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Attitudini

5-faggeto

E’ bello vedere il display del telefono illuminarsi ad intermittenza e leggere quel nome. A volte rimango immobile per qualche secondo a sorridere. A sorridere a quel nome. Come fosse un gioco di piacere. Un sapore conosciuto da pregustare. Un attimo nel quale rimanere.“Vieni a camminare con noi domani?” “Mi piacerebbe ma non posso. Sono tutto il giorno da babbo. La badante ha il giorno libero…” E mentre parlo ripercorro mentalmente il sentiero fatto l’altro giorno. Quello che porta sul crinale dove c’è solo pace, ma prima, per un bel pezzo, passa dentro ad un bosco. Un bosco di faggi. E lì, mentre la salita si faceva dura ne ho visti uno, uno precisamente, (che ci sarà sempre stato ma non ricordo di averci mai fatto caso prima) con la corteccia incisa. Due iniziali, una data, Rimini. Ecco, se proprio dovete scrivere i vostri nomi nel creato, sarebbe più bello e onesto scriverli sulla sabbia. Ma non perché siete di Rimini, solo per custodire l’essenza di un nome dentro. Dentro le cose.
Babbo, babbino che tra pochi giorni compirai ottantotto anni, cammini poco e male, che piano, piano stai davvero invecchiando, anche se hai sempre quella battuta pronta che mi regala un sorriso. Babbo che quando ti metto a letto ti preparo come un bambino. Ormai non c’è più vergogna o timidezza tra di noi. Metto il pannolone, due gocce di collirio, rimbocco le coperte e poi sposto il mobiletto affinché rigirandoti nella notte non tu cada come è già successo. “ Buona notte babbo” ti dico sottovoce prima di spegnere la luce. “E buongiorno per domani.” Rispondi tu sornione. Mentre io vorrei solo che quel domani non avesse mai fine.

Camminare

crinale

Avevo fatto bene a lasciare una tasca vuota nel mio zaino. Quante belle cose ho trovato da metterci durante l’anno appena trascorso. Sono sufficientemente pigra, la pizza la mangerei tutte le sere e le cose belle non mi vengono mai a noia e quindi anche per l’anno a venire il mio zaino lo preparerei così. Parliamo del tempo, invece. Quello non si comanda, né si prepara con anticipo. Si prende come viene. Quando si va a camminare il tempo è determinante. E non basta dire solo: bello. Se ripenso a tante camminate fatte nelle più svariate condizioni metereologiche so che dire bello è riduttivo. Come sarà? Sole d’agosto che ci scalda la testa e le mani, giornate lunghe e camminare, camminare, camminare, come se il bel tempo non finisse mai. Sole d’inverno. Ti sembra quasi un miracolo. Cielo terso, limpido, azzurro. Aria che pizzica e ti risveglia. Camminare sulla neve con le ciaspole. Sulla neve senza ciaspole. Camminare nella bufera. Camminare al buio con una lucina sulla fronte come fosse un terzo occhio che ti guida nella notte. Camminare nella nebbia e intuire che sotto i tuoi piedi c’è un sentiero che ti riporterà a casa. Camminare nella nebbia e avere fiducia in chi davanti a te ti riporterà a casa. Partire, camminare e dopo poco tornare indietro. Non è vero che la montagna insegna a non arrendersi mai. La montagna insegna a capire quando bisogna arrendersi. Camminare sul crinale. In equilibrio tra due vallate. In equilibrio dentro di te. Camminare e ogni tanto voltarsi, guardarsi negli occhi, capire se ci siamo, se ci sei, se ci siamo persi, se ti sei perso, se hai preso un altro sentiero ma ci incontreremo lo stesso al rifugio. Guardarsi in cima alla vetta e dirsi “bello” ma solo con gli occhi, per pudore, per amore. Camminare e sentire cosa ci rende sereni, cosa ci fa stare bene e seguirlo, anche se il sentiero non è dei più facili oppure è quello meno battuto. Camminare. Questo è il mio augurio per il duemilaquattordici. Perché la vita è movimento e tutto ciò che è stagnante, fisso, rigido, prima o poi muore. Camminare.