Archivio | novembre 2013

A bocca aperta

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Aspettare. A volte aumenta il piacere. Ma non qui nella sala d’attesa del dentista. “Mi dispiace, non siamo in orario. C’è stata un’urgenza”. Mi dice la segretaria. Guardo da lontano la copertina di una rivista di gossip adagiata sul tavolo, un’altra che parla di cucina. Tiro fuori il mio libro e provo a leggere qualche pagina, ma senza troppa convinzione. La testa è altrove. Passa un’ora, poi l’assistente mi chiama. Devo fare un lavoro grosso. Di chirurgia. Praticamente aprire le gengive, pulire l’osso, pulire le radici dei denti, introdurvi un tessuto biocompatibile e rigenerante e chiudere il tutto.
Mi sdraio sulla poltrona pronta per l’intervento di macellazione. Il dentista sdrammatizza, cerca di essere carino. Per fortuna ha una bella voce. Soprattutto quando sto male mi accorgo di essere sensibile alla voce dell’altro, come se questa avesse la facoltà di entrarmi dentro, rasserenarmi o agitarmi. Tutto è pronto. Mette un CD. Accende la lampada mentre io chiudo gli occhi e apro la bocca assecondando le sue manovre. Entra l’ago. Più volte, in più parti. Dopo pochi minuti l’anestesia comincia a fare effetto. Sento scartocciare qualcosa. Pensavo dicesse: “bisturi” chiedendo all’assistente di passarglielo come nei film, invece ha fatto tutto da solo. Lei si impegna solo a tenere l’aspiratore. Sento il sapore del sangue. Gratta, scalfisce, incide. Sento le sue mani lavorare alacremente. Il manico degli attrezzi comprimere il labbro fino a farmi male. “Che osso poroso!” Questa è l’unica cosa che gli sento dire. E poi il rumore assordante di una mola che entra dentro, si sposta in tutti gli spazi, rotea, lima. C’è odore di ossa bruciate come quando a scuola facciamo l’esperimento sull’osseina. Di nuovo raschia, scalpella, leviga. Appoggio la testa più volte sul seno abbondante dell’assistente piegata su di me a reggere l’aspiratore. Mi sembra un morbido cuscino. Una mamma che mi protegge. Passa un’ora, un’ora e mezzo così. Nel silenzio delle parole. Solo gli attrezzi fanno rumore mentre i Beatles invocano let it be dallo stereo.
Sentire il filo di sutura sfiorarmi le labbra è un sollievo. Sembra un bacio. E’ finita, penso. Adesso cuce tutto e così fa. Grazie, grazie, grazie dico sottovoce a chi mi ha tenuto la mano dalla terra e dal cielo. Apro gli occhi e la lampada a led mi abbaglia come un sole artificiale. Sputo sangue e saliva nel piccolo labello rotondo mentre il vortice dello scarico li risucchia prontamente. E insieme al sangue e alla saliva sputo tensioni, dolore, rabbia, delusione e due occhi che mi hanno infilzata con lo sguardo. Il dentista mi sorride e mi dice “brava” come fosse un complimento, una medaglia conquistata sul campo. Forse anch’io lo dico a me stessa. Io che ho sempre pensato di non essere una persona coraggiosa e forse davvero non lo sono, ma da quando ho iniziato a fare scelte coraggiose questo coraggio un po’ mi vuole bene e mi viene incontro.
Esco con la borsa del ghiaccio sulla guancia e arrivo in macchina. Mi guardi come se tornassi dal fronte. “Fammi vedere” mi chiedi curioso. Apro la bocca e ti mostro le mie due ore di travaglio. “Mamma mia, bimba ”. Dici sommesso. Poi chiudi gli occhi e quando li riapri sono gonfi di lacrime. Forse le mie.

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Cosa vuoi fare da grande?

