Archivio | aprile 2013

Naturalmente

gatto
Sono arrivata in tempo. Questa volta. In tempo per cacciarla via prima che ne facesse uno scempio. L’avevo vista dalla finestra. La gatta se ne stava accucciata e immobile come una sfinge. Soltanto la coda si muoveva nervosamente. Lo sguardo ipnotizzato dal quel saltabeccare frenetico e gioioso tra la ciotola con l’acqua e il vaso. Un uccellino (lo chiamerò genericamente così, poiché le mie conoscenze ornitologiche non me lo fanno attribuire ad una specie precisa), stava saltellando qua e là riempiendosi il becco con i ciuffi di pelo lasciati in giardino dalla gatta, che di questi tempi ne perde copiosamente.
Aveva il becco così pieno di quella lanugine che sembrava avesse due bei baffoni. Chissà com’era contento. Aver trovato tutto quel ben di Dio per il suo nido in così poco spazio.
“La natura avverte sempre del pericolo con colori sgargianti”. Diceva l’altro giorno Simone nella sua lezione naturalistica. “Pensate al rosso scarlatto dell’amanita falloide, fungo velenosissimo e mortale, oppure ai colori appariscenti della salamandra che sembrano dire all’eventuale predatore: attento, se mi mangi ti irriti lo stomaco!”.
Lo so che mi hai vista. Mi hai vista ma hai fatto finta di non vedermi usando gli scaffali di un supermarket come fossero paraventi. L’hai fatto per orgoglio, per non riaprire vecchie ferite, per rassegnazione o perché davvero mi hai dimenticata? Un tempo ci avrei dedicato un po’ della mia energia per interpretare questo comportamento.
Secondo me, comunque, quando qualcuno decide di dimenticarti dovrebbe dirtelo prima e non metterti di fronte al fatto compiuto. Così, per carineria. Perché io ci credo alle belle cose che si dicono quando va tutto bene. E forse di questa malattia mica guarirò mai. Poi penso che c’è gente che ha bisogno di giurarsele davanti ad un prete oppure ad una autorità quelle belle cose e non le mantiene, allora penso che la mia malattia è solo cronica ma non mortale.
Questo rimuginavo nella mia testa prima di varcare il cancello del giardino e di trovare quel piccolo uccellino, di cui ignoro la specie ma che ho amato profondamente, a gambe ritte e tutto spennacchiato.
Dentro il becco nessun ciuffo di pelo. Chissà a che punto sarà stato il suo nido…
Mi siedo sulla panca mentre la gatta eccitata e miagolante si struscia alle mie gambe. Ma andate affanculo tutti, oggi. Tu, la gatta, i ricordi e il grigio che qualcuno indossa per sembrare meno pericoloso.

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“…E questo è il fiore, del partigiano, morto per la libertà”.

maceglia

La festa del 25 aprile, insieme a poche altre ricorrenze comandate, è quella che più mi piace festeggiare. E se fuori dalla stazione di Santa Maria Novella sventola una grandissima bandiera tricolore forse qualcuno la pensa come me. “Dai! Venite a sentire il mio concerto per coro e orchestra. S’intitola ‘Resistenza’. L’ho composto dopo aver scoperto che mio nonno non è morto semplicemente per mano tedesca, come ho letto fin da piccolo sulla sua lapide, ma è stato ucciso in una rappresaglia perché partigiano. La nonna, fervente cattolica, ha voluto nascondere la verità ai posteri perché partigiano era sinonimo di comunista e quella parola nella mia famiglia proprio non si doveva pronunciare. Meglio far credere ad una morte accindentale, perché eri affacciato alla finestra e un proiettile vagante ti ha colpito”.
Tu invece hai cercato oltre. Ti sei documentato, hai frugato negli archivi, nei giornali dell’epoca, nelle vecchie scartoffie di famiglia fino a scoprire che tuo nonno era stato un partigiano. E di questo ne sei andato orgoglioso e l’hai messo in musica.
Fa male ascoltare le parole scritte nelle ultime lettere dai partigiani condannati a morte. Ragazzi di vent’anni che scrivono poche righe prima di essere fucilati. Non si possono ascoltare senza piangere. Un pianto piccolo, sommesso e non come immagino avrà fatto il destinatario al quale erano rivolte. E mentre ascolto quelle parole rivedo l’enorme bandiera sventolare con fierezza nel cielo azzurro di oggi. Il verde, il bianco e il rosso quasi offuscarlo. Penso a quelle vita donate con altruismo e coraggio, a quelle lettere dove la parola ‘libertà’ echeggia con convinzione e senza paura, nemmeno di fronte alla morte imminente.
A me, l’idea che qualcuno sia morto per la mia libertà commuove sempre. Forse perché considero la libertà il bene più grande di ogni essere umano. E quando ci penso, quando arriva il 25 aprile, quando passo davanti al cippo dove è stato trucidato un partigiano gliene sono grata. Anche quando guardo quest’Italia che assomiglia sempre meno a quella che avrebbero immaginato, che mi assomiglia sempre meno, che non mi piace. Allora guardo indietro, cerco gli occhi di quel giovane fucilato a vent’anni e mi sento immeritatamente fortunata. Grazie.

