Quattro calci ad un pallone

“…Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore…Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo dalla fantasia…”
Potrei mettere come sottofondo questa canzone…
Se ho scelto di fare il mio mestiere è perché mi piaceva ma, di sicuro, molto è dipeso dalla maestra che ho avuto. Una maestra bravissima ma soprattutto, una persona davvero speciale. Il sabato mattina avevamo ginnastica e così lei, per farci muovere un po’, ci faceva giocare a pallone nell’atrio della scuola perché non avevamo la palestra. I miei compagni maschi erano felicissimi. Noi femmine meno, ma l’importante era giocare. Quello però che aveva architettato la mia maestra era un modo di giocare a pallone piuttosto strano, un po’ contenuto. Tipo biliardino (calciobalilla o come lo chiamate). Divisi in due squadre potevamo infatti muoverci solo in orizzontale lungo la mattonella e in questo modo passare la palla. Non ricordo se sia stato divertente. Forse sì. Ricordo più l’anno successivo quando sostituì il calcio contenuto con i pattini. Perché a me pattinare è sempre piaciuto. Figuriamoci farlo su di un pavimento liscio e non in quello scassato della nostra piazzetta!
Dopo questa mia precoce esperienza con il pallone sono passata dritta agli anni d’oro post adolescenza. Era estate, quando gli amici maschi ci allenarono seriamente per prepararci come squadra femminile del paese ad un incontro di calcio per beneficenza. In pochi giorni ci insegnarono le regole del gioco: come prendere il pallone di testa, come dargli un calcio, come fermarlo, ecc.ecc. Come allenatori non li mancava niente, ma forse pretesero l’impossibile. Del fatidico incontro ricordo solo che il campo da calcio era lunghissimo, che le basilari regole del gioco non furono quasi mai messe in pratica (compreso non correre dietro al pallone tutte insieme come uno sciame d’api) e che perdemmo 4 a 1. Ma soprattutto, che la partita finì con botte e stiracchiate di capelli tra una mia amica e un’altra ragazza della squadra avversaria alle quali piaceva la stesso ragazzo. Insomma, quasi come una vera partita di calcio di serie A.
L’altro giorno, ho fatto fare un gioco ai miei alunni. Ho dato un fogliettino e ho chiesto loro di rispondere a due domande: “La maestra Sandra mi piace quando…La maestra Sandra non mi piace quando….”. Naturalmente nel pieno anonimato. Non vi sto a raccontare la bellezza di cuore, la libertà e la freschezza delle risposte. Si va dai: “mi piace quando sorride perché ha un bel sorriso, mi piace perché ci spiega bene ed è chiara, mi piace quando consola i bambini e quando ci fa ridere…” Ai: “Non mi piace quando detta perché va troppo veloce, quando legge lei invece di noi, quando vuole che mangiamo la frutta alla ‘merenda sana’ fino ai comprensibili “non mi piace quando brontola e si arrabbia”. Ma il più bello è stato: “mi piace quando ci manda a riprendere il pallone”.
Dovete sapere che durante la ricreazione, specialmente quella dopo pranzo, se c’è bel tempo usciamo fuori. Qui, i maschi si organizzano sempre nella partitella di pallone. Ma il piazzale non è un campo da calcio e soprattutto, non ha una rete alta ma solo una ringhiera parapetto. Va da sé che il pallone finisce il più delle volta fuori e quando questo accade, finisce anche la partita. A me un po’ dispiace vedere questi Baggio in erba attaccati alla ringhiera a rimirare l’oggetto del loro amore finito in una stradina. Una stradina dove passa una macchina ogni tanto e una persona raramente e così scendo io, oppure, se non ci sono pericoli, mando uno di loro con accortezza a riprenderlo. E’ bello sapere che un mio alunno un giorno mi ricorderà anche per questo. Forse solo per questo ma va bene così.
Da due giorni nella mia classe è arrivato dalla Romania un nuovo alunno. Il suo nome con troppe u i e w è stato italianizzato in ‘Michele’. Michele ha 10 anni e non conosce una parola d’italiano. Non sono preoccupata di questo. Ormai nella scuola è quasi la norma. I bambini imparano presto e i compagni di classe saranno un valido aiuto. L’altro giorno Michele era comprensibilmente un po’ spaesato ma nello stesso tempo si è dimostrato collaborativo ed entusiasta di questa nuova esperienza. Poi l’ho visto a ricreazione mentre giocava a pallone con i compagni. Sorrideva felice e si divertiva. Non aveva bisogno di sapere l’italiano, non aveva bisogno di tante parole.
Forse davvero diamo troppa importanza alle parole. Seduciamo gli altri dando loro un bel vestito, ci difendiamo con esse facendone un’armatura. Costruiamo fiori, castelli, aerei di carta, fatti di parole. Le usiamo come fossero spade con noncuranza. Sono un po’ stufa delle parole. Anche delle belle parole. Anche delle non parole, dette per imbalsamare qualcosa che è un sentimento. Anche dei silenzi quando sono pieni di parole perché in fondo sono la stessa cosa. Ritorniamo all’essenziale. Un po’ più primitivi, un po’ più bambini. Forse saremmo tutti un po’ più contenti.

