Archivio | novembre 2012

Storia di foglie e di mani

“ No, no quest’anno niente farina” mi dice scuotendo la testa Mario del Vallone. Alle sue spalle un caniccio fumante sta essiccando quel poco di castagne che è riuscito a trovare. Ma niente di più. Niente commercio. Solo per la sua famiglia. Sarà stata la siccità della scorsa estate ma soprattutto, sarà dovuto all’attacco massiccio del cinipide galligeno del castagno che ormai sta infestando i boschi. La farina di castagne, qui in montagna dove non cresce il grano, è stata nei secoli passato l’equivalente della farina di mais per la pianura padana. Con la farina di castagne, che noi chiamiamo semplicemente ‘farina dolce’, i miei avi si sono inventati i piatti più disparati per renderla gustosa e meno noiosa possibile. Adesso, a parte nelle radici, nelle tradizioni, nelle feste, la farina dolce è comunque rimasta un simbolo, oltre che un piacere per il palato. Un simbolo che io esportai con discreto successo perfino tra i miei amici delle varie nazionalità quando da giovane studentessa abitavo alla casa dello studente.
Il cinipide galligeno (dal nome potrebbe risultare perfino simpatico) è un insetto originario della Cina. La femmina depone le uova sulla gemma del castagno la quale resta inerme fino alla primavera.Successivamente, la foglia si cistizza e forma come una specie di brufolone gigante, triste e orribile. La pianta per reagire all’attacco si debilita e produce pochissime castagne secche e prive di contenuto. La bella foglia lanceolata con la quale da bimbi facevamo i caschi di toro seduto intrecciandole tra loro (perché sembrano appunto penne) oggi assomiglia a un foglio di carta vecchio e accartocciato.
Le uova invisibili di un insetto fanno questo. Producono tanta distruzione. “Butta un bicchiere di aceto in una botte di vino buono” mi diceva il mio professore di filosofia” e quel vino diventerà imbevibile”. “Butta un bicchiere di vino in una botte di aceto e non farà alcun danno”.
Com’ è facile distruggere le belle cose! Quanto ci vuole poco! E a volte la colpa non è di nessuno. Non c’è una vera e propria volontà nel farlo. Quanto distruggono il silenzio, l’incomprensione, la poca chiarezza, la mancanza di coraggio. Quanto sangue esce dalle nocche di chi bussando ad una porta senza risposta insiste solo per sentirsi dire “grazie non vogliamo niente”. Ma per lo meno sapere che si è considerati, che c’è qualcuno. Ma tu insisti e forse sbagli. Allora magari ci tiri un calcio a quella porta e lo fai così per mettere merda su merda che in fondo quando si sta male siamo tutti più limitati. Com’è facile non riuscire a capire l’altro quando nemmeno lui ci capisce. Come facile sbagliare quando siamo stanchi, stressati, sfiniti da certi comportamenti. E intanto la bellezza se ne va. Senza accorgersene. Come le microscopiche uova del cinipide che da invisibili già stanno facendo danno.
Ieri notte ti ho sognato. Eri seduto sul gradino davanti ad una porta. C’era una festa, banchetti, gente, colori, bella luce, non ricordo altro. Poco distante da te una signora, sembrava una donna saggia tipo un’indigena del latinoamerica. Dopo un po’ che gironzolavo per la festa mi sono avvicinata.” Posso?” Ti ho chiesto. E mi sono seduta accanto a te. Ci siamo presi per mano. Né io l’ho cercata, né tu me l’hai cercata. Le nostre mani si sono venute incontro contente facendo metà strada per uno. “Cos’hai? Ti vedo un po’ strano…” Ti ho chiesto. “Speravo venissi prima qui da me.“ Mi hai risposto, vincendo la tua ritrosia per certe domande. “Ma io sarei voluta venire anche subito. Pensavo di darti fastidio!” Poi ti ho guardato negli occhi senza aggiungere altro. Senza vederci altro. Solo il bello di quello che ho visto la prima volta che ti ho incontrato.
Tifiamo per il toymus sinesis che è l’insetto antagonista del cinipide del castagno ad oggi l’unico rimedio possibile. La scorsa estate ne hanno buttati grandi quantitativi. A giorni in cielo sembravano nuvole. Nuvole di moscerini. Nuvole passeggere e stranamente amiche.

