Archivio | dicembre 2012

Dentro uno zaino, gli auguri

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Chissà se avrà ragione Intesomale quando, rispondendo ad un mio commento dice: “il guaio delle fini è che non sono mai definitive…” Fatto sta che, se proprio devo immaginarmene una anzi, sceglierla in base a quella che sento più in sintonia, non è certo il 31 dicembre, né tanto meno il primo gennaio come inizio del nuovo. Mi sembra più giusta, come data di inizio di un ciclo, il 21 marzo, primo giorno di primavera, giorno dell’equinozio, punto gamma del segno dell’ariete che con la sua energia dirompente dà inizio al ciclo naturale delle cose e della natura. Però, il calendario, l’agendina e gli auguri che mi fate mi fanno pensare che questo è il momento scelto dalla società civile. Allora mi adeguo e con piacere preparo lo zaino per il duemilatredici. Cosa ci metto dentro? Carta dei sentieri, bussola e se voglio esagerare un satellitare perché a volte è bello perdersi, ma è bello anche sapersi ritrovare. Acqua fresca per le giornate afose e il thermos con una buona tisana ai frutti di bosco e ginger per quelle gelide perché abbia sempre sete. Una bottiglia di vino da bere con gli amici dentro il rifugio dopo una lunga camminata e ridere, fare discorsi e ridere che ci vengono le lacrime agli occhi e magari quelle ce le ritroviamo a valle ma finché stiamo lì va bene e ci basta. Perché gli amici durante quest’anno appena trascorso sono stati spesso i miei guanti e i miei calzini termici. Uno specchio non solo per farmi bella ma perché ci sia sempre qualcuno che mi rimandi l’effetto delle mie parole, mi faccia vedere quali sono i miei nei, quali sono i miei punti forza. Un bengala da sparare in aria quando c’è bisogno di soccorso e sperare che qualcuno lo veda e ti dia una mano ma da sparare anche quando si è contenti per un incontro, un abbraccio interminabile, una frase detta senza inganno di testa, un bacio dato con morbidezza, l’amore fatto con amore. Ci metto anche un paio di grazie perché quando si cammina in montagna e si vede tanta bellezza non sia mai una cosa scontata. Non dare mai per scontato che si può camminare, vedere, fare uno sforzo. E di questo essere grati perché in fondo la vita mica va come vogliamo noi per queste cose. Ci metto anche il mistero. Il mistero per esempio di un messaggino che ho ricevuto con piacere ma del quale non conosco il mittente. “Cara Sandra grazie della tua gentilezza e della tua presenza che emana Amore sotto ogni forma”. Lo rimetto in circolo nell’universo. Magari torna indietro. Perché come si fa a vivere senza amore? Come si fa? Mi porto anche le mie ultime conquiste che non sono vette ma pur sempre una strada in salita: la libertà di essere pienamente se stessi, in onestà con la propria vera natura. Luci e ombre comprese. E poi, un moschettone al lato per agganciarci un sogno, un sorriso, un ‘massì’.
Ho quasi finito. Lo zaino è pronto. Ma non voglio riempirlo tutto, una tasca voglio lasciarla vuota. Si trova sempre qualcosa di bello per strada. Ecco, in quella tasca ci metto solo la fiducia. Perché non perda mai la voglia di dare alla vita la possibilità di regalarmi nuove esperienze e di affidare a lei quello che è il meglio per me, anche se non lo riconosco. In fondo, un anno fa nemmeno sapevo che esistesse il mondo dei blog, voi tutti, voi che siete una bella banda oltre i nick, oltre le parole. Ma ci pensate? Mai, mai, togliere alla vita la possibilità di sorprenderci. Ecco, questo è il mio augurio per il duemilatredici.
Buon anno!

…E riportare sempre i rifiuti a valle. Grazie ;-)

