ne troverei nemmeno uno. Il punto e virgola mi confonde più della virgola. Davvero non so quale sia il suo posto, però potrei provarci magari mi alleno con la scrittura a vivere le classiche e ragionevoli vie di mezzo perché nella vita mi riesce male. Una discreta simpatia ce l’ho invece per le parentesi. Mi sembra di sussurrare quello che ci scrivo dentro, di dirlo in un orecchio soltanto ad un interlocutore privilegiato, a chi voglio io. Non me le vivo come portatrici di qualcosa di poco rilevante o di superfluo all’interno del discorso, anzi. Mi sembrano parole importanti messe dentro una nicchia protettiva, come una pietra preziosa tenuta tra le mani congiunte. Non so cosa capirete, perché può starci attaccato tutto ma nelle mie, oggi, ci scriverei: (tanto).