Archivio | gennaio 2014

La maledizione di Tutanmodem e la wireless stregata

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Non dovrebbero mai farvi un’offerta vantaggiosa quando le giornate intenettiane non girano bene. Potrebbe sembrarvi estremamente vantaggiosa. A me è successo e ne sto ancora pagando le vantaggiosissime conseguenze. Un mese fa, in pieno delle mia facoltà mentali, ho trasferito la mia linea internet e telefonica ad un altro operatore, iniziando così una serie di vicissitudini che perdurano tuttora. C’è da dire, in tutta onestà, che le mie conoscenze in merito al mondo telematico sono quasi nulle. L’unica cosa che ricordo di aver detto alla gentilissima signorina Ambra, Federica o Carlotta che in casa mia il cellulare trova la linea soltanto vicino alla porta. “Ma signora!” Ha esclamato con aria snob la donzella, zittendo immediatamente l’ignorante telematica che in me. “Cosa c’entra il cellulare con il modem!” E invece c’entra, c’entra. C’entra, perché adesso quella station è parcheggiata vicino alla porta, viaggia poco e male ma soprattutto, quando vuole lei. Una piccola stazione di periferia per capirsi. Di quelle che vedono transitare un treno al giorno. Forse due.
In compenso viaggiano le mie telefonate in un crescendo pavarottiano. Le prime cortesi e ragionevoli, quelle successive alterate, poi sempre più irritate riguardo al contratto trappola nel quale sono caduta. Di solito, chi come me non ci capisce niente, si rivolge a chiunque nella cerchia delle amicizie gli sembri avere qualche conoscenza in più pensando che, sommando due mezze ignoranze in materia, si abbia come risultato una competenza elementare. Ecco. Non fatelo. Potreste ritrovarvi a pulire il cesso di quella famosa stazione. Per fortuna nel mio peregrinare alla fine sono giunta a San Daniele. San Daniele è preparatissimo e si prodiga in mille aiuti e consigli. E’ dotato di santissimi poteri anche a distanza nel risolvere qualsiasi problema si presenti. Ma come tutti i santi va disturbato solo quando è strettamente necessario. L’altra sera gli ho ripetuto la giaculatoria della scaletta dell’unità di misura byte, megabyte, gigabyte che mi aveva insegnato il giorno prima per farmi un pochino innamorare della materia, ma ancora non so se ha avuto effetto.
Di solito poi accade che quando uno passa dall’operatore X a quello Y, fa il salto e passa. Invece no. Sono stata ancora più fortunata. Forse la mia linea ha preso la rincorsa, era pronta per il salto ma poi ci ha ripensato. Fatto sta che il telefono è di là, la chiavetta della stazione è di là e la linea internet è ancora di qua. Amici cari. Questo per dirvi la voce intenettiana di penna bianca è appesa ad un filo. E non quello del telefono perché il mio cellulare telefona e basta. Ma a quello del tempo, delle connessioni a casa di amici, delle paturnie umorali della station.
Per esempio, adesso sto inviando questo post da un internet point. La cosa potrebbe sembrare perfino romantica come se lo facessi da un telegrafo remoto della Siberia. Ma io ho voglia della noiosa e rassicurante monotonia del ragioniere che apre la sua posta ogni mattina e, davanti ad un buon caffè, comincia a leggere le mail.

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Cosa resta di un viaggio breve e intenso? A guardare la mia piccola valigia blu: panni sporchi, un libro nuovo, due tazze di vetro trasparente ricevute in regalo. A guardare dentro i miei occhi molto di più. Tutte le strade portano a Roma. Anche quelle che partono da lontano. Camminare per strade sconosciute. Incontrare persone conosciute. Incontrare persone conosciute solo a parole. Cosa resta nell’aria dopo un incontro, un abbraccio, una sera passata insieme a ridere e parlare? Forse può rispondere solo quel gatto un po’ temerario che ci dà il benvenuto sfidando il traffico cittadino. “Promettimi…” Non so fare quel genere di promesse, ma so che basta lasciare fluire la vita per onorare certe promesse. So che il tempo è una variabile secondaria quando si parla di affinità. So che mi emoziono ancora a vedere un’alba, soprattutto quando ho una valigia in mano e un biglietto di viaggio perso in qualche tasca.
“Arrivata. Sono stata bene. Sto bene. Grazie di tutto”. Se esistesse ancora il telegrafo basterebbero queste parole. Se esistessero le anime nemmeno queste. Parole…Viaggiare…
No ne so trovare altre meno banali di “bello”. Potrei reiterarlo come fanno i bambini per rafforzarne il contenuto.”Bello, bello, bello”. Parole. Chissà con quale parola Marco Polo iniziò il suo Milione. Chissà con quale lo concluse. Se un velo di tristezza lo avvolse quando tornò a casa, se ne progettò subito un altro, se anche lui aveva una scatola piena di mappe geografiche e cartine da aprire sul futuro e sognare.