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Il cavallino e il gigante buono di Tanabetti

Ho un cavallino dentro di me. Adesso siamo ottimi amici. Dico adesso perché c’è stato un tempo in cui per un po’ non lo siamo stati. Chissà quando è iniziato. Molte cose non sai bene come iniziano, è più facile essere consapevoli di come si svolgono. E’ un bel cavallino che potrebbe portare i nomi di: coraggio, osare, libertà, sogno. Un tempo di sicuro eravamo amici, me lo ricordo. Poi, piano, piano l’ho fatto sempre galoppare meno, lo portavo solo a passeggio, qualche volta solo brevi uscite. Lo curavo con buone cose, aveva briglie e finimenti in pelle ma era un po’ costretto. Stava diventando un bravo cavallino ma assomigliava sempre di più ad un cavallo di legno. Io non ci facevo caso più di tanto. Doveva anche lui mettere la testa a posto. Non poteva di certo continuare ad essere matto come un cavallo! Bene o male aveva tutto: un posto tranquillo dove stare, la certezza di un pasto, la stabilità di una casa. Una volta l’ho perfino bendato per farlo passare dentro ad un tunnel perché aveva paura e un altro l’ho costretto a stare insieme ad un cane che non sopportava. Se ci penso adesso, mi si stringe il cuore. Poi un giorno ha smesso di mangiare e di dormire, era triste e immotivato. Pensavo bastasse fare una passeggiata e l’ho portato fuori. Appena ho provato a montarlo mi ha disarcionata e così io indispettita l’ho riportato al chiuso. E’ vissuto in questo modo per del tempo, dico “del” perché in fondo non riesco a quantificarlo bene. Stava malissimo, stava per morire. Forse stavo per morire anch’io. Poi è successo che una serie di coincidenze e di incontri hanno acceso una piccola luce di bene e di bellezza ed io ho aperto gli occhi.
Con timore, paura di fallire, fatica mi sono avvicinata al cavallino e ho sentito cosa voleva sussurrarmi nell’orecchio. Gli ho dato ascolto. Aveva ragione. Era tanto che provava a dirmelo ma io non c’ero più per lui, non volevo esserci più, volevo solo mantenere il quieto vivere che avevo con fatica costruito.
Oggi io e lui siamo inseparabili e gli voglio un bene dell’anima perché mi ha salvato la vita e così l’altro giorno, quando mi ha vista triste e pensierosa ha pensato bene di portarmi in bel posto. Ero triste, di quella tristezza contro la quale non possiamo fare molto. Triste perché per me è impossibile credere che una persona che hai sentito così vicina ti saluti a mala pena. Lo so che a volte le persone non è che non vogliono, proprio non possono e l’unico modo che hanno per staccarsi da te è ignorarti, ma il mio cavallino non vuole tante parole e c’era rimasto solo male. Così non so se è stato lui a smuovermi da casa oppure l’ho fatto io per consolarlo un po’, ma siamo andati in un posto magico dove da tempo volevo andare. Questo posto sulla montagna si chiama Tanabetti . Qui c’è un abete rosso secolare. Secondo il censimento della Forestale è il più grande d’Italia. La sua età stimata è di circa 450 anni ed ha una circonferenza di 6 metri e mezzo. Un gigante buono. E’ miracolo della natura che vive in un luogo senza tempo, dove non c’è spazio per i pensieri ma solo per le emozioni. E’ vero, ci sono posti che hanno secoli dentro. Penso ai tanti monumenti storici che uno ha potuto ammirare ma qui c’è qualcosa in più. Quell’albero è vivo e lo senti. E’ qualcosa di vivo che è rimasto lì per tutto il tempo, malgrado le intemperie della natura, le vicissitudine storiche, le guerre, i cataclismi naturali. Silenzioso custode per generazioni dei drammi e delle gioie che si verificavano nel podere accanto, del quale ora rimangono solo i ruderi. Mi sono seduta ai piedi di questo gigante buono e l’ho accarezzato. Il terreno circostante è infestato da rovi, acacie, piante rampicanti che piano, piano lo stanno avvolgendo togliendogli luce ed energia. Ho pensato che con gli amici potremmo fare qualcosa, un lavoro di ripulitura e di bonifica. Lo chiederò subito a chi per primo mi parlò di questo posto. So che ce l’ha nel cuore. Poi domanderò a qualche vecchio saggio del Cai su come operare, di sicuro verranno anche loro. Perché da un po’ di tempo i miei amici non hanno età e questo mi riempie di gioia. Siamo in tanti ad avere gli stessi ideali, la medesima passione. Ce la faremo.
Sai cavallino, l’altro giorno quando ero lì, lì nel silenzio del bosco, seduta ai piedi di questo gigante buono, più di tutto però ho capito una cosa. Una cosa che vedo negli occhi brillanti di Sirio, in quelli dolci di Sauro, in quelli vispi e simpatici di Livia, o in quelli di mio padre: s’invecchia solo quando si smette di sognare.

