Archivio | settembre 2013

Piano piano

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Sono tornata a casa così. Guidando piano, piano, senza fretta. Senza accendere la radio, mettere un cd e nemmeno pensare, forse. Solo quel viaggio lento che rispecchiava la pace che c’era dentro di me. E’ tardi. Potrei dire tardissimo pensando all’ora su cui è puntata la sveglia per domattina. Notte fonda per dirla in due parole se non ci fosse quella luna piena in cielo a rendere visibile ogni cosa. Non incontro nessuno. Nessun automobilista, dico. Perché percorrendo una strada di cinque chilometri nel bosco qualcuno incontro sempre. Stanotte è la volta di una volpe. Mi attraversa la strada all’improvviso ma io, dato la minima velocità, nemmeno freno. Faccio in tempo a vederla mentre con la coda dritta parallela alla strada, entra nel bosco velocissima. Incontrare una volpe mi regala sempre un sorriso. Anche cerbiatti, cervi, cinghiali, istrici, tassi lo fanno, ma la volpe più di tutti.
Guidare così è un po’ come quando vado a camminare. Quando sai che c’è una mèta ma il piacere è già nel viaggio. Quando senti il terreno sotto i piedi che ti sostiene e l’aria è leggera e non ti affanna il respiro. Sembra quasi che tu sia immobile mentre non lo sei. Sei in pace. Forse è solo uno stato di grazia da godersi in silenzio. Forse devo ringraziare qualcuno. Forse è l’aria di questa notte che non nasconde i suoi misteri e m’invita a viverli. Non lo so. Potrei guidare così per ore. Io che non amo farlo. Guidare piano, piano, senza fretta di arrivare. Guidare con il sorriso sulle labbra. Per rimanere tutt’uno con questa magia e viverla fin che ce n’è.

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Primo giorno di scuola

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Arrivano alla spicciolata. Scortati da una, spesso due, colonne umane che incoraggiano, danno sicurezza e protezione. Arrivano ondeggiando. Sommersi dai loro zaini troppo grandi, troppo pieni, troppo griffati, ma ancora sufficientemente colorati. Qualcuno sorride curioso, qualcuno sorride nervoso, qualcuno proprio non riesce a trattenere le lacrime di fronte al mistero del nuovo che sta incontrando. L’aria è densa di emozione. La sento. La sento e ne divento parte. Succede sempre così quando ho davanti la personificazione umana del cartello che ho sulla porta: Classe I. C’è un attimo, un attimo preciso, nel quale si confondono ruoli e aspettative. C’è un attimo nel quale mi riconosco in loro perché siamo tutti più o meno fragili di fronte alle cose sconosciute. Eppure il nuovo porta in sé il germe sano della vitalità, della forza e del coraggio. Porta in sé quell’energia vivificante che smuove e contagia positivamente quello che già c’è. Dà voglia di fare perché ci ricorda come eravamo noi all’inizio, quando in qualsiasi cosa muovevamo i primi passi. Eppure il nuovo nella sua esuberanza va protetto, va curato con premura, va alimentato con dedizione perché è sensibile a qualsiasi ventata. Non ha la sicurezza del prima e nemmeno la padronanza delle cose. Vive nel presente.
E noi così, a guardarsi negli occhi. Per cogliere sfumature che vanno oltre le parole. Per capire se quel sorriso rimarrà a lungo così luminoso e contagioso e non solo nelle foto che qualcuno inevitabilmente ha scattato per immortalare l’evento. E noi così. Per dare un contorno al nuovo che piano, piano, prende forma.

Tempo di cambiamenti

Non lo vivere come un tradimento, ti prego. Nemmeno per scherzo. E’ stata una scelta dettata più dalla razionalità, dal bisogno e dalla constatazione che avanti così era faticoso andare. Lo so, lo so, la tua compagnia è stata impagabile. Io sul divano e tu lì, fedele e preziosa presenza. Stavi tranquilla senza dire una parola ma la tua vitalità interiore metteva allegria. Poi il bisogno ha preso il sopravvento. Soprattutto al mattino, quando il giorno comincia e si pensa a farlo cominciare bene. Ho ceduto così anch’io alla programmazione, all’efficienza, alla sicurezza che l’indomani ci sia qual tepore che mi abbraccerà appena sveglia. “Non vorrai mica innamorarti del primo che ti promette calore!” Questo no. Allora ho chiesto, domandato, mi sono informata e ho dato una possibilità teorica a tutti i pretendenti. Avevano nomi alquanto curiosi e simpatici, ma quasi sempre da donna: Rosy, Viviana, Duchessa come se l’accoglienza e il calore fossero una prerogativa tutta femminile. Dieci anni sono tanti. “Ma sono molti di più!” risponderesti. ”Ti ho conosciuta da piccola, quando appena muovevi i primi passi nel mondo e tu adesso mi metti da parte” (di solito in un distacco il senso di colpa regna sovrano). “Non peggioriamo le cose. Non sciupiamo il bello che c’è stato”.(Aggiungerei io frugando nel vocabolario delle frasi classiche). Nel cambiamento bisogna osare. Pur con tutte le accortezze del caso ma bisogna farlo e se va bene, poi magari dirsi soddisfatti: ”ma perché non l’avevo fatto prima!” Ma di questo ne riparleremo a primavera. Per adesso viviamo il presente e festeggiamo. Allora: “Welcome Dorina in my house!” Che detto in inglese fa ancora più scema, ehm…volevo dire scena.