Fra palle e scatole

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A casa dei miei la scatola degli addobbi, più precisamente quella che contiene le palline dell’albero, è sempre la solita. La solita da quando ero piccola. Una scatola di cartone rigido, celestina, bordata di blu con una “M” Stampata sui quattro lati. Di sicuro avrà contenuto il panettone di una nota marca. La scatola si è conservata bene ma le palline nel tempo si sono rotte. Erano tutte di vetro. Alcune ancora oggi le ricordo benissimo perché erano grandi e colorate: il fungo, babbo natale, l’angioletto, il cuore. Della palline della mia infanzia ne è rimasta solo una. Una specie di torciglione in vetro. Una sorta di mix tra la riproduzione di un candelotto i ghiaccio e il corno dell’unicorno.
E’ una sopravvissuta e solo per questo, anche se non è troppo bella mi sta simpatica. Stavo facendo l’albero a casa di babbo e fra una chiacchiera e l’altra questo reperto storico mi è caduto di mano. Per fortuna, essendo di vetro pieno, non è andato in mille pezzi ma si è diviso solo in due. Mi sembrava davvero una cosa triste, allora ho preso la colla, una di queste colle prodigiose e ho riunito i due pezzi. La riparazione è diventata una linea quasi invisibile. Per un attimo sono stata tentata di ravvolgere il torciglione nella carta velina e di rimetterlo al sicuro nella scatola. Perché verrebbe fatto così riguardo alle cose a cui teniamo, che per un attimo credevamo perse ma che miracolosamente si sono rimesse insieme. Verrebbe da tenerle ferme. Senza toccarle. Tenerle lì. Sapere che ci sono e di questo gioirne ma senza fare mosse brusche perché qualsiasi gesto potrebbe sortire un effetto indesiderato e magari chissà, rompere di nuovo quel fragile incollaggio. Ma io non resisto. Non sono così. Non riesco a stare ferma, a non essere me stessa anche a costo di sbagliare, di non essere capita o semplicemente fraintesa. Non riesco a non vivermi le cose, ad apprezzarle, a gustarle, sentirmi fortunata, sentirmi contenta. A toccarle.
Il corno di vetro dell’unicorno adesso è lì, vicino ad una palla rossa di plastica . La scatola vuota è ritornata nello sgabuzzino. L’ho lasciata aperta. Anche lei avrà bisogno di un po’ d’aria. Anche le scatole si stuferanno ad essere sempre chiuse, anche se contengono bei ricordi, fotografie, parole, oppure oggetti preziosi come il corno dell’unicorno. Ogni tanto apriamole, non solo a Natale non solo quando è il momento. Guardiamoci dentro per vedere se quella magia resiste. Se la colla che ha unito i due pezzetti del corno di vetro dell’unicorno regge ancora.

“bello spirito d’animo”