Le mani addosso


Ci sono cose nella vita che uno non ha mai fatto e dà per certo che non farà mai (tipo, per me, lanciarsi da un ponte con l’elastico ) ma ci sono cose che non ha ancora fatto e non sa perché. Forse, non gli importava più di tanto o semplicemente, perché non gli era capitata l’occasione. “Questo è per lei”, mi ha detto l’altro giorno la direttrice di un’ elegante Spa di un noto centro termale ad un’ora da casa mia, porgendomi una busta. Le avevo fatto un piacere ma come spesso accade, uno di quei piaceri non quantificabili in denaro e che alla fine si fanno soltanto appunto per piacere e soprattutto, con normalità. Ma lei in qualche modo ha voluto contraccambiare. Nella busta c’era un invito omaggio a trascorrere un pomeriggio nel suo centro benessere.
A parte qualche bagno turco, sauna e c. sperimentati in Altitalia e le libere e selvagge messe a bagno nelle pozze calienti di acqua solforosa di Saturnia o di Petriolo, non mi vengono in mente esperienze simili. Intanto avevo fatto una borsa ricca e fornita come se andassi in piscina per una settimana e invece mi sono accorta che ti danno tutto, accappatoio e ciabatte comprese. Non so se mi sentivo più una sciccosa signora nullafacente o un’imbranata sprovveduta, solo che adesso fra me e me c’è un bel rapporto e mi faccio anche delle belle risate. Passa un tempo indefinito fra piscine, piscinette, docce fredde, docce calde, fumi di candele e di profumi. Passa anche la voglia di pensare, di leggere, di resistere. Passa che alla fine ti abbandoni esausta a quel vapore annichilente e la sensazione non è delle peggiori. “Prego, venga con me” mi dice sottovoce una voce maschile quasi per non rompere l’incantesimo. “Nel suo pacchetto è previsto anche un massaggio”. Ho sorriso a denti stretti come per dire “certo, ne ho fatti tanti, sono del mestiere”. E invece no. Non è mai successo. Naturalmente escludendo quelli fatti dalle mani di chi ti ama.
Non so se l’imbarazzo, la vergogna, il timore messi insieme possano essere misurati su qualche scala perché in quel momento avrei di sicuro superato il limite di guardia, ma ormai avevo deciso di stare il gioco e quando mi ha dato un perizoma usa e getta invitandomi cortesemente ad indossarlo, ho fatto come se ne mettessi uno tutte le ore. Quando è tornato nella stanza ero stesa su di un lettino con gli occhi socchiusi fingendo un dormiveglia poco probabile.
Potrei farle un massaggio ayurvedico, modellante, decontratturante, anti-stress, linfodrenante, quale preferisce? “Faccia lei. Basta che rilassi” mi sono limitata a dire. Per un attimo ho immaginato di alzarmi, mettermi l’accappatoio e uscire come un’attrice stizzita. Come del resto feci al terzo corso di nuoto appena l’istruttore disse: “ adesso andiamo nell’acqua alta”. Perché è un dramma. Io so nuotare, metto la testa sott’acqua, faccio tutte le cose che volete ma soltanto dove so che tocco. Non ci riesco proprio a vincere questa paura e non potete immaginare la gioia se qualcuno un giorno riuscisse a farmela vincere. Gli sarei riconoscente per la vita. Da sola non ci riesco, lo desidero tanto ma è più forte di me.
L’altro giorno però su quel lettino ci sono rimasta. Chissà come, ma ci sono rimasta. Ho sentito mani sconosciute percorrere il mio corpo, muoversi accarezzandolo con sapienza e destrezza, sciogliere nodi e drappi, dare piacere e dare piccole fitte di dolore, come dire qui c’è un nodo da sciogliere. Mi sono arresa a quelle mani sconosciute mentre la mia testa diceva “è tutto normale” e gli occhi si gonfiavano di lacrime. “Non ci credo abbia gli anni che mi ha detto” ha interrotto il silenzio, forse pensando che alle donne i complimenti fanno sempre piacere. “Ha davvero una bella pelle. Una pelle liscia come poche. Gliel’ha mai detto nessuno?”
A volte si affoga anche dove non c’è l’acqua alta.