Storia di un letto tondo e del coraggio

letto rotondo

Chissà se te ne saresti andata via prima da questo mondo e non dopo tre anni di coma irreversibile, se invece di un anonimo letto d’ospedale fossi stata nel tuo. Devo dire che quando vidi per la prima volta il tuo letto rimasi a bocca aperta. Avevo undici anni. Ricordo bene l’età perché ero in quinta e come premio finale di cinque anni passati insieme, decidesti di organizzare una merenda per i tuoi alunni a casa tua. Una casa proprio bella. Una casa particolare, con il tetto a punta, rivestita di pietre e legno ma soprattutto, una casa che ti eri interamente costruita da sola. Già… Avevi le mani d’oro.
Nella camera da letto di una casa particolare non c’era un letto normale: c’era un letto rotondo.
Quando sei bimbo non ti poni tante domande su dove potessi trovare lenzuola e coperte di quella forma, non esiste la praticità, quanto la bellezza di ciò che ti colpisce. E quel letto era proprio simpatico. Se penso poi che non avevi un marito, oggi che guardo indietro mi sembra ancora più simpatico quel letto. Anche se ho saputo che un amore ce l’avevi. Un marito no ma un amore sì. E a lungo.
“Ci vuole coraggio per finire, ci vuole coraggio per iniziare”. Mi diceva proprio ieri Pietro mentre camminavamo insieme nel bosco. Credo che il coraggio sia una delle qualità che più ammiro nelle persone. E non parlo solo del coraggio fisico. Parlo del coraggio di superare le prove con noi stessi, di guardare nel profondo, di girare intorno ad un letto senza spigoli e cascarci dentro. Il coraggio di dire ” meno male che ci sei” senza sentirsi deboli.
Fate largo ai coraggiosi! Io vorrei che guidassero il mondo. Sono quasi certa che nella loro testa parole come: sogno, speranza, futuro, non echeggiano a vuoto e che non loro cuore c’è un battito anche per gli altri, perché spesso chi è coraggioso è anche generoso.
Non so perché sono partita da un letto rotondo per arrivare al coraggio. A parte il fatto che un letto rotondo rotola per sua natura. Torna su se stesso. Chiude un cerchio. Ma non lo so. Sarà come per tutti i coraggiosi che ammiro. Anche loro in fin dei conti quando partono mossi dall’entusiasmo non sanno mica come andrà a finire. Dove andranno a finire. Ma partono.

La nostalgia

Immagine 067

Se ne sta lì. Se ne sta lì ad aspettare che il tempo passi. Non brutto tempo. Non bel tempo. Solo il tempo necessario. Ed è difficile darle una forma. Potrebbe avere quella di una nuvola, oppure, meglio, quella di un tatuaggio. Uno di quelli che ci facevamo da bimbi e che piano, piano perdevano pezzi, scolorivano, se ne andavano. Se ne andrà così questa nostalgia, lasciando posto al ricordo, quello sì, più sostenibile, all’entusiasmo della progettualità, del fare ancora, vedersi, incontrarsi di nuovo. E’ che quando le persone invadono allegramente una casa, risate d’argento s’intrecciano nell’aria e si mescolano al piacere di stare insieme, il tempo per solidarietà dovrebbe rallentare. Come dici? Sono cinque anni che non ci vediamo? Stare bene fin da subito, come prima, come è sempre stato tra di noi. Allora sì che la nostalgia t’imprigiona perché adesso la distanza non si misura più in passi oppure in pedalate. Come ho fatto questi cinque anni ad ignorare la mancanza di una sintonia così naturale. Come ho fatto a fare senza.
La nostalgia se ne sta lì, stasera. Mi guarda di lato. Lo fa con garbo senza insistenza. Anche lei sa che certe alchimie si verificano raramente tra gli uomini e quando questo accade non è facile farne a meno. Forse bisognerebbe vivere come fa l’Agnese con la valigia sempre pronta senza attaccarsi a niente, o come fa la Rina che non compra fiori recisi perché tanto poi appassiscono, che non prende un gatto perché poi quando morirà non vuole starci male, che non si lascia contagiare dalle emozioni. Non lo so. Non lo so come si dovrebbe vivere per non sentire questo vuoto che assomiglia ad un distacco ma non è così tragico, che assomiglia ad un ricordo ma non è libero. Non lo so come bisognerebbe vivere. So soltanto che quando chiudo gli occhi, anche solo per un attimo, per fortuna riesco ancora a vedere nitido il tuo sorriso.