Archivio | settembre 2012

Figaro in gonnella

Mi sono resa conto che da quando non c’è più mamma, babbo è un’altra persona. Non voglio dire meglio o peggio, dico un’altra e di conseguenza, ha un altro rapporto con me. A volte, scopro una nuova parte di lui che mi sorprende favorevolmente. Una piccola parte ancora inespressa malgrado i suoi tanti anni. Forse, lo stare a lungo con una persona, come avviene nelle coppie consolidate, fa rimanere in ruolo preciso e preclude ad alcune parti di noi di sbocciare, di venir fuori. Come se l’equilibrio ormai stabilizzato con l’altro le soffocasse o, quanto meno, non ne favorisse l’espressione. Fra le nuove cose che facciamo insieme quella che mi ha sorpresa di più è ridere. Il mio babbo è sempre stata una persona piuttosto introversa, taciturna, riflessiva però ha il dono dell’ironia e così quando apre bocca non è mai a caso. Questo lo è sempre stato anche se da piccola mio padre l’ho vissuto poco. Lavorava tanto, fino a sera tardi, sabato e domenica mattina compresi. Poi magari erano anche altri tempi e con i figli chi ci si perdeva era la mamma. A diciotto anni poi sono andata a vivere per conto mio e da lì il rapporto con lui è diventato “normale”. Adesso è un altro ridere, più da bambini. E’ un ridere giocoso.
Una cosa che ultimamente ci fa ridere entrambi (più me in verità) è quando gli faccio la barba. I primi tempi ne era terrorizzato e non voleva assolutamente. Aveva paura che lo tagliassi. Questo diceva. Ma io mica uso un rasoio con la lama a vista. E poi lui non lo sa ma io sono esperta. Ho fatto la gavetta. Tanto tempo fa, quando avevo un fidanzato che si era rotto un braccio, il braccio destro per giunta, diventai il suo barbiere di fiducia per un mese. Non so quanto ad un uomo faccia piacere farsi fare la barba dalla persona che ama oppure, quanto questa esperienza debba essere limitata ai soli casi di necessità. A me, per esempio, fa piacere farmi lavare i capelli o farmeli asciugare. Mica spesso, per carità. Quando è successo però mi è sembrato bello. Ecco, non so quanto la barba faccia parte della peluria accessibile all’altro. Mi piacerebbe saperlo.
A parte questo, abbiate fiducia in me: sono davvero un figaro in gonnella! Non uso nemmeno la schiuma da barba, ma pennello e sapone. Faccio una bella schiuma, che passo e ripasso con il pennello massaggiando bene la cute. Ecco che capita che alla vista di quella faccia imbiancata come se fosse babbo natale faccia una risata, oppure gli passi il pennello (che in verità è un pennellone e mica si può andare di fino) inavvertitamente sulle labbra e il suo “non me la far mangiare, eh!” arriva subito. Poi inizia il mantra dei ”fai piano. Non avere fretta. Stai a vedere che ora tu mi tagli…” e tutte le volte io a rassicurarlo. Ma io sono brava. In tutti questi mesi mica l’ho mai tagliato.
E’ bello guardarsi allo specchio e sorridersi. Come se la cornice racchiudesse un momento magico e il riflesso fosse quello che di più bello puoi vedere.

Di funghi e non solo.


