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A lezione di sopravvivenza

cuore

Certe malinconie non si addicono al mese di maggio. Soprattutto quando c’è il sole. A novembre sono già più accettabili ma, a maggio no. A novembre puoi venire a sapere che un amico se n’è andato. Venirlo a sapere all’improvviso, quasi per caso. Ma a maggio e soprattutto quando c’è il sole, sembra impossibile. Perché poi la malinconie non viaggiano mai sole. Sembra quasi necessario che arrivata una ne chiami a raccolta altre tre o quattro per prendere il tè nel salotto di casa tua. Allora guardi il sole di maggio che illumina il crinale e ti metti gli scarponi. Tanto peggio di così non starai.
Roma, binario 26. C’eravamo dati incontro lì una trentina di persone che mica si conoscevano. Facevano solo parte di un club. I club dei poeti. Che già solo da questi presupposti doveva far sorridere. Capita che quando uno s’incontra al binario 26 e soprattutto, quando incontra un altro poeta, capita che nasca l’amore. E capita anche che qualcuno lasci la sua terra d’origine, di mare e di zagare per il lontanissimo nord. E capita che tutto questo lo faccia a sessant’anni. “Come sono felice, come sono felice.” Mi dicevi quando ci sentivamo al telefono. ” Sono felice perché per la prima volta con una donna che amo mi sento libero”. La valigia piena di libri, chiacchiere intorno ad un tavolo e quella mostra di arte contemporanea dove abbiamo riso dall’inizio alla fine, perché noi mica siamo esperti di arte contemporanea ma scansare una stanza piena di scarafaggi in plastica è dura anche per i non artisti. “E’ stato tutto veloce. Un paio di mesi. Avrei dovuto chiamarti prima, ma non ce la facevo. E poi lui soffriva. Soffriva tanto, fino a quando non ha intrapreso la terapia del dolore. “Sai che ci siamo anche sposati? Lì sul letto d’ospedale, davanti al cappellano che in fretta e furia ha fatto tutti i fogli”. E mentre lo dici la tua voce diventa un’onda di bene che mi arriva tutta. Mentre sono io che ancora non sono guarita da tutte queste morti. Perché poi si guarirà mai da questi dolori, da queste mancanze ? “Conosci, poi ti affezioni, poi si creano i legami. Dovresti circondarti di poche persone, nemmeno di un gatto, così quando vengono mancare è più facile e ciò avviene con meno frequenza”. Mi direbbe l’Alfonsina. Cammino sul sentiero che porta al crinale e penso che no. Cosa cambia. Cosa cambia per chi si commuove per morti che sono lontane, viste allo schermo della televisione o lette in un libro.
Scendo a valle e lo zaino è un po’ più leggero. Rivedo il tuo sorriso sornione mentre saltellavamo attenti a non pestare gli scarafaggi artistici. “Una birra. Un birra fredda”. Chiedo alla barista del chioschetto dove ho lasciato l’auto. Gli occhi mi cadono su un volantino. C’è la foto in bianco e nero di un cane. Si chiama Askina. E’stato perso giorni addietro. E’ vecchio e non ci vede bene aggiunge una scritta. “L’avranno ritrovata?” Mi chiedo come chi affamato di buone notizie rovista nel bidone della caritas. Senza nemmeno pensarci compongo il numero scritto a caratteri cubitali sotto la foto. “ Mi scusi…senta…volevo sapere di Askina” “Ah! sì. L’abbiamo ritrovata ieri. Grazie al cielo ci hanno avvertiti e subito siamo andati a prenderla. Erano già passati dieci giorni e quasi non ci speravamo più”. Ciao Salvo. Ciao anima bella. La vita per noi cani persi continua.

Storia del cane Pippo, di Gemma e delle innumerevoli strade che può prendere la vita

