Archivio | giugno 2013

Far legna

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Fare legna è fatica. Lo so. Quanti saremo oggi su al rifugio? Perché chi è in vacanza, chi ha scelto il mare, chi lavora, chi proprio di fare legna non ne ha voglia. Molto meglio vederla scoppiettare nel caminetto in inverno. Fare legna è fatica, ma per me è anche un divertimento. Forse perché mi ricorda la prima volta che ho messo in pratica questo gesto apparentemente insignificante e ripetitivo. Mi ricorda chi me l’ha fatto amare e mi è rimasto dentro. Nel suo lato più bello. Che poi siamo una massa di giocherelloni e fra alzare tronchi, spostarli, segarli, metterli nella legnaia è tutto un ridere. Fatto di battute pungenti, doppi sensi che allentano la fatica. Non c’è distinzione. Uomini, donne, grandi, bambini, siamo tutti lì con un pezzo di legno in mano ad accatastare legna per l’inverno. Anche se l’inverno è lontano. Anche se nemmeno a pensarci con questo caldo ci si ricorda a cosa serva quel pezzo di legno in mano. E poi il profumo. Mio padre ha fatto tutta la vita il falegname E’ un po’ come essere nati figli di un fornaio. Non ci si scorda. E poi io adoro il legno. Si dice caldo, flessibile, vivo. Aggiungerei umile. E’ così sufficientemente presente. Non ha la pretesa dell’eternità del granito, la magnificenza del marmo, la preziosa rarità di qualche metallo. E’ ovunque. Anche oggi. Qui, nella radura intorno al rifugio, a cercare mani amiche, guardarsi per un attimo e poi ridere come se fosse fuoco scoppiettante. Come quella volta, ti ricordi? Abbiamo preso il sacco a pelo e dormito giù davanti al caminetto. Avevamo la comodità dei letti al piano di sopra ma volevamo gustarci il calore e la luce del fuoco. E io che cantavo “wende ya ho” sottovoce, un inno Cherokee di ringraziamento per il sorgere del sole. Che poi non era nemmeno tanto in tema, ci sarebbe voluta una ninna nanna. O forse sì. Quel fuoco scoppiettante sembrava l’inizio di un nuovo giorno. Ricordo che c’era caldo a sufficienza, intabarrati nel sacco a pelo e vestiti come eravamo, ma non so perché a turno ci alzavamo ogni tanto per mettere un pezzo di legna nel fuoco. Per mantenerlo vivo. Nessuno dei due voleva si spegnesse.

Frivolezze di stagione

piedi

Se ne erano stati tutto l’inverno al chiuso. E l’inverno è lungo per chi vive in montagna. Chiusi per il freddo, la neve, il gelo, o semplicemente chiusi, e avevano tanto bisogno di prendere una boccata d’aria. Così ho preso una bacinella, ho messo dentro due cucchiai di sale grosso, qualche goccia di essenza di rosa, acqua tiepida e li ho messi a bagno. I miei piedi. Li ho lasciati così per un tempo indefinito a rilassarsi e distendersi. Poi ho preso pietra pomice, forbicine e limetta ed ho cominciato a togliere tutto ciò che era morto e vecchio. Li ho rituffati ancora nell’acqua ed infine li ho messi fuori ad asciugare all’aria come fossero panni stesi. Mi sembravano felici. Ma per fare due piedi felici fino in fondo occorre lo smalto. Ne ho messo uno di un colore indefinito e molto naturale. Sembra sabbia dorata.
Li ho visti dentro i miei sandali e stavano proprio bene. Stavano così bene che quella sera sono voluti uscire a cena fuori. Era tanto che si diceva. E poi camminare dopo cena, perché abbiamo tanto da dirci e non so quanto da dirci e quanto sia solo piacere di stare insieme. Ma i miei piedi hanno visto l’aria oggi e quei sandali sono proprio carini ma non comodissimi.
E’ buio. Una delle prime sere estive e c’è gente ancora in giro per le strade del centro. Così, appena fermi su di uno scalino in piazza del Duomo, tolgo i sandali e lascio i miei piedi totalmente liberi. La pietra emana un calore piacevole. Accogliente. Sulla caviglia sinistra ho un piccolissimo tatuaggio. Retaggio dei miei sedici anni. Quando i tatuaggi ci si facevano da soli con norme igieniche inenarrabili. Quando i tatuaggi li avevano solo i drogati e i carcerati ed io fortunatamente non appartenevo a nessuna delle due categorie. Sono due onde. Due onde incise sulle mie radici. Mi guardi e sorridi quando ti racconto come è avvenuto il fatto con l’attenta precisione ai particolari come se fosse accaduto l’altro ieri. “Hai due piedi proprio bellini” dici sorridendo. E penso che un uomo che ti guarda i piedi forse ha qualcosa di bello da dirti.

