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Venuta al mondo

picchio

“ Chissà che tempo sarà stato? Ci sarà stato il sole oppure il cielo grigio? Magari una bella nevicata perché a febbraio non è di fuori. Chissà che tempo faceva il primo giorno che sono comparsa su questo pianeta…”
Chissà perché mi è presa questa fissa perché so già in partenza che quasi sicuramente non potrà avere risposta. Ho guardato anche su internet per vedere se esiste un archivio meteorologico, ma niente. L’unica che avrebbe potuto dirmelo era mamma e lei non c’è più. E lei, non che avesse scritto un diario come fanno le mamme di adesso per appuntare le cose più importanti del loro pargoletto, però si ricordava tutto. Allora pensi a quelli auguri che ti mancheranno oggi. E ti ricordi anche con che tono di voce te li avrebbero fatti. E ti mancano. Ecco, gli auguri per Natale, capodanno fanno piacere ma sono troppo facili. Insomma, è come cantare in coro, ballare sui tavoli quando tutti lo fanno, prendere la febbre quando gira un virus, canticchiare la stessa canzone quando è diventata un tormentone, leggere lo stesso libro quando è un bestseller.
Gli auguri per il compleanno no. Io ho una gran passione per ricordarmi i compleanni, devo dirlo. Forse gioco avvantaggiata, ma se uno mi dice la sua data di nascita è come se automaticamente la archiviassi da qualche parte, per tirarla fuori a tempo debito. Forse perché a me fa piacere riceverli. E so che facendoli chi li riceve ha piacere di riceverli. Insomma, un travaso di piacere. Non so che tempo facesse, ma so per certo dall’estratto di nascita che era mezzogiorno. Sole nel punto più alto della volta celeste. Per gli antichi greci nascere con il sole allo zenit era l’ora dei predestinati. Chissà. A volte mi chiedo in cosa. Forse a vedere se alle sportellate della vita si resta in piedi e soprattutto, come, in che modo ci si resta.
Il calendario degli eventi mi dice che il 15 febbraio erano nati Galileo Galilei, Totò e Carlo Maria Martini. Non so cosa possa avere da spartire con questi uomini illustri a parte che gli ammiro tutti e tre. So forse meglio quello che ho da spartire con la mia amica Lisa, anche lei è nata lo stesso giorno e potrei dire: coraggio di amare, testa sognante, un sorriso malgrado tutto, la bellezza anche dove non c’è. E poi il credere nell’amicizia. Il gusto del condividere, di un progetto insieme. In più, lei dice qualche bel “Vaffa” e invece io sono troppo pedagogica e vado sempre a capire, giustificare. Questi naturalmente sono solo i pregi. Il giorno del compleanno solo pregi. Come in quello del funerale.
Sono contenta che il 15 febbraio ormai da diversi anni hanno istituito “ M’illumino di meno”, la giornata del risparmio energetico. Nata quasi per gioco, per provocazione, dai conduttori del programma radiofonico Caterpillare è diventata sempre più un’iniziativa seguita. Spegniamo una luce in più fuori e proviamo ad accenderla dentro di noi! Magari non solo oggi. Facciamolo per questo pianeta ormai sanguisugato. Cosa sarà mai una lampadina? Accendiamo invece una candela. Che poi a lume di candela tutto è ancora più bello.
Ma il 15 febbraio, San Faustino, (il giorno dopo San Valentino) mi dicono sia anche la festa dei “single”. Ora scusate, ma voi che inventate tutte queste feste bischere, se proprio volete inventarle almeno inventatele bene. Con una logica. Non sarebbe stata meglio festeggiare la festa dei singoli il 13 febbraio, così magari veniva fuori qualche intreccio e da singolo qualcuno diventava coppia e… Taaaaaac! San Valentino il giorno dopo per tu-tu-tu- tubare!
E ora ringraziamenti. Agli auguri del mio babbo fatti con gli occhi lucidi e a quelli di tutta la mia famiglia. Grazie a tutti. Ai tanti. Agli amici. A chi non me l’aspettavo proprio, come qualcuno della cerchia dei wordpressiani che si era appuntata questa data, magari semplicemente perché io l’avevo tirata fuori in un post. Per chi mi ha mandato un messaggino stringato, una mail dall’Australia, per chi me li ha fatti cantando al telefono, per i fiori delle mie colleghe e i bigliettini dei miei alunni (perché loro ci perdono tempo e impegno a fare quei bigliettini coloratissimi e bellissimi in tre secondi dietro la carta riciclata della fotocopiatrice). Per chi me li ha fatti di prima mattina come se non vedesse l’ora, per chi me li ha fatti il giorno dopo perché se li era dimenticati. Per chi non me gli ha fatti e dico: cazzo, ma proprio tu? Come hai fatto a dimenticarlo? Tu che dentro quella bolla per poco tempo, ma per un tempo così profondo, siamo stati così vicini. Ci siamo sentiti così vicini. E una lacrima scende un po’ strizzata e un po’ triste. Ma vaffa! Potrei iniziare oggi a imitare Lisa. Poi guardo la sveglia sul comodino. Sono rientrata tardi e mezzanotte è ormai passata da un pezzo. Siamo già oltre.Oltre il mio compleanno. Ed io, malgrado questa nuvola, oggi sono stata felice.
Oggi c’era il sole. Ma non il sole sfrontato con il cielo azzurro. Un sole che va e viene. Se dovessi dirlo in due parole però direi: tempo buono. E’ freddo ma è freddo asciutto, quello che ti dà energia e non te la toglie. Basta coprirsi. Non tira nemmeno un po’ di vento (quello proprio non lo sopporto). Il crinale innevato si vede benissimo. E’ lì, nitido, morbido, accogliente e quando viene fuori il sole è pura bellezza.