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Fra le tante storie che Agnese ama raccontare nelle serate di veglia, c’è quella del cane Pippo, di Gemma e delle tante strade che può prendere la vita. Nessuno ha ben capito se quella sia una storia vera oppure, sia frutto della fantasia che l’anziana donna ha coltivato negli anni. Gemma, una dei protagonisti della storia, è una bambina di nove anni che vive con la sua famiglia nella bella casa colonica ai margini del paese. Un giorno Eugenio, il padre di Gemma. andò nel bosco a cercare funghi. Ma più che trovar funghi fece uno strano incontro. In mezzo alla stradina ghiaiosa che portava nel bosco, barcollante per la fame, la sete e il troppo sole che stava preannunciando l’arrivo di una torrida estate, vide un cane. Quello che ricordava un cane, sarebbe meglio dire. Il povero cristo infatti era spelacchiato e malconcio. Aveva attorno al collo una corda di plastica sfilacciata che evidentemente l’aveva tenuto legato a qualcosa di fermo e dal quale tira, tira, era riuscito a staccarsi. Il cane si fece avvicinare un po’ guardingo ma complice la spossatezza non fece resistenza. Eugenio vedendolo da vicino si accorse che intorno al collo, la corda tirata forse con insistenza e a lungo, aveva generato una profonda ferita che aveva rimosso il pelo e lasciato una brutta infezione in più parti. Eugenio decise così di prendere il cane e portarlo a casa. Aveva un bel giardino e soprattutto una figlia che avrebbe accolto con piacere la sorpresa. Infatti Gemma fu felicissima di questo inaspettato regalo, di quest’incontro.
I primi giorni servirono al cane, che nel frattempo aveva anche ricevuto il nome di Pippo, a riprendersi nel corpo e nello spirito. Una sera inaspettatamente abbaiò così forte che quasi mise paura, ma soprattutto più che passava il tempo, più veniva fuori il suo vero temperamento. Secondo il veterinario, Pippo poteva essere l’incrocio tra un pastore tedesco ed un husky e se del primo aveva ereditato le qualità migliori del secondo solo imprevedibilità e cocciutaggine. All’incirca poteva avere due anni e per questo era sempre un giocherellone. Non era troppo disciplinato e rispondeva ai comandi solo quando vedeva un bastone. Piano, piano, Pippo aveva ripreso fiducia nel genere umano, merito soprattutto di Gemma che con dolcezza e premura l’aveva avvicinato. Tutto procedeva nel migliore dei modi fin quando la bella armonia che si era creata precipitò senza preavviso. Gemme e Pippo stavano giocando nel campo intorno casa quando la piccola inavvertitamente gli toccò la ferita sul collo che ancora non era perfettamente guarita. Fu un attimo. Pippo girò la testa e d’istinto le azzannò il braccio. Gemma corse in casa piangendo e urlando per il dolore e vista la ferita fu subito portata al Pronto Soccorso.
Mentre guidava, tornando dall’Ospedale, Eugenio aveva ben chiaro in mente cosa avrebbe fatto: avrebbe riportato Pippo nel bosco. L‘avrebbe disperso lì. Lì proprio dove l’aveva trovato. Quando un cane morde il proprio padrone bisogna liberarsene, ripeteva come un mantra. Questa convinzione fu avvallata dal fatto che, dopo poche ore, trovò nella legnaia Gemma e Pippo sdraiati sul pavimento con gli occhi di lei a pochi centimetri dal muso del cane. “Ci siamo parlati” disse Gemma come se fosse la cosa più normale. “Mi ha chiesto scusa”. Ecco. Non solo quel cane le aveva quasi lacerato un tendine ma le stava facendo perdere il lume della ragione. A quel punto Eugenio venne via dalla legnaia su tutte le furie aspettando solo che venisse notte per metter in atto il suo piano. Appena Gemma si addormentò, prese il cane e senza un attimo di esitazione o di pietà lo lasciò nel bosco. Naturalmente il giorno dopo a Gemma fu raccontato che Pippo, dal carattere difficile e poco comprensibile, se ne era andato.
Non c’era notte che Gemma non piangesse in silenzio, o mattino nel quale non trovandolo festoso alla porta ne sentisse la mancanza. Il babbo aveva risolto un problema e anche la mamma non sentì affatto la mancanza di quel terremoto peloso, come lo chiamava lei. Il suo giardino poteva finalmente respirare, la sua casa fintamente casual rimanere in ordine e il portone di castagno all’ingresso non essere più graffiato dalle unghie di Pippo. Quando voleva entrare era tremendo! Pippo intanto vagava nel bosco cercando con il fiuto tracce odorose che il tragitto in auto non avevano lasciato. Camminava da giorni senza aver mangiato un boccone. Per fortuna riusciva a bere, quello sì, perché ogni tanto trovava un ruscello ma le forze stavano scemando.
A questo punto della storia Agnese si fermava sempre. Diceva che la storia non aveva solo un finale ma poteva averne tanti e tutti erano veri. Diceva che ogni momento aveva il suo finale e non era mai lo stesso. Una volta concluse la storia raccontando che Pippo, vagando per giorni senza mangiare, diventato lo scheletro di se stesso si accasciò ai piedi di un grande faggio e lì dette il suo ultimo respiro. Un’ altra, disse che Pippo fu trovato da un cacciatore che lo portò a casa sua e lo mise in un recinto insieme ad altri trenta cani. Un’ altra ancora disse che Gemma, aspettando di vederlo tornare, perse il sorriso, l’appetito e la voce. Nemmeno i dieci cani di peluche e i due pesci rossi che il padre le aveva prontamente comprato per colmare il vuoto erano serviti a consolarla e si chiuse sempre più in se stessa. Un’altra volta ancora disse che Pippo vagò nel bosco per tanto tempo. Nessuno sa dire precisamente per quanto. Le creature del bosco gli dettero una mano per come potevano e quelle del cielo la forza e la speranza per non mollare. Proprio mentre cominciava a pensare che ogni sforzo fosse stato vano, intravide in lontananza la luce della bella casa colonica della famiglia Rossi. Con fatica arrivò al cancello e poi cadde a terra esausto. Gemma, che non aveva mai smesso di aspettarlo, lo vide dalla finestra e gli corse incontro con la felicità nel cuore. Ci volle tempo perché Pippo riprendesse fiducia negli esseri umani. Lo stesso tempo che ci volle a Gemma per passare sopra a quell’incomprensibile fuga (visto che nessuno le disse mai la verità) ma adesso corrono felici e liberi nel campo dietro casa.
L’altra sera, nella notte del solstizio di estate con la luna piena in alto che faceva da guardiana, Agnese raccontò questa storia nell’Aia Grande. Io non c’ero ma ho saputo che giunto il momento di scegliere il finale Agnese guardò le stelle e poi cominciò…