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Avevo le idee chiare, non c’è dubbio. Soprattutto se lo ricorda bene mia sorella, complice obbligata del mio progetto: “da grande voglio fare la maestra”. Pomeriggi interi trascorsi a giocare a maestre, dove io idealmente salivo in cattedra mentre lei, al banchino, si sorbiva bonariamente le mie lezioni ma soprattutto chilometrici dettati. Secondo me, è iniziata da lì la sua avversione allo studio.
A parte una piccolissima parentesi nella quale volevo fare l’acrobata in un circo (influenzata forse da una serie televisiva che mi pare di ricordare si chiamasse ”salto mortale”), intorno ai dieci anni i miei progetti lavorativi sono improvvisamente cambiati: “da grande voglio fare la giornalista”.
Chiesi così espressamente ai miei nonni, per la prima comunione, in regalo una macchina da scrivere. Mi arrivò una bellissima Olivetti Dora 64, color beige o crema o sabbia (ma non di Viareggio). Ricordo ancora perfettamente l’odore che faceva la bobina d’inchiostro. Una striscia metà rossa e metà nera che si srotolava e arrotolava generosamente per imprimere sul foglio le mie parole. Il ticchettio dei tasti che pigiavo con due dita, viste le mie quasi nulle conoscenze dattilografiche, ma con grande passione ed entusiasmo. Ma soprattutto, ricordo bene il giorno dopo. Quando, appena sveglia, feci le scale di corsa per vedere se era sempre lì. Cosa scrivevo? Di tutto. Cronaca, diario, giochi, ricette. Avevo perfino messo su un giornale dal titolo alquanto ambizioso: ” Parole nuove”. Ma la mia passione erano le interviste, a parenti, amici o personaggi immaginari.
“Ogni tanto ti leggo, sai? Mi fa tanto piacere. E’ come se per un attimo ti avessi vicino”. “Ho cercato il tuo nome e cognome e con sorpresa ho scoperto che hai un blog!” “Ti leggo, ti leggo di nascosto”.”Ti leggo e non ci conosciamo. Oddio. Ci conosciamo solo a parole, ma non è già tanto?”
Perché le parole si perdono e poi si ritrovano, vagano nell’etere e poi qualcuno le riporta a galla, ma per giorni e giorni restano lì, immobili, come la natura in inverno. Ma le parole che io amo profondamente non sono tutto. Io davvero credo che le anime quando ne hanno voglia o bisogno o si vogliono bene hanno anche altri modi per parlarsi. E so già che ridi e dici che è un caso, che sono coincidenze, ma l’altro giorno quel messaggino mi è arrivato quando delle tue parole ne avevo più bisogno.
“Cosa vuoi fare da grande?” Tra il poliziotto, il cuoco, la veterinaria, la parrucchiera, una mia alunna ha risposto: la maestra. “Perché?” Le ho chiesto. “Perché le maestre hanno tanta pazienza”.

Di treni che volano sulle rotaie

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Era lì. Come fosse normale. E difatti, vedere un treno in stazione non ha niente di strano. Ma vederci lui, sì. Elegante e sinuoso nel suo blu notte che metteva in risalto le scritte in oro: “ sleeping car”, “Express Europeen”. Appena l’ho visto sono corsa avanti e indietro per riempire gli occhi di ogni dettaglio. Sbirciare dal finestrino l’interno delle carrozze, la tappezzeria, gli arredi in legno, quel piccolo paralume messo accanto al finestrino a fare compagnia, ad illuminare un piccola nicchia di bellezza.
Fare un viaggio sull’ Orient Express è sempre stato un mio sogno. L’avevo scritto perfino nel mio diario di bambina sotto la voce ”sogni”, insieme a: “comprarmi un camper” e “fare la maestra”. Quest’ultimo soppiantato a dieci anni (quando alla Prima Comunione chiesi in regalo una bellissima macchina da scrivere Olivetti 64 ), da: “fare la giornalista”. Ma questa è un’altra storia. Un altro post.
Non è facile scrivere un post che parli di sogni. Si rischia di renderlo pesante, di affossarlo nei periodi ipotetici, di sommergerlo di condizionali che risultano indigesti dopo le prime tre righe. Però, quando un sogno l’hai davanti, la penna può volare e osare l’infinito. Infinito presente, s’intende.
Venezia – Istanbul: sei giorni, cinque notti. Sei giorni a leggere libri, chiacchierare, guardare in silenzio il paesaggio che cambia lentamente fuori dal finestrino. Sei giorni di risate, perché quelle non mancheranno di sicuro e di giochi. Sei giorni a prendersi la mano. Così, per un attimo. All’improvviso. Cinque notti. Cinque notti con il rumore delle rotaie a fare compagnia. Addormentarsi dentro quell’atavico cullare che rasserena. Cinque notti a sfiorarsi per sentire il contatto. Cinque notti a fare l’amore ma piano, in silenzio, come quando eravamo in camera mia e solo un muro sottile la divideva da quella dei miei genitori.
Cinque notti a sognare che l’indomani spunti ancora il sole. Per ricordarmi che c’è. Anche quando piove. Anche quando ci sono le nuvole. Anche quando i sogni sembrano svanire.