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Le mamme sono quelle che ci toccano per sorte, ma le zie possiamo scegliercele. Ed io me l’ero scelta. Per carattere, perché era una persona con la quale si stava benissimo e per affinità. Mia zia Idria, classe 1922, era una persona positiva che malgrado le difficoltà non si è mai scoraggiata nella vita. Era solare e accogliente. Di sé diceva che aveva un “bello spirito d’animo” e non so se questa immagine possa racchiudere tutto. Era anche spiritosa, nel senso di simpatica. Quando a tredici anni entrò a lavorare nella fabbrica che la Società Metallurgia Italiana aprì da queste parti, le compagne di lavoro la volevano sempre accanto perché le faceva ridere. Il posto di lavoro era un bancone e, vista la loro età, a molte piccole operaie dovettero perfino fare un rialzo per poterci arrivare. La fabbrica produceva munizioni e pallottole e il loro lavoro consisteva nello ‘scegliere’. Cioè, togliere gli scarti dai pezzi buoni. Ce la vedo, tutto il giorno a scegliere in una massa enorme di piccoli proiettili quelli che non erano venuti bene. Di sicuro avrà chiacchierato perché conoscendola non avrebbe potuto fare altro di fronte ad un lavoro così palloso. Ma era consuetudine andare a lavorare a quell’età. Mio padre a dodici anni già scaldava la colla dal falegname del paese dal quale imparò il mestiere.
Un pomeriggio la chiamò il capo reparto. Immagino sia stato un tipo tronfio e sicuro di sé. “Cosa sono questi, eh?” Le disse con la voce grossa, mostrandole una decina di scarti che lei aveva lasciato passare fra le migliaia e migliaia che aveva visionato in tutto il giorno. “Ehi dico…Ma non li hai visti!” le urlò fuori di sé. “Se li avevo visti, li avevo levati.” Gli rispose tranquillamente la zia. Risposta che le costò tre giorni di sospensione, un rapporto e la fama che la figlia di Lorenzo, quella piccina con gli occhi vispi, avesse proprio una bella lingua. E poi tanti ricordi mi legano a lei. Non solo quello che mi raccontava della sua vita, della guerra, delle persone e dei luoghi del posto ma anche della mia vita insieme a lei. Vita dove io traslocavo con piacere anche per intere settimane. Mi vedo ancora quando mi veniva in mente che volevo andare da lei, prendere la cartella e partire. Farmi un bel tragitto a piedi perché la sua casa era fuori paese e soprattutto, per una fifona come me, più della metà era al buio. Quando vedevo la luce di casa sua dopo l’alberone che mi faceva correre a perdifiato (immaginavo sempre ci fosse nascosto qualcuno dietro), era un sollievo. E rido quando andando a funghi, ma così per fare una giratina, ne trovammo così tanti senza aspettarcene che non sapevamo dove metterli, allora lei si tolse la sottoveste, ci fece un nodo e si misero lì. E quel giorno in salotto quando strascicavamo una damigiana di vino per portarla in cucina dove l’avremmo infiascato e la veste della damigiana si ruppe e il vino cadde tutto in terra. Mio nonno, il quale non lo disdiceva affatto guardandoci disse: “ Non mi dispiace per il vino, mi dispiace per te che ci devi ripulire”. E sempre di vino, quando manca poco ci prendeva fuoco la casa per un corto circuito, allora tu svelta corresti a tirar su la leva del contatore e poi buttasti acqua ma un passante vide tutto dalla finestra aperta e urlò: “ ma che fai, sei matta! Ci butti l’acqua sulla corrente elettrica! “Ci butterò il vino!” Gli rispondesti prontamente. Ecco, sembra tutto ancora così vivo, così vero.
Era lo scorso febbraio quando mia cugina portò la zia in ospedale perché da un paio di giorni non stava più bene. Quando all’una sono uscita da scuola sono corsa da lei. L’ho trovata attaccata alla maschera per l’ossigeno ma ancora vigile, con gli occhi vispi che mi buttava baci da sotto quella maschera. Stetti con lei quello che potevo. Quel giorno avevo anche la consegna delle schede ma in serata appena finito ritornai in ospedale. La trovai con gli occhi chiusi. Forse addormentata, forse in coma. Il respiratore andava ancora. Provai a chiamarla ma lei non mi rispondeva più. A mia cugina i medici avevano detto che era questione di poco. Mia zia aveva novant’ anni. Un età ragionevole come avrebbe detto lei per andarsene da questo mondo, ma non c’è mai un momento adatto per veder partire i nostri grandi saggi. Tornai a casa con la tristezza nel cuore e tanti pensieri. L’indomani durante la ricreazione guardai il telefono e vidi una chiamata persa, quella di mia cugina. “Mi vorrà dire che la zia se n’è andata” dissi alla custode. “Non la chiamo. Non adesso. Mi metterei piangere e qui a scuola non voglio, non posso”. “ Dai, richiamala”. Insistette lei. E mi convinse. Fu davvero una custode. “Sandra, auguri! Buon compleanno!” Mi diceva la zia dall’altro capo del telefono con una voce flebile ma sempre entusiasta. “Che bellissima sorpresa, zia! Grazie, grazie. Che bello sentirti.” E poi dissi un’infinità di parole sempre sulla stessa onda di gioia. “Appena esco da scuola passo, così gli auguri me li fai dal vero”.
Quando però sono uscita da scuola mia zia non c’era più. Se n’era andata. Se n’era andata il 15 febbraio, il giorno del mio compleanno. Passai momenti di un dolore e di una tristezza senza tempo. A distanza di sette mesi dalla perdita di mamma la morte aveva ancora tirato su il mio numero. Mi sembrava impossibile. Ecco, della morte mi colpisce questo, il fatto che solo pochi attimi prima tutto sia così diverso. Che ci sia una voce, una persona, un calore, una presenza e poi, mi verrebbe da dire, il silenzio e tutto finisce, ma forse non è nemmeno così, forse cambia solamente. Poi non so se è nella morte o nella vita che si vuole aggrappare a qualcosa di fermo, a qualcosa che non ti faccia sprofondare del tutto, così la sera, prima di tornare a casa, ho comprato una bottiglia di spumante e sono passata della mia amica Lisa nella sua bottega, perché il 15 febbraio è anche il suo di compleanni. E ho brindato insieme a lei. A noi. A me, a mia zia Idria, al bene che ci siamo volute e che continua. L’ho vista sorridermi. Quando la immagino mi sorride sempre. E quando piango, lo stesso. Come dirmi: povera bischera. A quei giorni mi sembrava ingiusto che una persona cara se ne andasse in un giorno così particolare. Quasi mi sembrava una coincidenza nefasta. Oggi mi sembra un regalo. E quando traballo, quando il vento soffia forte, quando la porta non si apre, quando la nostalgia fa il tagliando, penso a lei e mi torna un pochino di “bello spirito d’animo”. Come una piccola scintilla di brace rimasta sotto la cenere che piano, piano, riaccende il fuoco. Come una luce oltre il buio dell’alberone.

