Archivio | gennaio 2013

Sant’Antonio, gli animali e le umane contraddizioni

santantonio

“Sono a suonare alla Piastra. C’è la festa di Sant’Antonio! Perché non vieni? Ricordo che ti piaceva tanto…” Se vi dovesse capitare di lasciarvi dopo dodici anni di convivenza vi auguro di farlo così. Rimanendo buoni amici. Due amici che si sentono ogni tanto, che quando si rivedono si abbracciano, che si ricordano le cose che piacevano, che puoi contarci. La festa di Sant’Antonio, protettore degli animali, è uno splendido intreccio di sacro e profano. Si parte con la benedizione degli animali e delle loro cibarie per proseguire con canti, balli, laute bevute e grasse mangiate. Gli animali di solito restano fuori, all’aperto. Ci sono cavalli, caprette, vitelli, maialini e poi, cani, gatti, conigli. Oggi c’è perfino un asinello con un bel fiocco rosso alla coda. E’ la loro festa. Bisogna tenerseli cari, gli animali, averne cura. Molte delle persone che sono qui lo fanno di mestiere.
Mette allegria vedere quest’allegra brigata, il suono della fisarmonica e Gosta e Meo che tutti gli anni si cimentano nella loro mazurka preferita, non senza aver messo prima il borotalco sul pavimento che così si scivola meglio. Io rido ma per poco. Fin quando Ugo non mi trascina in un forsennato valzer che insieme al vino e al borotalco mette a dura prova la mia stabilità. Che poi, a guardarla bene fino in fondo nel mio piatto c’è una buona grigliata mista. Allora penso che l’essere umano è pieno di contraddizioni. Dovrei essere vegetariana. Di principio, o magari anche solo oggi che è la loro festa e invece no. Siamo pieni di contraddizioni. Sono piena di contraddizioni. Anche di animali dentro di me. Allora Sant’Antonio benedici il cavallino che mi porta a fare belle passeggiate, la ghiandaia che vola libera nell’aria, il gatto che si acciambella dopo che qualcuno gli ha fatto una carezza. Benedici il cane che scodinzola festoso forse anche quando non dovrebbe e la tartaruga che quando ha paura si chiude nel guscio. Ma più di tutti Sant’Antonio dai una benedizione speciale a quegli animali un po’ nascosti, sopiti e che magari dovrebbero riprendere un po’ di vigore. Per esempio, c’è un toro che è se ne sta bello pacifico in un angolo ma quando si arrabbia mette paura, un ariete che prende a cornate chi si approfitta di lui, uno scorpione che punge con sottile precisione. Andrei avanti con lo zodiaco ma per rimanere in tema di contraddizione ci metto pure un sagittario. Mezzo uomo e mezzo animale. Io con le persone del sagittario vado sempre d’accordo e non solo perché anche loro sono una contraddizione vivente. Forse è la loro freccia che punta verso il cielo che mi dà fiducia. Forse perché con coraggio provano a lanciarla lontano. Forse perché, con mia grande sorpresa, una volta quella freccia è arrivata fino a qui.

