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Cosa vuoi fare da grande?

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Avevo le idee chiare, non c’è dubbio. Soprattutto se lo ricorda bene mia sorella, complice obbligata del mio progetto: “da grande voglio fare la maestra”. Pomeriggi interi trascorsi a giocare a maestre, dove io idealmente salivo in cattedra mentre lei, al banchino, si sorbiva bonariamente le mie lezioni ma soprattutto chilometrici dettati. Secondo me, è iniziata da lì la sua avversione allo studio.
A parte una piccolissima parentesi nella quale volevo fare l’acrobata in un circo (influenzata forse da una serie televisiva che mi pare di ricordare si chiamasse ”salto mortale”), intorno ai dieci anni i miei progetti lavorativi sono improvvisamente cambiati: “da grande voglio fare la giornalista”.
Chiesi così espressamente ai miei nonni, per la prima comunione, in regalo una macchina da scrivere. Mi arrivò una bellissima Olivetti Dora 64, color beige o crema o sabbia (ma non di Viareggio). Ricordo ancora perfettamente l’odore che faceva la bobina d’inchiostro. Una striscia metà rossa e metà nera che si srotolava e arrotolava generosamente per imprimere sul foglio le mie parole. Il ticchettio dei tasti che pigiavo con due dita, viste le mie quasi nulle conoscenze dattilografiche, ma con grande passione ed entusiasmo. Ma soprattutto, ricordo bene il giorno dopo. Quando, appena sveglia, feci le scale di corsa per vedere se era sempre lì. Cosa scrivevo? Di tutto. Cronaca, diario, giochi, ricette. Avevo perfino messo su un giornale dal titolo alquanto ambizioso: ” Parole nuove”. Ma la mia passione erano le interviste, a parenti, amici o personaggi immaginari.
“Ogni tanto ti leggo, sai? Mi fa tanto piacere. E’ come se per un attimo ti avessi vicino”. “Ho cercato il tuo nome e cognome e con sorpresa ho scoperto che hai un blog!” “Ti leggo, ti leggo di nascosto”.”Ti leggo e non ci conosciamo. Oddio. Ci conosciamo solo a parole, ma non è già tanto?”
Perché le parole si perdono e poi si ritrovano, vagano nell’etere e poi qualcuno le riporta a galla, ma per giorni e giorni restano lì, immobili, come la natura in inverno. Ma le parole che io amo profondamente non sono tutto. Io davvero credo che le anime quando ne hanno voglia o bisogno o si vogliono bene hanno anche altri modi per parlarsi. E so già che ridi e dici che è un caso, che sono coincidenze, ma l’altro giorno quel messaggino mi è arrivato quando delle tue parole ne avevo più bisogno.
“Cosa vuoi fare da grande?” Tra il poliziotto, il cuoco, la veterinaria, la parrucchiera, una mia alunna ha risposto: la maestra. “Perché?” Le ho chiesto. “Perché le maestre hanno tanta pazienza”.

