Archivio | marzo 2013

Odori

Deep_breath

Ho sorriso. Sai, quei sorrisi dolci, misti a tenerezza e nostalgia. Ho sorriso quando la Fernanda che stava facendo la spesa giù al negozio prima di me, alla domanda “serve altro?” Ha risposto “Sì, sì, gli odori”. Ho sorriso perché mi è tornato in mente il biglietto che mia madre scriveva con la lista della frutta e della verdura da comprare dall’ortolano, che passava con il camion ogni sabato, ed io bambina glielo portavo. Andavo, consegnavo il biglietto con la lista vegetale e poi tornavo a casa. La cassetta con la merce l’avrebbe consegnata l’ortolano dopo. Lista che immancabilmente terminava con la parola “odori”. Così ho ripensato a quel mazzetto di prezzemolo, sedano, una carota, con il quale l’ortolano omaggiava mia madre. Perché gli odori non avevano prezzo. Ho ripensato a quegli odori regalati, ma così importanti, a quella parola scritta lì, in fondo alla lista della spesa, come fosse un pendente prezioso.
Prezioso come il sugo di mamma che per mesi è rimasto nel congelatore. A nessuno di noi sembrava mai il momento giusto per tirarlo fuori, metterlo sul fuoco e spargere quell’odore unico e inconfondibile per la casa. Quell’odore ormai irripetibile.
Lo so, lo so, me lo ricordi tutte le volte che ci incontriamo e che ridendo viene fuori. Tu che sei stato il mio grande amore dei miei sedici anni. Mi dici che ti dovevi fidare di più di quello che sentivi, che ti piaceva il mio odore e solo per quello se fossimo stati due animali non avresti cercato altro. Ed io rido perché di anni ne sono passati tanti e di sicuro adesso è diventato anche un po’ acido. “No, no,” rispondi sempre tu.” Il pane non diventa acido”.
Rido, però ci credo anch’io a questa cosa degli odori. Che in qualche modo il nostro fiuto senta ciò che è buono per noi. Siamo noi che a volte vogliamo addomesticarlo con le parole e con i perché. Ma lo senti chiaro, lo senti subito quando ti annusi con un’altra persona. E puoi dirti tutto ciò che vuoi con le parole, tutto ciò che è ragionevolmente giusto dirsi con le parole. Puoi sentire un odore familiare in una casa che non è tua, che non sarà mai tua. Puoi sentirlo perfino in una stanza di albergo. Ma quando senti quell’odore perfetto, che combacia con naturalezza con ciò che sei, quell’odore che acquieta l’anima senza fare nulla, che lascia pienezza di gioia, puoi solo rimanere senza parole e sottostare al mistero.

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“Volare oh oh…Cantareeee oh oh oh oh!”

coro
“ Ho preso diciotto, ma va bene così. Che altro potevo fare, lo sai…” “…E’ nata, è nata, l’ho vista per poco, ma vedessi com’è…” “…Bisogna solo aspettare. Ecco quello che ci ha detto il dottore” “…Non ce la faccio a vederlo in quel modo…” “Domani di sicuro la operano. Dillo anche alla nonna…“ Quando varco l’ingresso dell’Ospedale di Careggi mi sembra di muovere il tasto tunning su di una vecchia radio. Percepisco frammenti di frasi da ognuna delle persone che a passo svelto se ne vengono via e che io incrocio per un attimo. A volte catturo solo una parola. A volte nemmeno quella, ma solo un singhiozzo, un pianto. Occhi che nemmeno intercetto per rispetto.
E’ come se lì, nel vialetto che porta all’ingresso dai vari padiglioni, si concentrasse una vastità di emozioni, quasi sempre in contraddizione tra loro, ed io, inerme, ci passassi in mezzo. Vorrei aggiungere fortunata. In quel preciso momento, in quel vialetto. In quel vialetto che non è di un parco ma di un ospedale. Ho sotto braccio la mia cartellina, ma non è una cartella clinica, è una cartella con spartiti e canzoni perché io all’Ospedale di Careggi ci vado per cantare. Nall’aula magna di Clinica Medica siamo una cinquantina: medici, infermieri, personale amministrativo dell’ospedale, studenti e pazienti.
Una coraggiosa musicoterapeuta e un bravissimo maestro di musica hanno messo su questo progetto tre anni fa. Cantare insieme come terapia. Come espressione di sé. Come arricchimento. Un progetto che ha avuto fin da subito risultati benefici sulla salute dei partecipanti, momenti di gloria con concerti ed esibizioni, riconoscimenti o curiosità come l’ultima intervista che ci ha fatto rai 3. Perché forse un coro strano lo siamo proprio.
Mi è sempre piaciuto fare le cose insieme ad altri. Per me condividere un’esperienza è un valore aggiunto. Mi è sempre piaciuto cantare. Sì, sì, a squarciagola in macchina o sotto la doccia. Ma cantare per bene era impensabile. Che si potesse imparare, questo lo sospettavo, lo immaginavo, altrimenti potrei cambiare mestiere nella vita e non di certo per diventare cantante. E’ la prima cosa che faccio dopo tanto tempo per puro divertimento. Senza un fine, senza uno scopo, senza una necessità oppure un dovere. E’ liberatorio.
Forse era solo un sogno. Uno dei tanti.
Frugate nei cassetti, allora. C’è sempre qualcosa lì dentro dimenticato da tempo. Qualcosa che alla parte adulta e rigorosa di noi fa dire: “Che cosa? Chi, io? Mica sono matto”. Qualcosa che sta morendo per asfissia al buio. Qualcosa che sta morendo sotto il peso bulimico di progetti sicuri e ormai collaudati. Cercate per bene e quando l’avrete trovata, provate a buttarla in aria insieme ad un “massì, proviamo!” Sono certa che quella piccolissima parte di voi alla quale avrete dato voce, vi ripagherà immensamente e senza condizioni.

