Archivio | ottobre 2012

Quattro calci ad un pallone

“…Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore…Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo dalla fantasia…”
Potrei mettere come sottofondo questa canzone…
Se ho scelto di fare il mio mestiere è perché mi piaceva ma, di sicuro, molto è dipeso dalla maestra che ho avuto. Una maestra bravissima ma soprattutto, una persona davvero speciale. Il sabato mattina avevamo ginnastica e così lei, per farci muovere un po’, ci faceva giocare a pallone nell’atrio della scuola perché non avevamo la palestra. I miei compagni maschi erano felicissimi. Noi femmine meno, ma l’importante era giocare. Quello però che aveva architettato la mia maestra era un modo di giocare a pallone piuttosto strano, un po’ contenuto. Tipo biliardino (calciobalilla o come lo chiamate). Divisi in due squadre potevamo infatti muoverci solo in orizzontale lungo la mattonella e in questo modo passare la palla. Non ricordo se sia stato divertente. Forse sì. Ricordo più l’anno successivo quando sostituì il calcio contenuto con i pattini. Perché a me pattinare è sempre piaciuto. Figuriamoci farlo su di un pavimento liscio e non in quello scassato della nostra piazzetta!
Dopo questa mia precoce esperienza con il pallone sono passata dritta agli anni d’oro post adolescenza. Era estate, quando gli amici maschi ci allenarono seriamente per prepararci come squadra femminile del paese ad un incontro di calcio per beneficenza. In pochi giorni ci insegnarono le regole del gioco: come prendere il pallone di testa, come dargli un calcio, come fermarlo, ecc.ecc. Come allenatori non li mancava niente, ma forse pretesero l’impossibile. Del fatidico incontro ricordo solo che il campo da calcio era lunghissimo, che le basilari regole del gioco non furono quasi mai messe in pratica (compreso non correre dietro al pallone tutte insieme come uno sciame d’api) e che perdemmo 4 a 1. Ma soprattutto, che la partita finì con botte e stiracchiate di capelli tra una mia amica e un’altra ragazza della squadra avversaria alle quali piaceva la stesso ragazzo. Insomma, quasi come una vera partita di calcio di serie A.
L’altro giorno, ho fatto fare un gioco ai miei alunni. Ho dato un fogliettino e ho chiesto loro di rispondere a due domande: “La maestra Sandra mi piace quando…La maestra Sandra non mi piace quando….”. Naturalmente nel pieno anonimato. Non vi sto a raccontare la bellezza di cuore, la libertà e la freschezza delle risposte. Si va dai: “mi piace quando sorride perché ha un bel sorriso, mi piace perché ci spiega bene ed è chiara, mi piace quando consola i bambini e quando ci fa ridere…” Ai: “Non mi piace quando detta perché va troppo veloce, quando legge lei invece di noi, quando vuole che mangiamo la frutta alla ‘merenda sana’ fino ai comprensibili “non mi piace quando brontola e si arrabbia”. Ma il più bello è stato: “mi piace quando ci manda a riprendere il pallone”.
Dovete sapere che durante la ricreazione, specialmente quella dopo pranzo, se c’è bel tempo usciamo fuori. Qui, i maschi si organizzano sempre nella partitella di pallone. Ma il piazzale non è un campo da calcio e soprattutto, non ha una rete alta ma solo una ringhiera parapetto. Va da sé che il pallone finisce il più delle volta fuori e quando questo accade, finisce anche la partita. A me un po’ dispiace vedere questi Baggio in erba attaccati alla ringhiera a rimirare l’oggetto del loro amore finito in una stradina. Una stradina dove passa una macchina ogni tanto e una persona raramente e così scendo io, oppure, se non ci sono pericoli, mando uno di loro con accortezza a riprenderlo. E’ bello sapere che un mio alunno un giorno mi ricorderà anche per questo. Forse solo per questo ma va bene così.
Da due giorni nella mia classe è arrivato dalla Romania un nuovo alunno. Il suo nome con troppe u i e w è stato italianizzato in ‘Michele’. Michele ha 10 anni e non conosce una parola d’italiano. Non sono preoccupata di questo. Ormai nella scuola è quasi la norma. I bambini imparano presto e i compagni di classe saranno un valido aiuto. L’altro giorno Michele era comprensibilmente un po’ spaesato ma nello stesso tempo si è dimostrato collaborativo ed entusiasta di questa nuova esperienza. Poi l’ho visto a ricreazione mentre giocava a pallone con i compagni. Sorrideva felice e si divertiva. Non aveva bisogno di sapere l’italiano, non aveva bisogno di tante parole.
Forse davvero diamo troppa importanza alle parole. Seduciamo gli altri dando loro un bel vestito, ci difendiamo con esse facendone un’armatura. Costruiamo fiori, castelli, aerei di carta, fatti di parole. Le usiamo come fossero spade con noncuranza. Sono un po’ stufa delle parole. Anche delle belle parole. Anche delle non parole, dette per imbalsamare qualcosa che è un sentimento. Anche dei silenzi quando sono pieni di parole perché in fondo sono la stessa cosa. Ritorniamo all’essenziale. Un po’ più primitivi, un po’ più bambini. Forse saremmo tutti un po’ più contenti.