“bello spirito d’animo”

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Le mamme sono quelle che ci toccano per sorte, ma le zie possiamo scegliercele. Ed io me l’ero scelta. Per carattere, perché era una persona con la quale si stava benissimo e per affinità. Mia zia Idria, classe 1922, era una persona positiva che malgrado le difficoltà non si è mai scoraggiata nella vita. Era solare e accogliente. Di sé diceva che aveva un “bello spirito d’animo” e non so se questa immagine possa racchiudere tutto. Era anche spiritosa, nel senso di simpatica. Quando a tredici anni entrò a lavorare nella fabbrica che la Società Metallurgia Italiana aprì da queste parti, le compagne di lavoro la volevano sempre accanto perché le faceva ridere. Il posto di lavoro era un bancone e, vista la loro età, a molte piccole operaie dovettero perfino fare un rialzo per poterci arrivare. La fabbrica produceva munizioni e pallottole e il loro lavoro consisteva nello ‘scegliere’. Cioè, togliere gli scarti dai pezzi buoni. Ce la vedo, tutto il giorno a scegliere in una massa enorme di piccoli proiettili quelli che non erano venuti bene. Di sicuro avrà chiacchierato perché conoscendola non avrebbe potuto fare altro di fronte ad un lavoro così palloso. Ma era consuetudine andare a lavorare a quell’età. Mio padre a dodici anni già scaldava la colla dal falegname del paese dal quale imparò il mestiere.
Un pomeriggio la chiamò il capo reparto. Immagino sia stato un tipo tronfio e sicuro di sé. “Cosa sono questi, eh?” Le disse con la voce grossa, mostrandole una decina di scarti che lei aveva lasciato passare fra le migliaia e migliaia che aveva visionato in tutto il giorno. “Ehi dico…Ma non li hai visti!” le urlò fuori di sé. “Se li avevo visti, li avevo levati.” Gli rispose tranquillamente la zia. Risposta che le costò tre giorni di sospensione, un rapporto e la fama che la figlia di Lorenzo, quella piccina con gli occhi vispi, avesse proprio una bella lingua. E poi tanti ricordi mi legano a lei. Non solo quello che mi raccontava della sua vita, della guerra, delle persone e dei luoghi del posto ma anche della mia vita insieme a lei. Vita dove io traslocavo con piacere anche per intere settimane. Mi vedo ancora quando mi veniva in mente che volevo andare da lei, prendere la cartella e partire. Farmi un bel tragitto a piedi perché la sua casa era fuori paese e soprattutto, per una fifona come me, più della metà era al buio. Quando vedevo la luce di casa sua dopo l’alberone che mi faceva correre a perdifiato (immaginavo sempre ci fosse nascosto qualcuno dietro), era un sollievo. E rido quando andando a funghi, ma così per fare una giratina, ne trovammo così tanti senza aspettarcene che non sapevamo dove metterli, allora lei si tolse la sottoveste, ci fece un nodo e si misero lì. E quel giorno in salotto quando strascicavamo una damigiana di vino per portarla in cucina dove l’avremmo infiascato e la veste della damigiana si ruppe e il vino cadde tutto in terra. Mio nonno, il quale non lo disdiceva affatto guardandoci disse: “ Non mi dispiace per il vino, mi dispiace per te che ci devi ripulire”. E sempre di vino, quando manca poco ci prendeva fuoco la casa per un corto circuito, allora tu svelta corresti a tirar su la leva del contatore e poi buttasti acqua ma un passante vide tutto dalla finestra aperta e urlò: “ ma che fai, sei matta! Ci butti l’acqua sulla corrente elettrica! “Ci butterò il vino!” Gli rispondesti prontamente. Ecco, sembra tutto ancora così vivo, così vero.