Oltre le parole

incontro

Cerchi una penna per scrivermi una dedica sul tuo libro ma trovi un lapis. Dici che è perfetto. Lo preferisci. E trovo che questo dica tutto. E ripensandoci anch’io credo che sia perfetto e dica tutto. C’è la morbidezza dell’incontro senza il bisogno di imprimerlo, la fiducia nell’altro (basterebbe una gomma per tirarla via), c’è il rispetto per il libro. Ognuno ha portato qualcosa e mi riempite di regali. Spero che il galateo mi esoneri da ricambiarli perché sono la padrona di casa, ma sono a mani vuote e mi sento un po’ a disagio. Ho tante idee però, anche se il tempo è poco e il sole non sempre ci assiste. Aspettarsi. Mi chiedevo. Non facciamoci aspettative che queste fregano. Questo mi dice sempre la mia adorata faccia davanti allo specchio. E così vi vengo incontro e sarà quello che sarà. D’altra parte ci vuole coraggio e non solo a venir fin quassù ma soprattutto, ad abbandonare scudi e paraventi fatti di parole. Anche solo tende. A togliere gli occhiali scuri. A rompere la consuetudine sicura di conoscerci solo attraverso di esse. Tante ore per arrivare fin qui e vi capisco oltre che coraggiosi siete stati anche temerari. E poi qui c’è solo verde e se a qualcuno il verde proprio non piace come colore, siamo messi male. Ma la montagna è così. Qualcuno dice bellissima, qualcuno un mortorio, non ci vivrei mai. Non immaginiamoci niente. Davvero. Le parole sono altro, sono oltre i nostri nick, sono il filo intrecciato che vi ha portato fino a qui. Ma guardandosi negli occhi il gioco è andato avanti. Un pezzo di salita l’avete comunque fatta anche con le ballerine raso terra. E qualcosa resta. A me sembra tanto. Per me è tanto e vi ringrazio. Anch’io in qualche modo un po’ di strada l’ho fatta, se non altro per andare ad aprire la porta. Anche questo richiede un certo impegno. Bisogna avere voglia di farlo.
Siamo diversi. Quanto diversi. Tanto diversi. Non lo so. Le ricette più gustose prevedono abbinamenti contrastanti come il quadratino di castagnaccio con il rigatino arrotolato e messo in forno. “Assaggialo. Ti do anche il mio. Tanto posso mangiarlo di nuovo quando voglio. Ha un sapore speciale: dolce e salato insieme. Ma stanno così bene, non trovi?” E chissà perché la nostalgia ti prende sempre alle spalle. Così, all’improvviso, per un attimo, piccola e silenziosa ad immaginare altri volti, altri momenti. “Che bello. E’ stato tutto così naturale” mi dicesti. Anche se prima ci conoscevamo solo a parole.

Tempo permettendo

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Questi primi giorni di giugno, di giugno hanno solo il nome. Sembrano giornate marzoline. Il tempo cambia repentinamente e svariate volte nel corso della giornata. Così, alla tua domanda: “come va?” Mi verrebbe quasi da rispondere: “come il tempo”. A volte accade che di prima mattina ci sia il sole, poi improvvisamente rannuvola o addirittura viene giù un bel temporale e infine sulla sera torna il sereno. Ma a volte capita che il sole non torni e viene buio con la pioggia. E’ difficile da capire questo. Soprattutto quando l’altra mattina dalla classe vedevamo il sole splendere in cielo, ma non è stato possibile fare quella camminata programmata da tempo al rifugio del Montanaro perché nel pomeriggio avrebbe piovuto. “Ma siamo in quinta!” mi dite. E così non posso nemmeno rispondervi: “La faremo il prossimo anno” ma solo sperare che un po’ del mio amore per le montagne che abbiamo intorno via abbia contagiato. Oggi c’è il sole. Così metto gli occhiali scuri e, all’uscita da scuola, dopo cinque anni passati insieme i miei occhi lucidi non si aggiungono ai vostri. Perché la vita va avanti e voi siete la vita. Perché ieri ho visto piangere mio padre. Non l’ho mai visto piangere in tutta la vita come nell’ultimo anno. Ho dovuto dirgli che era morto suo fratello Gigi, l’ultimo dei suoi sei fratelli. In poco più di un anno prima se n’è andata mamma, poi la zia Idria che abitava a due passi ed era più di una sorella, adesso lui. E mi sembra che la morte quando si invecchia troppo diventi una compagna invadente. E lui si è messo a piangere “anche questa non ci voleva”. “ E’ vero babbo, non ci voleva”. Poi t’incazzi e io sto zitta perché è vero, la morte fa pure incazzare. Va detto ai teorici della morte. A quelli che ragionano bene. A discorsi però. Perché quando domandi loro: chi hai perso nella tua vita? un genitore, un fratello, un amico del cuore, un figlio? Vedi che la loro memoria continua a rovistare nel lontano passato fino a ripescare un prozio con il quale non erano neppure legatissimi. Allora state zitti che dire “la morte fa parte della vita. Bisogna accettarla senza ansia e senza angoscia” detto da voi fa proprio ridere. Alla morte non siamo mai preparati e quando arriva lascia vuoto e dolore. Poi la vita si ricompatta e si va avanti. Ma ci vuole tempo per riappoggiare il piede zoppicante a terra. E così, in quell’attimo dal sapore amaro e già conosciuto, fa bene sentire il calore di una mano amica, le parole di un messaggino, due chiacchiere con un’amica, un abbraccio dato da lontano. E la nebbia si dirada. Quel peso sul petto un po’ si alleggerisce. E guardo a domani. Chissà che emozione. Lo so, lo so, nessuno di voi avrà messo gli scarponcini in valigia perché è un po’ da pretenziosi (io) o da matti (voi) guidare per quattro o cinque ore e poi pensare di andare a camminare sul crinale. Allora la montagna la guardiamo da sotto che è bella ugualmente o la ricerchiamo negli occhi l’uno dell’altro attorno ad un tavolo. Sono proprio felice di incontrarvi. Buon viaggio, amici cari.
Questo pensavo nell’attesa che l’asciugatrice automatica della lavanderia a gettoni mi rendesse il bucato. Perché è così. Quando il sole non c’è bisogna inventarlo.