La porti un bacione a Firenze…

(Alluzzicata dal suggerimento di Intesomale, contribuisco al gioco della cartolina)

Quando torni in una città dove hai vissuto vent’anni è un po’ come rivedere un vecchio amore. Sai perché ti era piaciuto ma sai anche perché vi siete lasciati. Devo dire che, passato un po’ di tempo, i sognatori come me ricordano solo quello che gli era piaciuto e così, sia in un ex, sia in una città che hanno abitato a lungo, vedono solo il bello. O soprattutto, sarà un lusso, ma possono permettersi di vederci solo quello. Il più delle volte arrivo a Firenze in treno lasciando la macchina a metà strada, ma tutte le volte che arrivo alla stazione di Santa Maria Novella penso: ma Pupo e Ivan Graziani non potevano scambiarsi il luogo ispiratore delle loro partenze amorose? Perché quella nenia è odiosa quanto petulante e mi viene sempre in mente.
A Firenze per le vie del centro girano pochissimi fiorentini. Quelli che ci lavorano. Allora sono bottegai. Come ce ne sono in tutte le città d’arte mentre di botteghe storiche nel centro si contano sulle dita di una mano. Firenze è un amore che tutti vogliono, a tutte le ore, in tutte le stagioni e ti sembra incredibile che una città nata solo per far girare le carrozze possa prevedere un così tale formicaio di gente. Del sindaco Renzi potrei dire tante cose ma ne voglio dire una e a suo favore (che signora) ha chiuso il centro storico al traffico. Chiusura totale. Tutti a piedi. Dalla stazione a piazza del Duomo, piazza della Signoria e zone limitrofe. Un piacere. Un mio amico giapponese la prima volta che vide il duomo mi disse che gli sembrava un dolce fatto di glassa di zucchero ed è vero. Ogni volta che ci passo penso divertita a quest’idea. E ripenso a noi giovani studenti universitari della “casa dello studente” che era una babilonia di lingue e di razze e di grandi idee. Quando passo davanti a quell’insegna guardo con curiosità la finestra della mia vecchia camera e penso a chi starà ospitando, quali sogni, quali avventure. Ma girare per Firenze non è solo questo.Mi salva che odio le vetrine ma davanti ad una di quelle libreriepaese non so resistere.
Firenze è un manicomio a cielo aperto. La zona centrale il reparto intensivo. Santa Croce è già più vivibile, ma il quartiere dove si respira la fiorentinità è l’Oltrarno. Lì ti siedi e mangi con gusto una pappa al pomodoro, crostini di fegatelli, una ribollita. Insomma, speri di farlo senza essere scambiata per l’ennesima turista. Perché c’è da dirlo, il fiorentino doc è sempre uno che la sa più lunga di te. Vuoi per tutto questo suo passato, il rinascimento, la gloria che lo sormonta, insomma sbiascica con le parole ma si sente un eletto. Ma più di tutti mi garba risalire le rampe, l’erta della rosa che da San Niccolò portano al Piazzale Michelangelo e sedermi su di uno scalino a vedere la città da lontano. Ieri ho fatto così. Mangiandomi un gelato perché hanno ragione i fiorentini a dire che si muore dal caldo anche se siamo a metà ottobre. Ma io sono una turista e fatti 60 chilometri me ne torno a casa e la sera mi tocca accendere la stufa che fa freddo. Mi guardo intorno. Bancarelle di souvenir come in qualsiasi città. In queste, in più c’è un giglio che troneggia. Sorrido al pensiero di quegli ammennicoli riproduttivi che invaderanno le case di ogni continente. Sorrido al mio colosseo marmoreo metereopatico che dopo il mio primo viaggio a Roma riportai ai miei. Sorrido a quello che mi dice una mia amica, mamma di un mio alunno, quando andiamo in gita: “ti prego, non fargli comprare quei troiai che poi mi tocca mettermeli in casa!” Sorrido a due spagnoli che mi chiedono di farli una foto con la città sullo sfondo, perché ci sarà sempre qualcuno o qualcosa che si metterà tra il primo piano e lo sfondo. Sorrido all’altra sera, quando ci siamo incontrati per caso e abbiamo passato un’ora a chiacchierare e bere. E’ bello incontrare qualcuno che ci ha amati a lungo, che abbiamo amato anche se la storia adesso è finita ed è finita bene. E‘ bello incontrarlo per poco, anche all’improvviso, anche da lontano, come Firenze in questo momento. Ti porti a casa solo il bello ma fa piacere sapere che esista ancora.