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Sfumature

alba
Ne ha fatta tanta. Di neve. Sono andata a letto che veniva giù all’impazzata, quasi ogni fiocco avesse solo una gran voglia impellente di toccare il suolo e non di danzare nell’aria. Ormai sarà alta. Da sotto il piumone un rumore davanti casa mi sveglia. C’è poca luce e capisco che è ancora presto per me. Piano, piano, realizzo che quel rumore è quello di una pala, di passi, di una persona. E’ il mio vicino di casa che prima di andare a lavoro ha spalato anche la mia stradina. Ha poco più di vent’anni, Andreino, e lavora sodo. Non è vero che i giovani sono tutti bamboccioni. E una lacrima bloccata diventa un sorriso. Perché sono andata a letto gelata. Perché le caldaie naturalmente si guastano quando c’è molto freddo e persino la corrente va via per un giorno intero quando c’è tanta neve e le piante cariche cadono sui fili della luce. E voi non potete saperlo ma questo post l’ho scritto al lume di candela, mentre la stufa a legna scoppiettava e la tisana della notte fumava nella tazza (lo so, lo so, mi ci voleva l’assenzio ma non ce l’avevo). Che detto così fa molto bohèmien ma vissuto dal vivo è tutta un’altra cosa.
Poi sento l’inquilina del piano di sopra aprire i portelloni e smadonnnare contro il padreterno perché ne ha mandata giù così tanta e mi dà noia. Mi sembra il gesto di chi, quando tutto ammaccato hai appena tirato su la bicicletta, ti ci dà un calcio per buttarla di nuovo a terra. E ritorno al piacere di quella stradina spalata. Non voglio perderlo. Non questa mattina. Dopo ieri. Dopo la notte appena passata.
“Sono sfumature. Sono solo sfumature”, mi dicesti, guardando i colori del tramonto che da Pian dei Termini sembravano impossibili da tanto che erano belli. ”Noi vorremmo che la vita, le cose, gli affetti fossero più netti, definiti, perché questo ci dà sicurezza ma non è sempre così. Non sappiamo stare nell’indefinito. Non sappiamo dargli il suo spazio, viverlo. Viverlo con piacere. E’ giorno, oppure è notte. Ragioniamo così. Eppure la vita è fatta anche di questi momenti. Sfumature. Talvolta le cose cambiamo all’improvviso. Il cambiamento arriva dirompente e ti travolge, ma il più delle volte non è così. Ed è difficile accettarlo, complicato viverlo, perché spesso non ha un nome o ne ha più di uno. E gli esseri umani sono affezionati ai nomi e alle etichette. Sarebbero già pronti con in mano un cartellino con su scritto “amicizia” al posto di “amore”. E invece no. Sfumature…” Sfumature, mi dicesti. Da Pian dei Termini, da quel tramonto. Da “che bello sentirti”. Da una stradina nella neve spalata con generosità e altruismo. Sfumature…