Era lo scorso febbraio quando mia cugina portò la zia in ospedale perché da un paio di giorni non stava più bene. Quando all’una sono uscita da scuola sono corsa da lei. L’ho trovata attaccata alla maschera per l’ossigeno ma ancora vigile, con gli occhi vispi che mi buttava baci da sotto quella maschera. Stetti con lei quello che potevo. Quel giorno avevo anche la consegna delle schede ma in serata appena finito ritornai in ospedale. La trovai con gli occhi chiusi. Forse addormentata, forse in coma. Il respiratore andava ancora. Provai a chiamarla ma lei non mi rispondeva più. A mia cugina i medici avevano detto che era questione di poco. Mia zia aveva novant’ anni. Un età ragionevole come avrebbe detto lei per andarsene da questo mondo, ma non c’è mai un momento adatto per veder partire i nostri grandi saggi. Tornai a casa con la tristezza nel cuore e tanti pensieri. L’indomani durante la ricreazione guardai il telefono e vidi una chiamata persa, quella di mia cugina. “Mi vorrà dire che la zia se n’è andata” dissi alla custode. “Non la chiamo. Non adesso. Mi metterei piangere e qui a scuola non voglio, non posso”. “ Dai, richiamala”. Insistette lei. E mi convinse. Fu davvero una custode. “Sandra, auguri! Buon compleanno!” Mi diceva la zia dall’altro capo del telefono con una voce flebile ma sempre entusiasta. “Che bellissima sorpresa, zia! Grazie, grazie. Che bello sentirti.” E poi dissi un’infinità di parole sempre sulla stessa onda di gioia. “Appena esco da scuola passo, così gli auguri me li fai dal vero”.
Quando però sono uscita da scuola mia zia non c’era più. Se n’era andata. Se n’era andata il 15 febbraio, il giorno del mio compleanno. Passai momenti di un dolore e di una tristezza senza tempo. A distanza di sette mesi dalla perdita di mamma la morte aveva ancora tirato su il mio numero. Mi sembrava impossibile. Ecco, della morte mi colpisce questo, il fatto che solo pochi attimi prima tutto sia così diverso. Che ci sia una voce, una persona, un calore, una presenza e poi, mi verrebbe da dire, il silenzio e tutto finisce, ma forse non è nemmeno così, forse cambia solamente. Poi non so se è nella morte o nella vita che si vuole aggrappare a qualcosa di fermo, a qualcosa che non ti faccia sprofondare del tutto, così la sera, prima di tornare a casa, ho comprato una bottiglia di spumante e sono passata della mia amica Lisa nella sua bottega, perché il 15 febbraio è anche il suo di compleanni. E ho brindato insieme a lei. A noi. A me, a mia zia Idria, al bene che ci siamo volute e che continua. L’ho vista sorridermi. Quando la immagino mi sorride sempre. E quando piango, lo stesso. Come dirmi: povera bischera. A quei giorni mi sembrava ingiusto che una persona cara se ne andasse in un giorno così particolare. Quasi mi sembrava una coincidenza nefasta. Oggi mi sembra un regalo. E quando traballo, quando il vento soffia forte, quando la porta non si apre, quando la nostalgia fa il tagliando, penso a lei e mi torna un pochino di “bello spirito d’animo”. Come una piccola scintilla di brace rimasta sotto la cenere che piano, piano, riaccende il fuoco. Come una luce oltre il buio dell’alberone.