E’ la stagione adatta. Quella dell’andar per funghi. I funghi non è un mistero crescono nel bosco ma è un mistero fitto sapere in quale punto preciso, in quale zona del bosco. Ogni fungaio è gelosissimo dei propri posti e non li rivelerebbe nemmeno sotto tortura. Tutt’al più esiste una sorta di passa parola generazionale. E così, per amicizia o per parentela, qualcuno ti ci porta e ti svela il luogo magico sapendo che invecchiando non ci sarebbe più potuto tornare e magari gli sarebbe dispiaciuto andarsene insieme a quel segreto. Oppure ti dà indicazioni come se nel bosco ci fossero segnali e cartelli stradali. E allora ti affidi alle parole. Guardi con attenzione intorno alla ceppa del castagno che ti è stata indicata, vicino al grande masso, sotto la discesa verso destra. Tutte indicazioni che, dette a parole, nel bosco rimangono spesso solo teoria.
Ieri mattina mi sono alzata presto e mi è venuta voglia di andare a cercar funghi. Ho fatto un giro di telefonate ma tutti avevano già impegni e così sono andata da sola. Andar per funghi non è come camminare. Lì c’è un sentiero tracciato e bene o male cammini tranquillo. Andar per funghi vuol dire camminare ‘dentro’ il bosco, perché di fatto se i funghi nascessero sul sentiero li vedrebbero tutti e sarebbe facilissimo riempirne un paniere. C’è inoltre da dire che i funghi, quelli buoni,(e dalle mie parti siamo tutti un po’ stucchi), sono solo i porcini. E i porcini ce la mettono tutta per non farsi riconoscere. A parte crescere spesso nei posti più impensabili: sotto una frasca, dentro una ceppa, sotto il muschio, sotto una foglia, hanno colori che vanno dall’ocra alla terra bruciata praticamente quasi indistinguibili con il terreno.
Quelli che ho messo nella foto sono amaniti. Ne basta una leccatina per avere alterazioni neurologiche importanti. In compenso però si vedono bene.
Insomma, alla fine sono andata sola. Non che la cosa mi piacesse del tutto ma non avevo altra scelta. Dopo un paio d’ore che giro a mani vuote perché di funghi nemmeno l’odore, mi accorgo di non essere più tanto convinta della mia posizione precisa nella geografia del luogo. Così il tarlo malefico del: “non mi sarò mica persa…”Comincia a farsi strada nella mia mente. Mi vengono i brividi. “Calma, calma cerchiamo di trovare punti di riferimento conosciuti” mi dico. Nel frattempo guardo il cellulare. Per fortuna c’è linea. Non potrò dire dove sono ma se davvero ho bisogno di qualcuno potrò chiamare e individueranno la zona con il segnale. Allora, all’improvviso mi è presa una tremenda risaiola che è la cosa più bella che mi potesse capitare in quel momento e davvero non riuscivo a smettere di ridere perché mi sono immaginata la scena. I miei amici del Cai, quelli del Soccorso Alpino che battevano il bosco cercandomi disperatamente e senza sosta. Cosa avrebbero urlato? -mi chiedevo- Il mio nome o solo un verso per farsi sentire? Mi avrebbero trovato di notte e torce e frontali sarebbero stati come fari all’entrata di un porto sicuro, oppure sarebbe stato ancora giorno? E chi mi avrebbe trovata per primo? Chiunque fosse stato so che ci saremmo abbracciati forte, forte, come se uno dei due fosse tornato vivo dal fronte.
Mentre la mia mente correva veloce dietro questi pensieri fatti di caratteri cubitali sul giornale del posto, prese in giro a non finire e, come minimo, essere l’argomento principe delle serate del prossimo inverno squilla il mio cellulare “Sandra, sei a Pratorsi? Ho visto la tua macchina parcheggiata nel piazzale. Che fai,vieni con noi a mangiare qualcosa stasera?” “Sì, sì- rispondo io- l’importante è ritrovare la strada di casa”. Così gli racconto cosa mi è successo e la situazione in cui mi trovo. A volte gli aiuti arrivano insperati e arrivano talmente precisi che con un paio di coordinate ti rimettono sul sentiero. Quando intravedo il segnale bianco rosso scolorito dal tempo e dalle stagioni dipinto sul tronco di un faggio, tiro un sospiro di sollievo. Mi ero ritrovata.
“Per me l’amicizia è sacra e sono davvero fortunata ad avere degli amici così”. Questo mi ripetevo mentre le gambe ormai stanche e tremolanti a mala pena mi tenevano in piedi lungo il sentiero.