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36 thoughts on “Quattro calci ad un pallone

  1. Sarebbe più bella, vera e vissuta la nostra vita e quella di chi ci sta vicino se usassimo più l’arte del fare e meno quella del parlare… perchè a parole possiamo dire molte cose ma poi dimostrarle con i fatti è tutta un’altra cosa… perchè come si dice, tra il dire e il fare…

    • Sono d’accordo con te. Ma questo non era tanto un post per decantare i fatti (che sono importantissimi) quanto, per limitare l’ abuso di parole. Più spazio ai sorrisi, agli abbracci alle carezze,alle lacrime, agli sguardi.:-)

  2. Ehi, un’altra maestra Sandra !!! Piccolo wordpess :)
    Non so giocare a pallone, l’ammetto. E come tutti quelli che non amano il calcio guardo un allo sport nazionale con un po’ di snobismo, devo però ammettere che effettivamente è lo sport popolare per eccellenza, perchè può essere giocato in qualunque cortile affratellando immediatamente un gruppo di ragazzi. E non solo un gruppo di ragazzi, penso alla partita di pallone nel film Mediterraneo, metafora di voglia di pace in un contesto di guerra.

  3. “esercizidipensiero” ha scritto un gran bel post sul tacere…e sul saper ascoltare e tu hai perfettamente ragione. I bambini sanno comunicare benissimo anche usando solo il linguaggio fisico e il gioco. Noi a volte abbiamo paura di non essere capiti e aggiungiamo un sacco di parole. Comunque a me la maestra Sandra piace perché è un’ottimista che sorride la vita!

  4. Anche io come Roxidor, non gioco a pallone e non amo “tutto quel prima e tutto quel dopo e le varie nevrosi di tifosi & co.”, però devo ammettere che con una palla si crea accordo ed unione. È vero come dici, troppo e spesso di parole se ne abusa e si lasciano scorrere lettere e lettere che allontanano dalla vista e dall’anima i gesti più spontanei e le cose più semplici. Occorrerebbe essere dotati di un regolatore di parole che ci limitasse nei momenti giusti, e soprattutto occorrerebbe restare sempre con l’animo dei bambini, che con la loro “pulizia” e la loro “leggerezza incorrotta” riescono sempre a darci nuovi stimoli e lezioni indimenticabili!
    Buon lavoro allora!

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  6. troppo spesso le parole sono motivo di divisione, tutte le attività più istintive e meno condizionate dai pregiudizi, uniscono, travalicano ogni steccato mentale e pratico.

    Certo, avere un bel sorriso aiuta neh?

    :-)

  7. La parola ….. cara @Penny …. la “parola” !
    Se vuota, se ridondante, se escheggiante …. se rivestita di elegantissimo vestito magari ‘engagè’ … davvero dovremmo buttarla nel secchione delle immondizie …. tanto è inutile .
    Ma, avendo ascoltato iersera @David Grossman …. ulteriormente scoprendo quanto sia importante, ed emozionante, e irrinunciabile, “la parola” …. e quanta musica da condividere essa contiene col suo solo suono diverso dal coro dei rumori, ebbene continuo a pensare e a sostenere che la parola, o il silenzio che è anch’ esso una parola, resta uno dei più grandi doni che ci siano mai stati dati, o che – se intorno e sopra a noi ci fosse il solo niente – abbiamo conquistato a caro prezzo !
    “In principio, erat Verbum … et Verbum erat apud Deum ….”, ma ahimè il latino non ha, a differenza del greco antico, un vocabolo che traduca “Lògos” …. La nostra lingua-madre, risale alla radice “her” ( dove l’ aspirazione della èpsilon compensa la perduta “vau”, o ‘digamma’ ) e scrive Ver …. da cui Verbum, e non si capisce il perchè questo “verbo” risiedesse solo presso Dio ….
    Credo che @Grossman, intendesse proprio parlare di “lògos” ( ragione, conoscenza, spirito raziocinante, spirito creativo, discorso condiviso fra umani e/o divini …. ), e questa “parola”, secondo il mio parere “errante”, non dovremmo perderla mai !