Lezione di scienze

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Chissà se anche loro hanno stanno consumando con gli occhi quelle pagine, quasi a volerne imprimere nella retina ogni figura, ogni dettaglio, con la curiosità tipica dei bambini. La mia amica Susi ed io lo facemmo di sicuro. Sua madre la aveva regalato un libro intitolato “come nascono i bambini”. Il libro aveva semplici spiegazioni che noi a forza di guardarlo imparammo subito a memoria, ma soprattutto, una serie di illustrazioni che ci illuminarono più delle parole. Le illustrazioni erano fatte con ritagli di carta come fosse un collage. Partivano dalla classica ape sul fiore e terminavano con la testa di un bambino che usciva dalle gambe aperte di una donna. Anche se è passato tantissimo tempo da allora e quel libro non mi è più ricapitato tra le mani, mi sembra di sfogliarlo adesso. Ciò che mi aveva detto mia madre sull’argomento era quasi niente. Perfino quando frugando in bagno avevo trovato un assorbente ed io, molto interessate alle dimensioni decisi di adottarlo come pannolone per la mia bambola, prese la palla al balzo per raccontarmi il suo vero uso. Vabbè, forse erano altri tempi. A riempire il vuoto con notizie più o meno precise e attendibili ci pensarono le amiche, la mia cugina più grande, ma soprattutto, la rubrica “l’esperto risponde” del giornalino ‘Cioè’.
Adesso ci sono io dall’altra parte. Dopo sistema scheletrico, muscolare, circolatorio e quant’altro ci sia nel corpo umano, siamo arrivati al giorno del tanto atteso: “apparato riproduttore”. In classe c’è una sorta di religioso silenzio. Mentre parlo sono attentissimi. Qualcuno accenna un sorrisetto quando pronuncio le parole “riproduzione sessuata”. E’ il sess iniziale che provoca ilarità anche se per sdrammatizzare dico che nei moduli la parola sesso si barra per distinguere maschio da femmina.
Voglio essere chiara con loro ma, nello stesso tempo, trasmettere che l’unione di uno spermatozoo con un ovulo genera una nuova vita con tutto il mistero, la poesia e l’amore che questo gesto comporta. Sono attenti. Vogliono capire e io non mi sottraggo a questo. Nemmeno mi nascondo dietro le parole. Nemmeno dietro i termini scientifici che connotano le varie parti dell’apparato riproduttivo traducendoli spesso nel gergo comune. Qualcuno anche qui accenna ad un sorrisino, altri annuiscono come per dire: adesso è tutto più chiaro.
La nuova vita nasce dall’incontro tra uno spermatozoo e l’ovulo. Questo l’ho capito” mi dice Camilla prontamente” “ma se lo spermatozoo è nel corpo del maschio e l’ovulo in quello della femmina come fanno ad incontrarsi?” Bella domanda, sì, proprio una bella domanda, alla quale dover trovare una bella risposta.
Rispondere “per amore” mi sembrava riduttivo e, per certi versi, anche fuorviante (ripenso alle dicerie di chi pensava che bastasse un bacio per rimanere incinta). Così cerco di dare a quell’amore una realtà concreta, descrivere un atto senza togliere la poesia.
“Ehi! Dove dovrei metterlo il mio coso?” Interviene Giacomo alquanto perplesso “Ma non ci penso proprio!”
“Non devi niente. Soprattutto adesso. Questo è il modo in cui esso avviene. Ma bisogna essere grandi per farlo.” Rispondo io.
“Grandi quanto? Basta saper guidare il motorino oppure bisogna saper guidare la macchina?” Incalza Mirco. “ Grandi come sono gli adulti. Ma non c’è fretta. Ogni cosa a suo tempo”. La discussione va avanti fino a che il suono provvidenziale della campanella mette fine alla lezione. Mi sembra di aver fatto un buon lavoro. Si chiudono zaini e libri. La vita va avanti. Mentre per un attimo rispunta l’immagine di un vecchio libro dalla copertina celeste e due bimbe dagli occhi grandi e curiosi di vita, proprio come quelli che ho davanti.