Salti mortali

L’altra sera mi è venuta a trovare una bella cavalletta. Chissà se c’era già oppure è entrata con la porta aperta. E’ una cavalletta particolare. Una cavalletta a metà. Le manca una zampa, poverina, ma salta e vola senza troppi problemi. Provo una simpatia immediata per questa cavalletta zoppa perché deve essere difficile scavallettare con una zampa sola anche se lei sembra non preoccuparsene più di tanto. Forse è amica del grillo di pinocchio ed è venuta per ricordarmi qualcosa. Ricordarmi che ci sono persone che saltano, corrono, nuotano con una gamba sola e forse senza nemmeno quella. E così, quando sul divano di casa guardo con ammirazione e gli occhi in po’ lucidi le imprese degli atleti alle paralimpiadi non posso che autoimpormi un calcio nel sedere. Così, per ricordarmi che di fondamentale non mi manca nulla. Gambe comprese.
Menomati, handicappati, invalidi civili, disabili, diversamente abili, la lingua italiana si è sbizzarrita nel coniare i termini più disparati in base al periodo storico e politico. Quando mio fratello era piccolo andava di moda il vocabolo “infelice”. Come se chi lo pronunciava avesse un termine di paragone su cosa sia davvero la felicità. Perché, in verità, a guardarli bene nello schermo e in chi conosco da vicino, nei loro occhi vedo solo una sana felicità: luminosa, pura, disinteressata. Una felicità normale. Ma soprattutto, vedo un tale attaccamento alla vita che pochi felici hanno.

Oracolo per principianti

Prima del bivio un cartello c’era
di pericolo anche nella forma
di un dosso, una curva, uno scannafosso.
Tirare il freno a mano
sul ghiaccio è una pazzia
e le tendine ricamate
“casa dolce casa”
alla finestra di un hotel
stonano alquanto.
Straripano convinzioni
mentre di te, di me e di novembre
resta solo una sciarpa rossa
che strozza la gola e spiana il cuore.

Pezzi

Ci sono persone che amano catalogare e incasellare tutto. Non so quanto questo atteggiamento sia più per pignoleria, quanto per sentirsi apparentemente tranquilli, al riparo da ogni problema. La vita invece è fatta di variabili che spesso possono sfuggire al nostro controllo. Anzi, il più delle volte, la vita se ne fa una beffa delle nostre caselline. Tutt’al più sta a vedere come ci muoviamo e magari sorride bonariamente o ci dà uno scossone se ci addormentiamo. Quando sono arrivata nella casa dove vivo adesso, Gianni, un mio caro amico, mi regalò un bel pannello di legno fatto da lui dove poter appendere le chiavi per ritrovarle senza troppi problemi. Me lo regalò soddisfatto pensando che l’ordine esteriore generasse tranquillità interiore. Ho appeso quel pannello nello stanzino e in verità in questi anni ci ho attaccato di tutto. Ad oggi nel mio pannello portachiavi ci sono in ordine: due rotoli di scotch (uno per gancio), la spazzolina per pettinare il gatto, un apribottiglie, un paio di forbici e una chiave. Sì, una chiave di rappresentanza c’è, quella della caldaia. Le altre sono a giro. E ci perdo anche tempo per trovarle. A Gianni non succederebbe. Lui è uno preciso, uno che programma la sua vita su basi certe e costruisce solo dove il terreno è conosciuto. Uno che non lascerebbe mai che una variabile misteriosa entrasse nella sua vita, uno che appena parli di qualcosa che non è razionale, compresi i sentimenti, ti dice che sei sempre la solita sognatrice. Però l’altro giorno l’ho visto e mi ha raccontato che non se la sta passando bene. Viaggia con una pasticca nel portafogli perché all’improvviso ha crisi di panico impressionanti e non sa come uscirne fuori e mi dice che ha raccontato queste cose a me perché ha fiducia e sa che potrei capirlo, mentre proverebbe vergogna a dirlo ad altri. Ma io che metto i rotolini dello scotch nel suo portachiavi come potrei capirlo? Io che con fatica seguo il flusso della vita perché mai remare contro, perchè quando dice merda è merda e tutt’al più bisogna farci un brindisi e continuare a sperare che il vento cambi, perché a giocare a braccio di ferro con la vita si perde sempre, è più forte lei, anche se c’è gente che crede di avere in mano un manubrio e di comandarla. Perché le cose accadono e fanno il loro corso. Nascono quando vogliono e muoiono quando vogliono e solo se sei fortunato e con tanta consapevolezza riesci a trovarci un senso. E Gianni chiede aiuto a me, proprio a me che sono fatta di una pasta strana?
E ricordo i puzzle che facevamo da piccole, mia madre, mia sorella ed io. Una volta ne stavamo facendo uno bellissimo. Per fare un puzzle bisogna sempre partire dalla cornice (che controsenso), raggruppare i pezzi per colore e poi provare e riprovare fino a trovare l’incastro giusto. Ricordo che finito il puzzle mancava un pezzo. Lo cercammo ovunque ma quel pezzo non saltò mai fuori. Allora io presi un cartoncino spesso, lo ritagliai secondo forma e lo colorai più o meno dei colori del pezzo mancante. E lo misi nel buco vuoto. Ci sembrò di aver finito il puzzle. Anzi, per noi era finito ed eravamo davvero contente. Di quel puzzle oggi non è rimasto niente, nemmeno la scatola.Vive nel baule dei ricordi insieme a tanti altri giochi. Ma quello che oggi vorrei avere tra le mani, è solo quel pezzo strambo, storto e colorato alla meno peggio. Un pezzo fuori dal normale, dalla consuetudine ripetuta dei pezzetti lisci, ben fatti, sagomati. Un pezzo su 3000 ma che aveva riempito un vuoto e completato il disegno. E vorrei tanto regalarlo a Gianni.

