Archivio | agosto 2013

Temporali estivi

temporale moregallo riccardo

Arriva all’improvviso. Una, due, tre gocce che picchiettano rumorosamente ma sembrano innocue. Saresti quasi tentato di non farci caso. Ma poi tutto precipita velocemente, come uno spartito che diventa andante maestoso dopo che le prime battute sono state eseguite da un triangolo. Arriva così adesso la pioggia in estate. L’hanno definita tropicale. E’ sì che me la ricordo ancora bene anche se il timbro sul passaporto mi dice che era il 1996. Me li ricordo bene quei tre mesi passati a Cuba dove alla pioggia tropicale, insieme alla horita, tempo indefinito che per il cubano può variare da cinque minuti ad un paio di ore, avevo piano, piano e con mia sorpresa imparato a convivere. Questa cosa all’inizio mi sconvolgeva. Uscire con il sole e poi ritrovarti a scappare in un fuggi, fuggi generale. Trovare rifugio sotto un portico, un cornicione, un terrazzo. A volte sotto una palma. Ma quando c’erano i fulmini no, la palma era meglio scartarla. Me lo ricordo quel gelato di Coppella, solo due gusti, fragola e cioccolato, che si squagliava portato via dalla pioggia torrenziale e noi a ridere e a baciarsi che tanto ormai eravamo bagnati fradici.
La fortuna delle piogge improvvise cubane è che nella maggioranza dei casi poi torna subito il sole. Un sole caldo che ristora. A volte puoi vedere perfino l’arcobaleno. Io una volta a Cuba ne ho visti due. Uno accanto all’altro come fosse un ponte a due campate. Era il giorno che partivo e che tornavo in Italia e stavo andando all’aeroporto. E benché avessi gli occhi gonfi di lacrime, quel ponte colorato è stato capace di farmi uscire un sorriso.
“ Corri, scappiamo in macchina che comincia a piovere. Sento i tuoni in lontananza” “Ma come? Se fino a poco tempo fa c’erano le stelle”. Non so se correndo abbia percorso quel ponte colorato in un giorno, un mese, un anno oppure in una vita intera. Basterebbe dire una horita e sarei ad oggi. Il rumore della pioggia ticchetta sulla carrozzeria. Siamo due spettatori privilegiati dentro una nicchia protettiva. Fuori uno spettacolo potente e antico. Lampi che fanno giorno e noi abbracciati. Il collo che si ritrae come se dovesse prepararsi ad attutire il colpo del tuono. E ridere e dirsi accipicchia com’era vicino. Non c’è più un attimo di tregua ormai. Solo il buio a volte prende il sopravvento ma la pioggia no, quella non si ferma. E mani che s’intrecciano oltre le mani. E dirsi “bello, bello, bello” ma solo con gli occhi, quasi per pudore. Dirlo a quest’acquazzone improvviso, alla notte, all’estate e a noi che ne siamo diventati misteriosamente parte.

In equilibrio

sassi

“Intanto, va scelto per bene il sasso” mi dici. “Deve essere piatto e non troppo piccolo. Poi va lanciato in orizzontale sul pelo dell’acqua. Così. Con un colpo secco del polso che gli dia la forza. In questo modo il sasso saltella anche sei o sette volte sull’acqua.” E’ tutta questione di forze, di equilibri, a volte solo di un nome che ti richiama alla mente un’altra persona, altri giochi, altri momenti. “Ti vedo bene”. Mi sono rimessa in piedi. Merito anche di questo bel posto e dell’acqua del fiume. Qui non c’è altro rumore se non quello dell’acqua che scorre. E’ il posto adatto per fa andar via le cose. Qui i sassi sono tondi, levigati e non ci sono spigoli pungenti. Tutt’al più bisogna stare attenti al muschio che ricopre quelli sommersi per non scivolarci sopra. Bisognerebbe aver imparato a farlo anche nella vita. A volte qualcuno riesce a mettere i sassi uno sull’altro come fossero una torre. Ma solo qualcuno bravo riesce a mettere i sassi più grandi alla fine, in alto. In equilibrio. Fino a quando? Fino al prossimo equilibrio. Come se la vita e i rapporti con le persone fossero solo una ricerca continua di un’armonia. “Suonare, sappiamo farlo un po’ tutti ma solo i musicisti bravi riescono ad improvvisare. Ricordatelo. Perché vuol dire che non solo conoscono la musica, ma che questa fa parte di loro.” Questo mi dici al telefono per sdrammatizzare che sei rimasto fermo con l’auto una giornata intera in mezzo al nulla di una landa desolata della Sardegna. Soltanto perché la chiave elettronica si era bagnata e non permetteva la messa in moto. “Immobilizer system mi dicono si chiami così, questa specie di antifurto che nemmeno sapevo esistesse”. “Nemmeno io. E cosa hai fatto?” Ti rispondo incuriosita. “ Tremila telefonate ma niente. Mi avrebbero fatto arrivare la chiave sostitutiva dopo una settimana. Ci pensi che casino? Allora mi sono fatto uno spaghetto aglio, olio e peperoncino (ormai ho attrezzato il kangoo come fosse un camper) e mi sono messo a suonare la chitarra. Ho smontato la chiave e l’ho messa al sole. Ho passato un pomeriggio così. In equilibrio tra giramento di palle, incoscienza, resa, speranza e un punto interrogativo disegnato sulla sabbia al quale mi sono aggrappato con tutta la mia forza. Non ci crederai, ma forse hai sentito il mio urlo. E’ stata una gioia immensa quando girando la chiave la macchina si è messa in moto. Dai, che ancora adesso non ci credo!”
Rialzarsi. Imparare a camminare. Di nuovo. Non tenere sempre gli occhi a terra per cercare sicurezza. Saltare da un sasso all’altro senza paura. E non guardare sempre quella ferita altrimenti non guarisce. Questo mi ha detto il fiume l’altro giorno.
“Sei un bell’equilibrio tra profondità e leggerezza”. Chi io? E ti sorrido anche se è un gioco, anche se non mi vedi, anche se siamo al buio. E’ che certe giornate sono così belle che vorresti farle arrivare a domani.