A metà

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“ Ti va bene domani?” Mi chiede Settimo quasi cogliendomi alla sprovvista. Settimo è un appassionato della montagna, la ama profondamente e conosce molti segreti. La scorsa estate mi ero fatta avanti con gentilezza chiedendogli di portarmi con lui a fare un giro. Ma oggi non me l’aspettavo. Pioggia mista a neve… Sono convinta che saliti cento metri diventa neve. “Ecco, forse vuole mettermi alla prova”, penso tra me e me. Ma io sono contenta di quest’invito e dico di sì senza pensarci. “Bene! Allora alle cinque e mezzo ci troviamo in piazza” mi dice per concludere i convenevoli, cercando di cogliere nel mio sguardo un minimo di esitazione, che non avviene. Settimo è un uomo dall’età indefinita. Potrebbe avere quelli di un vecchio saggio oppure quelli di un bambino. Credo che all’anagrafe ne abbia quasi ottanta. Come dice il nome che porta è stato il settimo di otto figli. L’ultima, una femmina, ebbe il nome di “Finìmola” tanto per mettere in chiaro con il padreterno che bisognasse smetterla. Settimo è un artista, disegna cose bellissime e ha le mani d’oro. Quando passo davanti alla sua casa che si è costruito interamente da solo capisco che chi ha una buona manualità ha davvero una marcia in più. Da molti è considerato un orso o semplicemente una persona poco socievole. Non ha tanti amici e forse un po’ burbero lo è. Non so immaginarne il motivo. Qualcuno dice che è solo un egoista dal cuore ormai impietrito e arido. A me non sembra. Sembra piuttosto un timido, un taciturno, una persona che si è chiusa in se stessa ma che a pelle mi sta simpatica. Una volta mi raccontò della sua vita privata: un matrimonio finito male, una figlia che adesso vive a New York, un amore mai dimenticato, tante donne e forse anche tanti cuori spezzati perché i lineamenti sono quelli di un bell’uomo e si vedono ancora.
Mi piace partire a buio, quando tutto ancora è fermo. Riempire lo zaino sapendo che ogni cosa ha un peso, perfino quello che sembra leggerissimo, ma che puoi scegliere. Puoi scegliere cosa metterci, a quali cose dare importanza.
Camminiamo per un’ora senza dirsi una parola. Il silenzio a me non pesa. Soprattutto camminare in silenzio non pesa. Spero solo che il mio passo non lo annoi. Ecco, modularsi fino a trovare il solito passo credo sia importante per viversi bene una camminata. Mi sono promessa anche di non chiedergli nulla. Se vuole sarà lui a dirmi le cose. Come avevo immaginato ormai è soltanto neve e il crepitio di foglie e rametti spezzati si è sostituito ad uno più ovattato e morbido. “ Tutto a posto, bimba?” Mi chiede ogni tanto. “Sì, sì” rispondo io. Leggendo in quel “bimba” non solo paternalistica premura ma anche un po’ di affetto. All’improvviso una lepre bianca schizza veloce fuori dal pendio e dopo due o tre saltabecchi si perde alla nostra vista. Io e Settimo ci guardiamo negli occhi come sorpresi da una magia antica e improvvisa. “Bella! “ Dico io banalmente per dare un senso con le parole a quello che i nostri sguardi si erano già detti con più sfumature. Camminiamo quasi tre ore prima di arrivare alla cima. Non sento più il peso di niente. Dello zaino, delle mie gambe, delle parole. Mi guardo intorno e vedo solo tanta bellezza, quella che raramente incontriamo. Per un attimo guardo Settimo negli occhi. In quegli occhi penetranti, a volte duri, a volte malinconici, in fondo buoni che definire verdi sarebbe riduttivo e gli sorrido. Fa una smorfia di piacere come dire: hai visto dove ti ho portata. Pensando giustamente di avermi fatto un bel regalo. Gli porgo metà della mia cioccolata per contraccambiare in qualche modo. Così, per complicità, per fiducia, per affetto creato sul campo.
Ieri sera Settimo ha bussato alla mia porta con un vasetto di miele in mano. “Tieni, è buonissimo. Di questi tempi un cucchiaino alla mattina è un toccasana. Vedi, io vado sempre da solo in montagna. Vado del mio passo, non sento tante chiacchiere, cammino e sto bene. Arrivo in alcuni punti dove la bellezza toglie il fiato e sono felice. Ma l’altro giorno quando ho visto la stessa cosa nei tuoi occhi ho pensato che un’emozione è ancora più bella se la condividiamo. Quando abbiamo uno specchio. Quando cogliamo negli occhi di un altro il nostro stesso stupore”.