Oltre la pioggia

L’altro giorno è piovuto. E’ piovuto dopo più di un mese che non lo faceva. E’ piovuto tanto. Un temporale estivo che ha ripulito l’aria. Non c’è più umidità, né pulviscolo. L’aria è così tersa che potresti contare i fili d’erba nella montagna che hai di fronte. Ma è così pulita che adesso si vede bene, lì, nella montagna di fronte. E resti senza parole come se avessi ricevuto un pugno nello stomaco, perché quello che vedi nitidamente sono 12 ettari di bosco bruciato. Detto così forse, dice poco. Ma è come dire 24 campi da calcio messi uno accanto all’altro.
Lo sapevi. Avevi visto le colonne di fumo, le fiamme nel buio, per un giorno e una notte, tanto è il tempo che è servito per spegnere l’incendio, ma vedere un pezzo di montagna ucciso fa impressione. Il nero della morte risalta ancora di più contrastato dal verde rigoglioso che lo circonda. E rimani così e non sai dove guardare perché al dispiacere si unisce la rabbia, alla rabbia l’impotenza e nemmeno posare gli occhi sul verde ti dà sollievo. E ti chiedi dove uno trovi il vile coraggio di sciupare tanta bellezza. Ti chiedi quale sentimento prevalga nella mente e nel cuore di un essere umano per compiere un tale scempio. E poi pensi a chi nel bosco ci vive. Dove sarete? Quanto avete corso per scappare da quell’inferno? Ce l’avete fatta? Oppure l’ultimo momento della vostra vita si è fermato sotto l’assedio di fumo, fiamme e crepitìo di legna? E quanti sarete stati? Perché 12 ettari si possono misurare ma voi nessuno vi ha mai contato. E più guardo con insistenza quell’orribile macchia scura, più i miei occhi diventano lucidi. Forse era meglio se non pioveva, se rimaneva tutto come prima, con quel vedere e non vedere che non dava il giusto peso alle cose ma nemmeno inquietava così tanto.
Ma che senso avrebbe poi questo balsamo posticcio, mi dico. Le cose nella vita vanno viste per quello che sono. Bisogna togliere le bende che coprono le ferite, anche se quando te la medicavano giravi la testa per non guardare. Arriva prima o poi un giorno in cui togli la benda e la guardi, la ferita, e l’unica cosa che riesci a dire è:”cazzo, com’era profonda”. E lo dici con grande compassione per te e per quel bosco che qualcuno ha saputo così tanto odiare.