Bufera

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Hai ragione Barbara. Noi toscani, non avendo un dialetto, diamo per scontato che quello che diciamo sia comprensibile ovunque. E invece no. Non è così. Se non mi fossi ricordata di questo, avrei iniziato il post corrente scrivendo “Ci si sdegna”. Poi ho guardato sul vocabolario il significato della parola sdegnarsi: “indignarsi, irritarsi, risentirsi”. Non intendevo questo. E’ qualcosa di più profondo. Allora trovo, toscanismo: “Di animali, smettere di compiere le normali funzioni per essersi spaventati o infastiditi”. Per estensione, con le persone si usa quando qualcosa ci ha fatto perdere la naturalezza, l’apertura, la fiducia. In poche parole la spontaneità del fare.
Non so quanti animali si cureranno di noi stanotte. Avevamo deciso questa ciaspolata notturna ormai da tempo. Con la luna piena di febbraio. Ha nevicato tanto nei giorni passati ma stasera ci si è messo d’impegno. Viene giù che sembra sparata. Il tempo non promette niente di buono. In alto sarà di sicuro tormenta. Mi guardo intorno al punto di ritrovo: siamo tutti. Tutti quelli che avevamo detto di esserci e questo mi rincuora, mi dà energia. Per un attimo ho pensato: “qualcuno resterà al calduccio con una serata come questa”. E invece no. Nessuno ha rinunciato. Partiamo all’imbrunire. La neve cade copiosa. E’ talmente freddo che nemmeno ti bagna ma, quasi ghiacciata, ti rimbalza addosso. Il bianco è ovunque e malgrado il cielo sia coperto e la luna nemmeno si veda, la neve crea un riverbero tranquillizzante. “Che c’è? Non sei quella di sempre. Ti girano stasera?” Non faccio in tempo a risponderti che la bufera lo fa per me. Ma è la stessa cosa. Man mano che saliamo verso il crinale il vento si fa sempre più minaccioso. A fatica si resta in piedi. Ho le mani ghiacciate. Vorrei aprire lo zaino per prendermi i guanti di ricambio che mi ero portata ma fermarsi è quasi più difficile che continuare a camminare. Oramai è buio. Mi volto e vedo le luci frontali ondeggiare nella vastità bianca insieme ai fiocchi di neve. Camminiamo da tre ore. Il sinibbio non ci dà tregua. Mi schiaffeggia con violenza quel pezzettino di viso che ho lasciato scoperto. E’ una bufera perfetta di quelle alle quali puoi solo arrenderti e immaginare che possa essere lo specchio di qualcos’altro, lasciare poi lo spazio ad altro. E’ dura camminare così. Malgrado le ciaspole che non ti fanno affondare nella neve ormai alta e il vento che ti stordisce. Per farmi forza, per un attimo ho pensato ai tortelli al sugo della Rosa che ci aspetteranno al ritorno, giù all’agriturismo, come si fa con i bambini per motivarli a qualcosa.
“Non si può fare tutto il giro previsto”, dice il grande saggio, “torniamo a valle”.
Caldo, caldo, caldo finalmente. Via le giacche a vento che si sta bene. Abbiamo le facce sconvolte ma sottilmente soddisfatte. Siamo matti. Qualcuno inizia con le battute. E‘ tempo di brindisi e dei tortelli della Rosa. Nel trambusto generale per un attimo i nostri sguardi s’incrociano e si sorridono. Come a dire, è stata dura ma è passata. Come una carezza da lontano in questa notte di bufera.