    • Cavaliere errante, mi ero appena impegnata nello scrivere un lungo e articolato commento per contraccambiare la tua attenzione che …pufff! E’ sparito nel nulla! Introvabile.Cancellato. Vedi, forse stavo usando troppe parole. Sono d’accordo con te, usiamo quelle che contano, che ci servono, che vibrano di un’emozione, che sono pienamente vere. Sforziamoci di farlo. Grazie :-)

  8. che bello avere delle maestre così. La tua che vi dava dei momenti di libertà “condizionata” da regole (che sicuramente limitavano l’impatto dei maschi sul campo da gioco ) e te che hai tutta questa sensibile intelligenza con i tuoi allievi.
    Mio figlio, il piccoletto, anche è fortunato. Ha due maestre molto brave. Ha in classe dalla prima elementare un bambino gravemente autistico (il gravemente non lo dico io, ovviamente). le parole con lui non servono, o forse non bastano. Il lavoro fatto insieme dai suoi genitori (due persone realmente straordinarie) e dalle insegnanti hanno dato come risultato l’assoluta integrazione nella classe, con una presa di responsabilità totale da parte di tutti i bambini. Comunicano con lui con l’istintiva immediatezza dei bimbi ma anche con i simboli ed il metodo portato in classe dai genitori. Lo aiutano, lo seguono, lo invidiano perché ha un computer, lo proteggo e lo difendono. Nessuno di noi altri genitori avevamo per esempio mai saputo di alcune volte in cui lui aveva avuto scoppi di violenza (lui è anche abbastanza più grande) e aveva, che so buttato all’aria la libreria, o fatto cadere un altro bambino. E sì che i nostri figli sono chiacchieroni. Niente mai un commento negativo in tre anni. Una grande esperienza per loro e per noi. E un grande lavoro di comunicazione non verbale che credo (spero) si porteranno dietro nella vita.

  9. Spesso mi capita di decidere se una persona è una di quelle che mi resteranno nel cuore quando mi accorgo che posso stare con lei e non parlare.
    Passeggiare e tacere. perchè so che capirà e comprenderà senza dover dare spiegazioni, chiarimenti.
    Vorrà dire che ci basterà essere insieme, condividere i sentimenti senza per forza dare un nome alle cose.
    Sì questo l’ho provato nuovamente ieri con la mia migliore amica ammirando i quadri di Degas a Torino.
    Con lei tutto era così bello che non c’era bisogno di dirselo.
    O forsw sì??

  10. Hai scritto un bellissimo post, stasera mi ci voleva una lettura così, sull’importanza e sul peso delle parole, le troppe parole con le quali non sappiamo comunicare.
    E sottoscrivo ogni riga di ciò che hai scritto, brava davvero.
    Grazie!

  11. Che fortunati sono i tuoi alunni: è importante che l’insegnante dei primi anni di scuola sia oltre che preparato didatticamente, autorevole e giusto, sia empatico, affettuoso e sorridente. E sono sicura che tu sei tutto questo e anche di più…
    Conserveranno per tutta la vita un bellissimo ricordo della loro maestra! :)

    Non sono brava con le parole io, ma trovo che hai proprio ragione riguardo ad esse :
    Forse davvero diamo troppa importanza alle parole. Seduciamo gli altri dando loro un bel vestito, ci difendiamo con esse facendone un’armatura. Costruiamo fiori, castelli, aerei di carta fatti di parole. Le usiamo come fossero spade con noncuranza. Sono un po’ stufa delle parole. Anche delle belle parole. Anche delle non parole, dette per imbalsamare qualcosa che è un sentimento. Anche dei silenzi quando sono pieni di parole perché in fondo sono la stessa cosa. Ritorniamo all’essenziale. Un po’ più primitivi, un po’ più bambini. Forse saremmo tutti un po’ più contenti.

    Buona domenica, grazie,
    ciao ciao
    Ondina :)

  12. Il testo di Pablo ha richiamato la mia attenzione su questo post, hai descritto un momento di semplice amicizia e umanità, riconoscere e condividere una solidarietà che oggi più di ieri è relegata a pochi operatori, della serie self made.
    Ricordo “qualche anno fa”, un mio compagno di scuola aveva un pallone di cuoio e ci ritrovevamo a giocare con altri nel campetto dietro alla chiesa, era un momento felice di ritrovo collettivo, ma quando lui non poteva partecipare, giocavamo con un paio di palloni di gomma purtroppo forati e per questo veniva nominato ad ogni partita il “gonfiatore”, ossia colui che era addetto al gonfiaggio del pallone fuori campo, appena quello ufficiale in campo non rimbalzava più veniva sostituito con quello gonfiato fuori campo e così via; ogni pallone veniva sostituito all’incirca ogni dieci minuti.
    Essere il gonfiatore era un ruolo importante, ci si prendeva in giro sulla velocità che ognuno di noi impiegava nel gonfiaggio e se lo facevamo a “regola d’arte”, però non si mettevano in dubbio le capacità del singolo in relazione a questo “ruolo”.
    Il gonfiatore e il raccattapalle, due ruoli essenziali per dare quattro calci ad un pallone.
    Scusa la lungaggine, ma questo pezzo mi ha preso e la canzone è una poesia di vita vissuta, leggendo questo post ho avuto un attimo…di tristezza.
    Buona serata.
    Silvano

      1. Oh alecelina, quando ho scritto questo post l’ho pensato. Ma a chi lo racconterai so già che sembrerà impossibile. Non la cosa in sè, ma che si possa vivere cambiando idea e fluendo nel momento.

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