Homo montaninus

“Montanino, montanino, scarpe grosse e cervello fino” recita così un detto popolare. Non so quanto ci sia di vero in tutto questo a parte le scarpe grosse perché, sì sa, in montagna le estati sono sempre troppo corte e i sandali di certo non si consumano. L’homo montaninus nella sua accezione più vera è molto raro. E’ una specie in via d’estinzione. Io ne ho incontrati pochissimi. Per sua natura è difficile da identificare, soprattutto quando gira per boschi e crinali. Principalmente si distingue in tre generi: quello che non si è mai mosso dai suoi monti perché li ha amati fin da subito e tuttora li ama; quello che non si è mai mosso ma non li sopporta come se fosse stato costretto ad un matrimonio obbligato; quello che si è mosso e poi ci è tornato. Io appartengo al terzo genere.
Di fondo, il montanino è uno che sa arrangiarsi. La natura impervia e le condizioni meteorologiche avverse l’hanno in qualche modo temprato.Ha conosciuto fin dalla tenera età che le strade sono quasi tutte in salita. Nella vita dipende, ma in entrambi i casi bisogna avere le gambe buone. A volte, mi sembra di scorgere in ogni montanino un piccolo lottatore che non si arrende, non può farlo di fronte alle intemperie, al freddo, al gelo e provo per lui tenerezza. I disagi fisici e oggettivi hanno fatto in modo che si creasse una sorta di umana solidarietà, di altruismo naturale che viene sempre fuori nei piccoli problemi e nei grandi. Come sempre ci sono le eccezioni: allora c’è chi si lamenta sempre, c’è chi si occupa dell’altro solo per non farsi gli affari propri, ma queste sono sfumature.
Lo spazio del montanino è talvolta limitato. Chiuso spesso tra due valli o relegato in cima ad un cucuzzolo vive guardando in ugual misura il cielo e la terra. Questa chiusura visiva può rispecchiarsi anche interiormente. Anche qui vedrei bene due sottospecie: chi crede che il mondo finisca dietro la curva della statale e chi è curioso. Curioso del mondo e di chi lo vive. Allora iniziano scambi interessanti, viaggi, spostamenti e succede che pur non essendoci nato, qualcuno s’innamori di questi monti e ci venga a vivere, ne parli, o semplicemente non veda l’ora di venirci appena può e ci si compri una seconda tana.
E chissà cosa avranno pensato i miei lontanissimi avi quando dal crinale più in alto, nelle belle giornate limpide, hanno visto il mare da lontano? Per la prima volta avranno capito che ci sono anche orizzonti piatti e blu. Il mare…Quasi tutti amano il mare. La montagna no. La montagna si ama o si detesta, tutt’al più si ignora. La montagna devi sceglierla.
Il montanino respira aria buona. Su questo non c’è nulla da dire. Bisogna solo che stia attento durante i lunghi inverni a caminetti, stufe ed a sfumacciamenti vari al chiuso. In estate invece tutto è permesso e le grigliate sotto le stelle lasciano solo bei ricordi.
L’homo montaninus vive inevitabilmente la sua vita in sincronia con le stagioni adattando le scarpe e i propri mezzi di locomozione alle varie tipologie di strade e di tempo. Quella che va organizzata per tempo è l’inverno con ghiaccio, neve, tormenta e legna da ardere che sembra non finire mai. Sia l’inverno, sia la legna. Di solito, fa tutto con calma, compreso parlare con le persone quando le incontra per strada. E “tutto”, qui in montagna, molto spesso è l’essenziale.
Il vero montanino può essere considerato aspro nei modi, diretto, sincero, poco avvezzo ai formalismi. Talvolta può apparire matto o incomprensibile, invece è serio, rigoroso, affidabile come la montagna che ha sotto piedi. A volte scambia la tenacia per caparbietà e diventa cocciuto, insistente. Altre, è perfino permaloso. Mai sleale.
A forza di stare in mezzo alla natura, di girare per boschi e crinali, ha sviluppato un buon fiuto che spesso gli fa sentire cose nascoste o poco notate dagli altri. Di fondo è un ingenuo dal cuore puro, uno che ti guarda in faccia. Ha gli occhi buoni. Gli occhi di un bimbo, di un sognatore, di un coglione. E ti sorride senza un perché. A volte piange, anche se dice di non farlo, ma mai troppo apertamente. La fragilità fa paura. Prima di tutto agli altri. L’homo montaninus alterna momenti di beata solitudine ad altri più conviviali, dove i piaceri della tavola e del bere sono una buona coperta contro il generale inverno e la tristezza quando arriva.
Ma più di tutto il vero montanino porta la montagna dentro di sé e ama condividerla con chi sente vicino come fosse un regalo alla sua portata. E cammina, cammina, nei boschi e sui crinali, per rinnovare questa corrispondenza e tenere sempre vivida l’amicizia, la bellezza,l’incanto. C’è poi chi non sa cosa farsene di tutto questo verde, del cielo così vicino, dell’aria buona, dell’acqua fresca, del “ ma qui non c’è niente!” e non vede l’ora la domenica di prendere l’auto per infilarsi in qualche centro commerciale della piana perché lì sì, che c’è la vita. Anche lui, è un montanino.

