Archivio | maggio 2013

Lezione di scienze

coccinelle

Chissà se anche loro hanno stanno consumando con gli occhi quelle pagine, quasi a volerne imprimere nella retina ogni figura, ogni dettaglio, con la curiosità tipica dei bambini. La mia amica Susi ed io lo facemmo di sicuro. Sua madre la aveva regalato un libro intitolato “come nascono i bambini”. Il libro aveva semplici spiegazioni che noi a forza di guardarlo imparammo subito a memoria, ma soprattutto, una serie di illustrazioni che ci illuminarono più delle parole. Le illustrazioni erano fatte con ritagli di carta come fosse un collage. Partivano dalla classica ape sul fiore e terminavano con la testa di un bambino che usciva dalle gambe aperte di una donna. Anche se è passato tantissimo tempo da allora e quel libro non mi è più ricapitato tra le mani, mi sembra di sfogliarlo adesso. Ciò che mi aveva detto mia madre sull’argomento era quasi niente. Perfino quando frugando in bagno avevo trovato un assorbente ed io, molto interessate alle dimensioni decisi di adottarlo come pannolone per la mia bambola, prese la palla al balzo per raccontarmi il suo vero uso. Vabbè, forse erano altri tempi. A riempire il vuoto con notizie più o meno precise e attendibili ci pensarono le amiche, la mia cugina più grande, ma soprattutto, la rubrica “l’esperto risponde” del giornalino ‘Cioè’.
Adesso ci sono io dall’altra parte. Dopo sistema scheletrico, muscolare, circolatorio e quant’altro ci sia nel corpo umano, siamo arrivati al giorno del tanto atteso: “apparato riproduttore”. In classe c’è una sorta di religioso silenzio. Mentre parlo sono attentissimi. Qualcuno accenna un sorrisetto quando pronuncio le parole “riproduzione sessuata”. E’ il sess iniziale che provoca ilarità anche se per sdrammatizzare dico che nei moduli la parola sesso si barra per distinguere maschio da femmina.
Voglio essere chiara con loro ma, nello stesso tempo, trasmettere che l’unione di uno spermatozoo con un ovulo genera una nuova vita con tutto il mistero, la poesia e l’amore che questo gesto comporta. Sono attenti. Vogliono capire e io non mi sottraggo a questo. Nemmeno mi nascondo dietro le parole. Nemmeno dietro i termini scientifici che connotano le varie parti dell’apparato riproduttivo traducendoli spesso nel gergo comune. Qualcuno anche qui accenna ad un sorrisino, altri annuiscono come per dire: adesso è tutto più chiaro.
La nuova vita nasce dall’incontro tra uno spermatozoo e l’ovulo. Questo l’ho capito” mi dice Camilla prontamente” “ma se lo spermatozoo è nel corpo del maschio e l’ovulo in quello della femmina come fanno ad incontrarsi?” Bella domanda, sì, proprio una bella domanda, alla quale dover trovare una bella risposta.
Rispondere “per amore” mi sembrava riduttivo e, per certi versi, anche fuorviante (ripenso alle dicerie di chi pensava che bastasse un bacio per rimanere incinta). Così cerco di dare a quell’amore una realtà concreta, descrivere un atto senza togliere la poesia.
“Ehi! Dove dovrei metterlo il mio coso?” Interviene Giacomo alquanto perplesso “Ma non ci penso proprio!”
“Non devi niente. Soprattutto adesso. Questo è il modo in cui esso avviene. Ma bisogna essere grandi per farlo.” Rispondo io.
“Grandi quanto? Basta saper guidare il motorino oppure bisogna saper guidare la macchina?” Incalza Mirco. “ Grandi come sono gli adulti. Ma non c’è fretta. Ogni cosa a suo tempo”. La discussione va avanti fino a che il suono provvidenziale della campanella mette fine alla lezione. Mi sembra di aver fatto un buon lavoro. Si chiudono zaini e libri. La vita va avanti. Mentre per un attimo rispunta l’immagine di un vecchio libro dalla copertina celeste e due bimbe dagli occhi grandi e curiosi di vita, proprio come quelli che ho davanti.