Strade

“E’ meglio così, per me, per te”. Guardandoti negli occhi sono riuscita solo a dire questo, poi sono rimontata in macchina veloce con gli occhi gonfi di lacrime e sono ripartita. Di più non sarei riuscita a dirti perché ti avrei abbracciato, stretto forte forte per non farti andare via e lo so, saremmo saliti in macchina, andati a casa mia o a casa tua o in una radura nel bosco e avremmo fatto l’amore annullando le giuste intenzioni. Ma ti ripeto, è giusto così. Mi mancherai così tanto che non provo nemmeno a pensarci, la mia anima invece ci pensa e sta piangendo a dirotto. Sarà dura camminare di nuovo in una terra di distacchi come lo è stata la mia vita ultimamente. Sarà dura far finta di non averti visto mentre ti incrocerò da qualche parte, ignorare il giorno del tuo compleanno o di qualche altra festività. Ma non potrò fare altrimenti. Almeno finché sarò in questa condizione. Fallo anche tu, te ne prego. Fallo per tutto il bene che dici di volermi. Fallo quando ti sembrerà innocuo mandarmi un saluto, chiedere se tutto va bene, o semplicemente aver voglia di sentire la mia voce. Perché, questo l’ho provato sulla mia pelle, per rimarginare certe ferite ci vuole tempo, forse tanto tempo e non bisogna stuzzicarle.
A volte, non c’è altra strada da percorrere se non questa. E non perché mancano i sentimenti né il volere. Questo mi dico per trovare nella ragionevolezza un briciolo di forza d’animo, come se sapere di non aver altre vie di uscita la facesse sembrare una strada meno ripida e faticosa. E poi, per andare dove? Certe persone te le porterai sempre nel cuore. Piango a dirotto ormai. Mi conosco, ridere e piangere sono due cose che mi sono sempre venute bene. Mentre guido, cerco a tastoni qualcosa nella tasca della portiera con cui soffiarmi il naso. Un volantino arancione della festa del porcino è l’unica cosa che trovo e, a dire il vero, non si adatta molto bene allo scopo. Punto e a capo ancora una volta. Sì, ma intanto compriamoci un pacchetto di kleenex da tenere in macchina che fanno sempre comodo.