(la foto è di Lisa)

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Dentro uno zaino, gli auguri

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Chissà se avrà ragione Intesomale quando, rispondendo ad un mio commento dice: “il guaio delle fini è che non sono mai definitive…” Fatto sta che, se proprio devo immaginarmene una anzi, sceglierla in base a quella che sento più in sintonia, non è certo il 31 dicembre, né tanto meno il primo gennaio come inizio del nuovo. Mi sembra più giusta, come data di inizio di un ciclo, il 21 marzo, primo giorno di primavera, giorno dell’equinozio, punto gamma del segno dell’ariete che con la sua energia dirompente dà inizio al ciclo naturale delle cose e della natura. Però, il calendario, l’agendina e gli auguri che mi fate mi fanno pensare che questo è il momento scelto dalla società civile. Allora mi adeguo e con piacere preparo lo zaino per il duemilatredici. Cosa ci metto dentro? Carta dei sentieri, bussola e se voglio esagerare un satellitare perché a volte è bello perdersi, ma è bello anche sapersi ritrovare. Acqua fresca per le giornate afose e il thermos con una buona tisana ai frutti di bosco e ginger per quelle gelide perché abbia sempre sete. Una bottiglia di vino da bere con gli amici dentro il rifugio dopo una lunga camminata e ridere, fare discorsi e ridere che ci vengono le lacrime agli occhi e magari quelle ce le ritroviamo a valle ma finché stiamo lì va bene e ci basta. Perché gli amici durante quest’anno appena trascorso sono stati spesso i miei guanti e i miei calzini termici. Uno specchio non solo per farmi bella ma perché ci sia sempre qualcuno che mi rimandi l’effetto delle mie parole, mi faccia vedere quali sono i miei nei, quali sono i miei punti forza. Un bengala da sparare in aria quando c’è bisogno di soccorso e sperare che qualcuno lo veda e ti dia una mano ma da sparare anche quando si è contenti per un incontro, un abbraccio interminabile, una frase detta senza inganno di testa, un bacio dato con morbidezza, l’amore fatto con amore. Ci metto anche un paio di grazie perché quando si cammina in montagna e si vede tanta bellezza non sia mai una cosa scontata. Non dare mai per scontato che si può camminare, vedere, fare uno sforzo. E di questo essere grati perché in fondo la vita mica va come vogliamo noi per queste cose. Ci metto anche il mistero. Il mistero per esempio di un messaggino che ho ricevuto con piacere ma del quale non conosco il mittente. “Cara Sandra grazie della tua gentilezza e della tua presenza che emana Amore sotto ogni forma”. Lo rimetto in circolo nell’universo. Magari torna indietro. Perché come si fa a vivere senza amore? Come si fa? Mi porto anche le mie ultime conquiste che non sono vette ma pur sempre una strada in salita: la libertà di essere pienamente se stessi, in onestà con la propria vera natura. Luci e ombre comprese. E poi, un moschettone al lato per agganciarci un sogno, un sorriso, un ‘massì’.
Ho quasi finito. Lo zaino è pronto. Ma non voglio riempirlo tutto, una tasca voglio lasciarla vuota. Si trova sempre qualcosa di bello per strada. Ecco, in quella tasca ci metto solo la fiducia. Perché non perda mai la voglia di dare alla vita la possibilità di regalarmi nuove esperienze e di affidare a lei quello che è il meglio per me, anche se non lo riconosco. In fondo, un anno fa nemmeno sapevo che esistesse il mondo dei blog, voi tutti, voi che siete una bella banda oltre i nick, oltre le parole. Ma ci pensate? Mai, mai, togliere alla vita la possibilità di sorprenderci. Ecco, questo è il mio augurio per il duemilatredici.
Buon anno!