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Fortune

treno

Son fortune. Questo pensavo l’altra mattina mentre me ne andavo a lavoro a piedi. Due o tre minuti di cammino. Con la neve o con il sole. Passo da una viuzza che ha perfino un nome. Si chiama: “via ombrosa” ma se la vedeste ha più la forma di un sentiero che quello di una strada. Durante il tragitto incontro quasi sempre Sirio. Il mio orario di ingresso coincide con il suo scendere al negozio per prendere il pane oppure, di questi tempi, nel fare l’orto che si trova lungo la via. I nostri discorsi di pochi minuti variano a seconda degli eventi ma come gli inglesi, spesso virano sul tempo. Mi dice che non ne può più di tutta questa pioggia perché l’orto è indietro. Ha seminato poco e niente. Sirio ha quasi novant’anni, un cuore rattoppato più volte ma una voglia di vivere e un sorriso che mi contagiano positivamente. Così, quelle volte che per caso non lo incontro, sento che mi manca qualcosa. Di questi tempi mentre percorro la via ombrosa, ci sono pure i merli che con il loro cinguettio mi mettono allegria. Starei a sentirli per ore. Anzi, se potessi imparerei il merliano per poterli rispondere.
Questo pensavo oggi mentre stavo tornando a casa in treno. Un treno stipato di pendolari. Secondo me, a chi prende il treno per andare a lavoro dovrebbero abbonare almeno un’ora, oppure dare un contributo. Per fortuna, per quanto mi riguarda è solo una volta alla settimana. Oggi, per esempio, la mia dirimpettaia di sedile ha masticato ininterrottamente come un lama tibetano una gomma facendo un rumore fastidiosissimo. Ho cercato più volte attraverso lo sguardo e con la trasmissione del pensiero di farla ammutolire ma niente. L’altro giorno si è seduta accanto a me un signora di mezza età completamente impestata di profumo. Per un po’ ho resistito poi, il mio naso già messo a dura prova dall’allergia ha dato i primi segnali di insofferenza ed ho cambiato posto. Poverina! Magari avrà pensato che stava facendo cattivo odore e così la prossima volta rincarerà la dose di quell’orrendo profumo chimico.
Per non parlare di coloro che occupano il sedile con borse e borsette e malgrado il treno stia collassando di persone, appena chiedi: “scusi, è libero?” ti guardano come se facessi alzare la loro nonna novantenne.
Senza dimenticare chi, ascoltando musica con le cuffiette, deve tenerle ad volume così alto che potresti benissimo fare il contro canto.
Un capitolo a parte lo meritano le innumerevoli telefonate alle quali si assiste durante un viaggio in treno. Voci, idiomi e volumi diversi che si sormontano e s’intrecciano in una babilonia di parole. Telefonate sul nulla che durano delle mezz’ore. “Ciao Leo, ti disturbo?” Ha detto a gran voce il mio dirimpettaio di sedile l’altro giorno, dopo che da quasi un’ora stava facendo telefonate come fosse l’addetto di un call center. “Lui non lo so, ma a me hai proprio rotto i santissimi zebedei”. Questo ho pensato. Ma devo averlo pensato intensamente perché mi ha guardata con antipatia. Lo so, lo so, cosa state pensando voi. Che invecchio male come una zitella acida o per i più carini, come una single snob. Di sicuro un fidanzato sul treno non lo troverò mai per come sono ghignosa. Nemmeno se si butta nell’impresa prendendo la rincorsa.
Ma dov’è, dico io, dov’è finita quella bella littorina in legno sulla quale sono salita la prima volta che ho preso un treno lungo la porrettana fatta di gallerie e ponti? Dove sono finiti gli scambi che ho visto da piccola, quando mamma ci ha portati a Firenze e che prima di arrivare in stazione guardavo ammirata scomparire sotto il treno come fosse il gioco delle tre carte? Dove sono finiti quelli scompartimenti che chiudevi con gli amici e facevi una specie di isola felice? Dov’è finito l’interail che ci consumò scarpe e zaino? Dov’è? Dov’è finito il mio sogno nel cassetto che si chiama Orient Express?
Quando al voce metallica annuncia “Pistoia stazione di Pistoia” il secondino del potenziale criminale che è in me tira un sospiro di sollievo. A passo svelto arrivo al parcheggio, salgo in macchina e parto.
Alla prima rotonda impreco contro un signore distratto che non mi stava dando la precedenza, poi suono il clacson innervosita quando un furgoncino accosta lasciando poco spazio per passare. Il brutto mi ha contagiata. Forse sono io che assorbo tutto. Forse è il mio sistema immunitario che non ha corazze. Forse non ci sono abituata e l’abitudine nel bene e nel male aiuta. Non lo so. So soltanto che ho dovuto iniziare a salire i tornanti, a sentire l’aria fresca accarezzarmi la mano fuori dal finestrino, a vedere il verde che ormai dilaga sui monti, a pensare alle belle persone che conosco per accennare un sorriso.

Dlin Dlon… Comunicazione di servizio

panorama1

Allora, cari amici wordpressiani, chi di voi è sufficientemente curioso ed energico da spostare le proprie dolci membra verso l’Appennino? Quello che accennai per il compleanno di ‘penna bianca’ sta diventando realtà. Con la mia collaboratrice Edp siamo giunte alla conclusione che le date del raduno saranno l’8 e il 9 giugno.
Sì, sì, ma dove? Direte voi. Effettivamente Appennino tosco-emiliano è un po’ troppo vago…Il paese che dovrete impostare sul navigatore è: Cutigliano. Lì c’è il ristorantino di mia sorella, “il nonno Cianco”, dove ceneremo sabato sera. Nel paese ci sono anche diverse possibilità per alloggiare e così le auto resteranno ferme, con buona pace degli alcoltest. Il giorno dopo, mi garberebbe portarvi a fare una giratina in montagna, al Lago Scaffaiolo (1 ora di cammino perché saliremo in quota con la funivia che parte dal ristorante) oppure, possiamo restare in paese (tra l’altro in quei giorni ci sarà una bella iniziativa che si chiama Montagnarte). Decideremo insieme. Il ritrovo potrebbe essere sabato primo pomeriggio. Se vi organizzate da Milano, per esempio, potreste essere più di uno. L’autostrada arriva fino a Pistoia poi c’è la statale con un po’ di curve. Da queste parti arriva anche il treno della linea ferroviaria porrettana. I più avventurieri possono venire a anche in bici.
Questa è la mia mail: sandrastru@interfree.it
Con piacere fornirò a chi verrà: indirizzi, chiarimenti, nonché il mio segretissimo numero di telefono.
Vi aspetto tutti! Nessuno escluso! Anche chi fosse passato di qui per caso solo oggi.
(Si può rispondere: sì, no, ci penserò, perfino decidere all’ultimo minuto. Casomai portandosi un sacco a pelo… :-)
A parte l’herpes che di sicuro mi verrà sono felicissima. Baci a tutti.