Disincanti di stagione


A volte con le persone si crea un’alchimia strana. Strana e bellissima nello stesso tempo. Una corrispondenza immediata che a fatica riesci a catalogare con le parole e quanto più, a trovargli un concreto spazio nella vita.
Una vicinanza immediata e naturale che un po’ ti sorprende, ma non più di tanto se pensi che in fondo, è solo la sorella della spontaneità.
Tutti questi ingredienti fanno sì che quella persona abbia una stellina sulla testa. Una stellina che credi rimarrà lì a farti compagnia, anche da lontano. Non tanto perché pensi sia una medaglia conquistata sul campo, quanto perché sia un riconoscimento così raro che solo poche persone possono sfoggiarlo. Allora che sia per un giorno, per un anno o per la vita intera vorresti veramente non perderla mai. Né quella persona, né quella stellina. Come se lo sfracellarsi al suolo di tutte le cose non la riguardasse e solo l’intensità del modo e non del tempo, le desse vigore.
Invece no. Accade. Accade che le brutture, le debolezze, il disinganno, la paura, tutte insieme si giochino la posta contro di te. Contro la fragilità di quella piccola palla di vetro che custodiva un cosa preziosa. Forse un bacio, forse l’anima di una persona, forse un attimo di bellezza e di amicizia. E la fa cadere con noncuranza.
Quando vedi a terra i vetri rotti non hai più scampo. Speri solo di riuscire a scansarne qualcuno per non farti troppo male.
L’altro giorno nel bosco ho trovato un bel fungo. Perfetto, bello tondo e cicciotello, pareva scolpito. L’ho colto e portato a casa ma quando l’ho tagliato per cucinarlo, ho visto che all’interno era tutto bacato e marcio. Ho provato a togliere via i pezzi buoni ma era praticamente impossibile. Tutto l’interno era stato contagiato dai piccoli vermi. Allora ho aperto il bidocino marrone, quello dell’umido e a malincuore l’ho buttato dentro, insieme a qualche buccia di mela, qualche lacrima, qualche brandello di carne.
Per fare un buon humus tutti gli scarti organici sono bene accetti. Non bisogna poi essere tanto sofisticati. Questo ho pensato per farmi coraggio.