Festa della mamma

Mi sono sempre domandata se ti eri accorta che dietro l’ambulanza c’ero io. Oh sì, questo lo sapevi. Dico io che guidavo la macchina e piangevo. Stavano portandoti a Volterra. L’intervento al cuore per mettere un by-pass e cambiare una valvola era perfettamente riuscito. Adesso, passato un mese, ti stavano trasferendo in un centro di riabilitazione. Così avevamo voluto tutti, convincendoti un po’ a forza perché saresti volentieri tornata a casa, ma a casa convalescenza e riabilitazione ne avresti fatta ben poca. Il mio cuore invece, era stato appena ferito con una coltellata alle spalle, una di quelle che prima lacerano il polmone, ti tolgono il fiato e poi arrivano spietate dentro. Sul colle etrusco sarebbe stata una convalescenza per entrambe. Quindici giorni lontano da tutto e da tutti, dedicati solo alla ricostruzione. Così immaginavo.
La sera alle nove ti lasciai un po’ provata e stanca ma 3 ore di strada, quasi tutte a curve, passate sdraiata non erano poco. Ti avevo lasciato nelle mani di infermieri e medici che avevo sentito subito a pelle essere persone generose e molto umane. C’era un bel calore e questo mi faceva ben sperare. Ti salutai. Mentre tu ricordo borbottasti: “guarda che mamma tu hai!” Forse perché riuscivi con molta fatica a fare gesti quotidiani. “Vedrai… qui ti rimettono a nuovo!” risposi io e poi ti salutai. Ricordo con un bacio. Non perché fosse nostra usanza farlo se non per i saluti quelli veri, tipo quando parti per un viaggio o per una ricorrenza, ma quella sera andò così.
Uscita dall’ ospedale avevo mangiato qualcosa in una trattoria sentendomi un po’ turista e poi ero rincasata. Un mio amico carissimo era partito per le ferie e mi aveva lasciato le chiavi di casa. C’era bellezza intorno. Calore, affetto, disponibilità. Cominciavo a respirare.
Verso 23 mi chiamarono al telefono dall’ospedale. “ Per favore, venga subito ” “Arrivo” dissi io senza nemmeno indagare sul perché. Non osai farlo.
Arrivata nel reparto di mia madre ricordo ancora la dottoressa, una donna alta, giovane e dagli occhi dolci venirmi in contro e dondolare la testa come il batacchio di una campana che suona a morto.
“ Abbiamo fatto di tutto per rianimarla, ma non c’è stato verso”.
A queste parole feci un urlo di dolore disumano. Ad oggi non so nemmeno capacitarmi dove trovai tanta spregiudicatezza dentro di me. Sicuramente svegliai tutti perché in un ospedale già alle nove di sera è notte fonda figuriamoci a mezzanotte. Un arresto cardiaco l’aveva trasportata in un‘ altra dimensione. Senza accorgersene e senza patire. Così mi era stato detto e confermato anche dall’infermiere che un’ora prima le aveva portato una medicina.
Fu una tragedia e se ci penso ancora oggi non mi sembra vero aver retto a tanta disperazione.
Era sabato e fino a lunedì non potevo nemmeno portarla via. Per due giorni ho vagato per Volterra come un cane bastonato. Passando da momenti nei quali piangevo senza ritegno ad altri nei quali perfino ridevo ripensando a come avrebbe riso lei di fronte a qualche bischerata delle mie che anche in quei momenti combinavo.
Era il 23 di luglio ma non era una bella giornata. Il sole andava e veniva e ogni tanto pioveva.
Ricordo di essere stata per un tempo imprecisato seduta su un gradino a piangere con gli occhiali scuri malgrado il cielo grigio. A volte, qualche turista incuriosito soffermava su di me un po’ lo sguardo ma cosa avessero immaginato era l’ultimo dei miei pensieri.
Sembra un paradosso ma la solitudine è stato il miglior modo per vivermi questo distacco. E se c’è un disegno, un perché, sento che gliene sono grata. Non mi sono dovuta trattenere in niente e questo ha accelerato la guarigione (se di guarigione si potrà mai parlare, diciamo l’accettazione) Da quel giorno, nemmeno un anno fa, sono cambiate tante cose nella mia vita.
I rapporti con mia madre non sono mai stati idilliaci, ma di mamme avevo solo lei e ho sempre pensato che malgrado gli sbagli, avesse sempre agito per come poteva. Una cosa ho sempre più chiara, quel giorno lei mi ha dato la vita un’altra volta. Certo, con tutta la sofferenza e lo smarrimento che una nascita comporta ma è così.
La mentalità occidentale ha una visone dualistica delle cose e questo ci porta alla scissione. Dobbiamo imparare dagli orientali: tutto è uno, gli opposti sono complementari e ogni cosa è presente nel suo opposto. La morte fa paura, ne avvertiamo l’ignoto, il mistero. Ne subiamo gli effetti: dolore, distacco, rassegnazione. Ma se essa fa parte della vita non può esserne l’antitesi. E’ nella vita.
Al di là di ogni singola specificità, per tutti la parola ‘madre’ è sinonimo di porto sicuro, di un posto dove nel nostro immaginario siamo sempre accolti. Di fronte alla perdita della propria, è l’archetipo Madre che sprofonda e davvero sembra mancarti la terra di sotto i piedi. Allora piano, piano, cominci a diventare madre di te stessa, a ritrovare una madre nella terra e nella natura. Non a caso si dice Madre Terra.
Come sempre per la festa della mamma ti avrei regalato un’azalea della ricerca. Un po’ perché a te piacevano i fiori, un po’ perché a me sembrava di spendere bene i miei soldi, un po’ perchè sono pigra per certe cose. L’ho comprata anche oggi ma non la porto sulla tomba. Lo sai che per i cimiteri non ho un gran sentire. La porto a casa da babbo. “La pianto nella conca, in piena terra o la lascio così?” Ti ci vedo mentre mi dici: “grazie non importava” con il tuo sorriso fintamente imbarazzato ma contento.

Come vuoti a perdere


Strappa via il sorriso la fine marcata
incisa a caldo sul resto del mio fianco.
La testa sempre a posto
diceva mia madre
quando il battito le oscillava la bilancia.
Allora mi faccia un taglio deciso ma alla moda
per togliere la ciocca sbarazzina dalla fronte.
Ho sognato che te ne andavi.
Sembrava vero.
Nel buio di una notte senza luna
scricchiolano i passi nel vialetto
una lattina rotola, tintinna, si ammacca
poi qualcuno la schiaccia, così, quasi per gioco.