Quattro calci ad un pallone

“…Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore…Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo dalla fantasia…”
Potrei mettere come sottofondo questa canzone…
Se ho scelto di fare il mio mestiere è perché mi piaceva ma, di sicuro, molto è dipeso dalla maestra che ho avuto. Una maestra bravissima ma soprattutto, una persona davvero speciale. Il sabato mattina avevamo ginnastica e così lei, per farci muovere un po’, ci faceva giocare a pallone nell’atrio della scuola perché non avevamo la palestra. I miei compagni maschi erano felicissimi. Noi femmine meno, ma l’importante era giocare. Quello però che aveva architettato la mia maestra era un modo di giocare a pallone piuttosto strano, un po’ contenuto. Tipo biliardino (calciobalilla o come lo chiamate). Divisi in due squadre potevamo infatti muoverci solo in orizzontale lungo la mattonella e in questo modo passare la palla. Non ricordo se sia stato divertente. Forse sì. Ricordo più l’anno successivo quando sostituì il calcio contenuto con i pattini. Perché a me pattinare è sempre piaciuto. Figuriamoci farlo su di un pavimento liscio e non in quello scassato della nostra piazzetta!
Dopo questa mia precoce esperienza con il pallone sono passata dritta agli anni d’oro post adolescenza. Era estate, quando gli amici maschi ci allenarono seriamente per prepararci come squadra femminile del paese ad un incontro di calcio per beneficenza. In pochi giorni ci insegnarono le regole del gioco: come prendere il pallone di testa, come dargli un calcio, come fermarlo, ecc.ecc. Come allenatori non li mancava niente, ma forse pretesero l’impossibile. Del fatidico incontro ricordo solo che il campo da calcio era lunghissimo, che le basilari regole del gioco non furono quasi mai messe in pratica (compreso non correre dietro al pallone tutte insieme come uno sciame d’api) e che perdemmo 4 a 1. Ma soprattutto, che la partita finì con botte e stiracchiate di capelli tra una mia amica e un’altra ragazza della squadra avversaria alle quali piaceva la stesso ragazzo. Insomma, quasi come una vera partita di calcio di serie A.
L’altro giorno, ho fatto fare un gioco ai miei alunni. Ho dato un fogliettino e ho chiesto loro di rispondere a due domande: “La maestra Sandra mi piace quando…La maestra Sandra non mi piace quando….”. Naturalmente nel pieno anonimato. Non vi sto a raccontare la bellezza di cuore, la libertà e la freschezza delle risposte. Si va dai: “mi piace quando sorride perché ha un bel sorriso, mi piace perché ci spiega bene ed è chiara, mi piace quando consola i bambini e quando ci fa ridere…” Ai: “Non mi piace quando detta perché va troppo veloce, quando legge lei invece di noi, quando vuole che mangiamo la frutta alla ‘merenda sana’ fino ai comprensibili “non mi piace quando brontola e si arrabbia”. Ma il più bello è stato: “mi piace quando ci manda a riprendere il pallone”.
Dovete sapere che durante la ricreazione, specialmente quella dopo pranzo, se c’è bel tempo usciamo fuori. Qui, i maschi si organizzano sempre nella partitella di pallone. Ma il piazzale non è un campo da calcio e soprattutto, non ha una rete alta ma solo una ringhiera parapetto. Va da sé che il pallone finisce il più delle volta fuori e quando questo accade, finisce anche la partita. A me un po’ dispiace vedere questi Baggio in erba attaccati alla ringhiera a rimirare l’oggetto del loro amore finito in una stradina. Una stradina dove passa una macchina ogni tanto e una persona raramente e così scendo io, oppure, se non ci sono pericoli, mando uno di loro con accortezza a riprenderlo. E’ bello sapere che un mio alunno un giorno mi ricorderà anche per questo. Forse solo per questo ma va bene così.
Da due giorni nella mia classe è arrivato dalla Romania un nuovo alunno. Il suo nome con troppe u i e w è stato italianizzato in ‘Michele’. Michele ha 10 anni e non conosce una parola d’italiano. Non sono preoccupata di questo. Ormai nella scuola è quasi la norma. I bambini imparano presto e i compagni di classe saranno un valido aiuto. L’altro giorno Michele era comprensibilmente un po’ spaesato ma nello stesso tempo si è dimostrato collaborativo ed entusiasta di questa nuova esperienza. Poi l’ho visto a ricreazione mentre giocava a pallone con i compagni. Sorrideva felice e si divertiva. Non aveva bisogno di sapere l’italiano, non aveva bisogno di tante parole.
Forse davvero diamo troppa importanza alle parole. Seduciamo gli altri dando loro un bel vestito, ci difendiamo con esse facendone un’armatura. Costruiamo fiori, castelli, aerei di carta, fatti di parole. Le usiamo come fossero spade con noncuranza. Sono un po’ stufa delle parole. Anche delle belle parole. Anche delle non parole, dette per imbalsamare qualcosa che è un sentimento. Anche dei silenzi quando sono pieni di parole perché in fondo sono la stessa cosa. Ritorniamo all’essenziale. Un po’ più primitivi, un po’ più bambini. Forse saremmo tutti un po’ più contenti.

Ritratto in Prima

Ondeggiano sotto i loro fardelli colorati
se ne vanno incauti
verso un mondo piatto appeso al muro.
Finestre aperte, bocche spalancate
il futuro semplice da incorniciare
come in quella foto
colletto di trina
e un fiocco rosso,
stropicciato e sbilenco
spostato a sinistra.
(già il cuore chiamava)

Una molletta al centro divide i capelli
per vedere bene e non stancare gli occhi
tra i contorni del reale.