Elogio dei sogni

Sogno1

Ho sempre avuto un debole per i sogni. Quelli che si fanno di notte. Mi è sempre piaciuto il loro fregarsene di regole e bisogni, moralità e logica, tempi e spazi. Mi ha sempre incuriosito vivere questa vita parallela dove niente è a comando. A volte mi piacerebbe poter ordinare un sogno. Non dico la trama, mi basterebbe i protagonisti, le comparse. Perché lo sappiamo tutti: mentre si sogna sembra tutto vero e non esiste altra vita. Nessuno di noi pensa che in quel momento stia sognando. E quindi, è un regalo bellissimo ritrovarsi e interagire con persone che per un motivo o l’altro non ci sono più nella tua vita. Quando questo accade, ed è stato un bel sogno, la giornata seguente parte meglio. A me piace anche raccontarli, i sogni. Forse perché penso che tutti abbiano il mio stesso stupore ma, in verità, forse non è così. Ricordo un mio vecchio amore. Aveva trovato un modo per scappare signorilmente dal mio:“Sai cosa ho sognato stanotte?” Non facevo in tempo a terminare al frase che mi baciava appassionatamente e poi completava la fuga davanti al mio mondo onirico con: “Preparo la colazione?” Per essere più carino.
Se fossi economicamente più in carne andrei da un un analista. Come si vede nei film. Bella luce, una chaise longue e qualcuno che ti chiede: “Prego, mi racconti i suoi sogni”. Sarebbe un sogno. Per rimanere in tema.
Una volta in un sogno ho guidato un trattore, un’altra ho curato le ferite ad un gatto delle foreste norvegesi che aveva lottato contro una iena. Un’altra volta eravamo in tanti intorno ad un tavolo, all’aperto, abbiamo riso così tanto che per il rumore l’uva che era nel pergolato è caduta sulla tavola. Un’altra ancora, ho dovuto convincere un cavallino che era con me a passare dentro una galleria dove sfrecciavano auto e lui aveva paura. Così gli ho messo una maglia sugli occhi e mentre gli sussurravo di stare tranquillo, piano, piano, siamo arrivati dall’altra parte. Una volta ho sognato una persona alla quale non pensavo più da tempo, un’altra volta amoreggiavo con uno che a fatica saluto. In un altro sogno quasi piangevo dal dolore perché cercavo di scansare i pezzi di vetro che c’erano intorno alla piscina ed io volevo andare a fare il bagno. Una volta, infine, mi sono presa una gran paura perché nel sogno ero dentro ad una bara ma ero ancora viva.
“Perché questa passione per i sogni? Pensi che nella realtà non ci siano posti da sogno? Te li sei scordati? ” Mi dici sempre. “Hai presente il colore dell’acqua nella spiaggia di Berchida dove per chilometri e chilometri eravamo soli? Il Maleecon dell’Habana con le pareti multicolori che si affacciano sul mare? La luce dorata del Sinai? Le sfumature dell’alba che abbiamo aspettato in silenzio sul crinale del Lago?”
E’ vero. E’ vero. Ma un pinguino rosa io l’ho incontrato solo in sogno, però.