Dal blog a Torino

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“Vieni a Torino? Macché albergo, siete ospiti a casa mia! Forse però non ci sarò…Casomai ti lascio le chiavi dalla vicina”. “Di casa tua?” ma se nemmeno ci conosciamo se non attraverso le parole dei nostri blog. A me questa fiducia così immediata, data sulla parola, sulla sensazione di aver sentito una persona attraverso di esse, di aver sentito una voce e da questa aver capito qualcosa mi ha riempita di gioia. Perché forse solo a Cuba o in Nicaragua ho percepito quel sentimento verso uno sconosciuto, quel sentimento misto a fiducia, solidarietà umana e fraterna che loro declinano con un entusiastico “tu eres mi amiga!” Come puoi meravigliarti, è tutto così naturale. Ma poi torni un giorno prima perché mi vuoi conoscere, anche se per te non è un bel periodo, anche se io non so ancora se due sconosciute che si fiondano in casa tua e nella tua vita possono portare un raggio di sole o solo una rottura di scatole, quando per te non è un bel periodo.
A Torino i questi giorni il cielo è azzurro, c’è il sole e non è nemmeno freddo e dici che è strano, che siamo state fortunate. A Torino c’ero stata una vita fa quando facevo la tesi di laurea. Una tesi sull’interpretazione gestaltica del mito egizio di Iside e di Osiride che mi portò al Museo Egizio. Un’operazione topo di biblioteca. Della città ricordo poco. L’immagine della dea Maat, la dea della giustizia, mentre pesa il cuore del defunto sulla bilancia. Su di un piatto il cuore, sull’altro una piuma. Il cuore non può essere più pesante. E mi sembra di sentirlo il tuo cuore. Un cuore generoso, pulsante, un cuore che sa aprirsi.
A Torino è tutto regale. C’è la regia farmacia, il regio orfanotrofio, la regia biblioteca, il regio marciapiede, la regia cacca di cane sul marciapiede. “Dove lavori?” ti chiedo. All’ospedale, pronto soccorso. Ecco perché ti sento, malgrado tutto, così calma, con i piedi per terra, sei allenata a gestire le emergenze. Una regia dottoressa. E io che sono bischera di natura comincio un tormentone abbinando al parola regio a qualsiasi cosa, persino ad una regia pernacchia fatta da lontano a chi non tiene fede alla parola data.
Come sono vicine le Alpi. Belle, imponenti, bianche, si ergono come un scenario dietro la Mole Antonelliana. Entriamo nel museo del cinema. La bimba, la curiosa e la sognatrice che convivono pacificamente in me insieme a un altro centinaio di sfaccettature sono felici. Si divertono a guardare dentro la prime macchine magiche, nei precursori del cinematografico a fare gli esperimenti visivi, le illusioni ottiche a guarda re come l’uomo si è ingegnato e nel giro di vent’anni, è passato dalla fotografia immobile a quella in movimento di un film. Il museo Egizio è bello ma è molto tradizionale. A parte la sala con gli specchi dove sono posizionate le enormi statue in granito e l’allestimento della tomba di Kha ritrovata ancora intatta ai primi del novecento, il resto è concepito secondo una visione tradizionale del museo mentre qui siamo più vicina a quella anglosassone, interattiva. Passano tre ore e nemmeno te ne accorgi. Se non quando ti rilassi nella sala al centro della Mole dove una cinquantina di chaise longue rosso porpora ti permettono di vedere un sequenza di spezzoni di film intramontabili. Penso a quanto mi piaceva andare la cinema quando abitavo in città . Quando volevo vedere un film, che come genere sapevo già sarebbe piaciuto a me soltanto, me ne andavo allo spettacolo delle sei per tornare a casa in tempo per preparare cena. Mi sa che ho ereditato quest’amore da mia madre che adorava il cinema. Mi raccontava sempre di quando aveva lavorato da giovane presso quella facoltosa famiglia romana come baby sitter, di chi aveva visto. Conosceva tutti i film degli anni 50 ma anche adesso, quando ne rivedeva qualcuno i tv, rimaneva sempre a bocca aperta. Aveva un debole per Gregory Peck quello di “vacanze romane” e secondo me un po’ attrice mancata lo è stata. Un po’ perché quando guardo quella foto a vent’anni, di mezzo profilo, con il rossetto e lo sguardo sfuggente, una diva lo sembra proprio, un po’ perché aveva un innato senso al melodramma anche nella vita di tutti i giorni.
“Vi porto a prendere qualcosa al Fiorio, uno dei caffè storici di Torino” mi dici. “Qui vengo spesso quando voglio rilassarmi, quando ho un po’ di tempo libero. Sai quante cose ho scritto in quell’angolino là in fondo!” E m’immagino che se entrassi in un bel caffè come questo, di quelli eleganti ma non snob e vedessi una bella donna con la faccia che assomiglia vagamente a Isabella Rossellini intenta a scrivere, ecco, se fossi un uomo ne rimarrei incantato. Ma anche se sono una donna perché la bellezza non fa distinzione.
Certo che tre donne insieme parlano di tante cose, parlano di tutto, parlano tanto ma alla fine parlano sempre di amore. Farlo però mangiando un gelato alla crema con cioccolata calda sopra e uno zabaione con la panna è tutta un’altra cosa. Mi piace quando le giornate hanno questo sapore. Caldo. Intenso. Dolce. Riappacificatore.
Torino città regale, città operaia, città di arte e di efficienza. Città di portici. Città cortese ma un po’ diffidente, mi dici. Riparto soddisfatta, contenta di averti conosciuta, di aver visitato la tua città. Racconti che Torino è anche un a città magica, alchemica, una città di misteri e forse è vero. Infatti me torno a casa con paio di irrisolti: Per esempio: cosa ci fa in Piazza Castello una bicicletta incatena ad un lampione così in alto? Perché dite “è di turno” per chiedere chi è l’ultimo della fila? Ma soprattutto, Badev, perché tieni il pacchetto con la polvere di caffè in frigo?