…E riportare sempre i rifiuti a valle. Grazie ;-)

Fra palle e scatole

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A casa dei miei la scatola degli addobbi, più precisamente quella che contiene le palline dell’albero, è sempre la solita. La solita da quando ero piccola. Una scatola di cartone rigido, celestina, bordata di blu con una “M” Stampata sui quattro lati. Di sicuro avrà contenuto il panettone di una nota marca. La scatola si è conservata bene ma le palline nel tempo si sono rotte. Erano tutte di vetro. Alcune ancora oggi le ricordo benissimo perché erano grandi e colorate: il fungo, babbo natale, l’angioletto, il cuore. Della palline della mia infanzia ne è rimasta solo una. Una specie di torciglione in vetro. Una sorta di mix tra la riproduzione di un candelotto i ghiaccio e il corno dell’unicorno.
E’ una sopravvissuta e solo per questo, anche se non è troppo bella mi sta simpatica. Stavo facendo l’albero a casa di babbo e fra una chiacchiera e l’altra questo reperto storico mi è caduto di mano. Per fortuna, essendo di vetro pieno, non è andato in mille pezzi ma si è diviso solo in due. Mi sembrava davvero una cosa triste, allora ho preso la colla, una di queste colle prodigiose e ho riunito i due pezzi. La riparazione è diventata una linea quasi invisibile. Per un attimo sono stata tentata di ravvolgere il torciglione nella carta velina e di rimetterlo al sicuro nella scatola. Perché verrebbe fatto così riguardo alle cose a cui teniamo, che per un attimo credevamo perse ma che miracolosamente si sono rimesse insieme. Verrebbe da tenerle ferme. Senza toccarle. Tenerle lì. Sapere che ci sono e di questo gioirne ma senza fare mosse brusche perché qualsiasi gesto potrebbe sortire un effetto indesiderato e magari chissà, rompere di nuovo quel fragile incollaggio. Ma io non resisto. Non sono così. Non riesco a stare ferma, a non essere me stessa anche a costo di sbagliare, di non essere capita o semplicemente fraintesa. Non riesco a non vivermi le cose, ad apprezzarle, a gustarle, sentirmi fortunata, sentirmi contenta. A toccarle.
Il corno di vetro dell’unicorno adesso è lì, vicino ad una palla rossa di plastica . La scatola vuota è ritornata nello sgabuzzino. L’ho lasciata aperta. Anche lei avrà bisogno di un po’ d’aria. Anche le scatole si stuferanno ad essere sempre chiuse, anche se contengono bei ricordi, fotografie, parole, oppure oggetti preziosi come il corno dell’unicorno. Ogni tanto apriamole, non solo a Natale non solo quando è il momento. Guardiamoci dentro per vedere se quella magia resiste. Se la colla che ha unito i due pezzetti del corno di vetro dell’unicorno regge ancora.

Date e numeri

Oggi è il 25. Come numero mi piace. Secondo la smorfia napoletana, senza troppo fantasia è: “Natale”. Bel simbolo, comunque lo si veda. Di nascita, inizio, luce. Se mi fossi decisa prima ad aprire questo blog avrei potuto contare su una bella data palindroma 21.02 2012 . Ma se avessi aspettato ancora un po’, magari sarei arrivata al 28 che in Toscana è la data dei becchi e mi sarebbe piaciuta meno.
Io ho una discreta simpatia per i numeri, ereditata sicuramente da mia madre che ne aveva una predilezione quasi morbosa. Non c’era evento di famiglia, data o altro, che lei non giocasse al lotto. Ancora oggi che non c’è più, spesso cercando altro nelle sue cose, ritrovo un talloncino stropicciato del lotto con i numeri quasi invisibili . Mi propongo sempre di tentare la fortuna, almeno per rispetto, ma ancora non l’ho fatto. Al di là di questo, non posso dire che i numeri nella mia vita non abbiano avuto una certa costanza. Mia madre era nata il 19, stesso giorno di mio padre, i miei fratelli sono nati entrambi il 23 io e il mio compagno il 15. Poi il tempo passa e ti accorgi che a questi numeri non abbini più solo un evento. Il compagno diventa un ex. Il 23 si muore e pure il 15 anche se è il giorno del tuo compleanno.
Ho una recente ferita da taglio. Occorre solo tempo perché si rimargini e mi può essere di aiuto impegnare la testa in altre pulsazioni. Per fortuna posso muovermi e camminare. Provo a mettere qui i miei pensieri, magari si muovono anche loro. A volte, le cose nelle piccole e umane scontentezze sembrano immobili, ma c’è sempre qualcuno che inaspettatamente gira il calendario.