Archivio | 10 marzo 2013

“Volare oh oh…Cantareeee oh oh oh oh!”

coro
“ Ho preso diciotto, ma va bene così. Che altro potevo fare, lo sai…” “…E’ nata, è nata, l’ho vista per poco, ma vedessi com’è…” “…Bisogna solo aspettare. Ecco quello che ci ha detto il dottore” “…Non ce la faccio a vederlo in quel modo…” “Domani di sicuro la operano. Dillo anche alla nonna…“ Quando varco l’ingresso dell’Ospedale di Careggi mi sembra di muovere il tasto tunning su di una vecchia radio. Percepisco frammenti di frasi da ognuna delle persone che a passo svelto se ne vengono via e che io incrocio per un attimo. A volte catturo solo una parola. A volte nemmeno quella, ma solo un singhiozzo, un pianto. Occhi che nemmeno intercetto per rispetto.
E’ come se lì, nel vialetto che porta all’ingresso dai vari padiglioni, si concentrasse una vastità di emozioni, quasi sempre in contraddizione tra loro, ed io, inerme, ci passassi in mezzo. Vorrei aggiungere fortunata. In quel preciso momento, in quel vialetto. In quel vialetto che non è di un parco ma di un ospedale. Ho sotto braccio la mia cartellina, ma non è una cartella clinica, è una cartella con spartiti e canzoni perché io all’Ospedale di Careggi ci vado per cantare. Nall’aula magna di Clinica Medica siamo una cinquantina: medici, infermieri, personale amministrativo dell’ospedale, studenti e pazienti.
Una coraggiosa musicoterapeuta e un bravissimo maestro di musica hanno messo su questo progetto tre anni fa. Cantare insieme come terapia. Come espressione di sé. Come arricchimento. Un progetto che ha avuto fin da subito risultati benefici sulla salute dei partecipanti, momenti di gloria con concerti ed esibizioni, riconoscimenti o curiosità come l’ultima intervista che ci ha fatto rai 3. Perché forse un coro strano lo siamo proprio.
Mi è sempre piaciuto fare le cose insieme ad altri. Per me condividere un’esperienza è un valore aggiunto. Mi è sempre piaciuto cantare. Sì, sì, a squarciagola in macchina o sotto la doccia. Ma cantare per bene era impensabile. Che si potesse imparare, questo lo sospettavo, lo immaginavo, altrimenti potrei cambiare mestiere nella vita e non di certo per diventare cantante. E’ la prima cosa che faccio dopo tanto tempo per puro divertimento. Senza un fine, senza uno scopo, senza una necessità oppure un dovere. E’ liberatorio.
Forse era solo un sogno. Uno dei tanti.
Frugate nei cassetti, allora. C’è sempre qualcosa lì dentro dimenticato da tempo. Qualcosa che alla parte adulta e rigorosa di noi fa dire: “Che cosa? Chi, io? Mica sono matto”. Qualcosa che sta morendo per asfissia al buio. Qualcosa che sta morendo sotto il peso bulimico di progetti sicuri e ormai collaudati. Cercate per bene e quando l’avrete trovata, provate a buttarla in aria insieme ad un “massì, proviamo!” Sono certa che quella piccolissima parte di voi alla quale avrete dato voce, vi ripagherà immensamente e senza condizioni.

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