Archivio | agosto 2012

Punto, virgola e punto esclamativo.

“I commenti a questo post sono chiusi”. Recita una scritta sotto il mio precedente post “Punto e virgola”. Non so chi abbia tirato la saracinesca. Io, no di certo. Mi spiace. Mi spiace per chi mi ha scritto anche da altre parti (compreso un post-it che ho trovato sul frigo stamattina) per volermi dare il suo parere su quel pezzo.
Per una come me che non chiude nemmeno la porta di casa e non chiude nemmeno con le persone, a meno che non le abbiano fatto grossi torti, è una piccola offesa. Soprattutto perché, al di là del post in sé, dà un’immagine di me che non mi corrisponde proprio. Chiudere la bocca a qualcuno è una cosa che nella vita non farei mai (baci a parte). Forse, potrei rispolverare il mio inglese per chiedere a wordpress il motivo di tutto ciò, forse qualcuno di voi mi potrebbe dire dove ciacciare per risolvere il problema (un po’ ho guardato in giro, ma niente). Forse vi sembrerò esosa, ma la testarda capra montanina che è in me ha trovato una soluzione molto semplice: riposto il post! Chi vuole, faccia come fosse quello vecchio, insomma, come fosse a casa sua.

Non so mettere le virgole. Magari non è neppure vero ma questa è la sensazione che ho. Quando scrivo un pezzo, leggo e rileggo e ogni volta sposto quella virgola come fosse un cursore perché non trovo mai quale sia il posto giusto. Alla fine la metto dove mi sembra più accettabile. Per mettere la virgola non ci sono regole precise, a meno che non si voglia fare un inciso, e questa anarchia già mi crea confusione. Lo so, la virgola va messa per fare una pausa, ma è come quando cammini, non c’è un posto preciso e giusto per fermarti. Lo fai dove senti il bisogno di farlo. Così leggo e mi documento sul web e in un sito sulla grammatica italiana trovo questo esempio lampante sull’importanza di mettere bene le virgole: “ Tu sei un grande, cazzo!” Non è come dire:” Tu sei un grande cazzo!” Un esempio alquanto originale ma calzante. A parte riderci su, non mi chiarisce i dubbi.
E’ già più facile mettere un punto. E’ come chiudere una porta. Senti il ‘chioc’ che ti fa capire che la serratura è entrata nel battente. Insomma, hai qualche prova tangibile. Sono dell’idea comunque che la lettera maiuscola non andrebbe scritta solo all’inizio della frase ma messa anche alla fine, prima del punto. Cominciare bene è opportuno, talvolta viene proprio naturale, ma anche finire in bellezza lo è e non sempre accade, bisogna impegnarsi fin dove si può. Anche quando sarebbe più facile fare andare le parole, ehm…le cose, a rotoli. Non è solo il finire. Conta il come. E penso che davvero dodici anni di vita insieme sono finiti, ma sono finiti bene se scendi da un palcoscenico nell’intervallo di un concerto per venirmi incontro e salutarmi perché è tanto che non ci vediamo. E penso a Folco, il figlio di Tiziano Terzani che disse che gli amici indiani del padre, saputa della sua morte, lo chiamarono chiedendo: “Com’è morto? com’è morto?” S’interessavano al come.
Non sono d’accordo invece sulla regola della lingua spagnola che vuole si metta il punto di domanda, oppure quello esclamativo, capovolti all’inizio di una frase per far capire al lettore quale intonazione darle. E’ vero, molte volte leggendo una lunga domanda si arriva nel finale dando un colpo di reni alla voce per fare l’impennata interrogativa. Ma in fondo, non è così nella vita? Le domande arrivano improvvise, per le risposte spesso ci vuole più tempo. Per esempio, l’altro giorno un’amica mi ha chiesto “…Ma tu ora come stai?” Sono sempre qui che ci penso. Le esclamazioni d’altro canto non gironzolano nell’aria. Arrivano di botto, spalancano la bocca, fanno battere i pugni sul tavolo.
Certe volte dispiace mettere un punto, come se fosse un chiodo che non si può togliere, allora si opta per i tre puntini di sospensione che rimangono lì, appesi, come un ponte tibetano tra due montagne. Ancora non sai se starai da una parte o dall’altra del ponte, ma soprattutto, non sai cosa ci sia in mezzo. Sono come le nuvolette dei fumetti, rimangono nell’aria e aspettano.
I due punti sono decisamente all’opposto. Loro sì che sanno bene cosa viene dopo: un elenco, una precisazione, un discorso compiuto. Se avessi la pazienza di guardare nei vecchi post scoprirei che di due punti ne ho messi davvero ben pochi.
Mi stavo dimenticando del punto e virgola. Forse perché non lo uso quasi mai. Sempre se avessi voglia di scartabellare nei vecchi post, di punto e virgola sono convinta non ne troverei nemmeno uno. Il punto e virgola mi confonde più della virgola. Davvero non so quale sia il suo posto, però potrei provarci magari mi alleno con la scrittura a vivere le classiche e ragionevoli vie di mezzo perché nella vita mi riesce male. Una discreta simpatia ce l’ho invece per le parentesi. Mi sembra di sussurrare quello che ci scrivo dentro, di dirlo in un orecchio soltanto ad un interlocutore privilegiato, a chi voglio io. Non me le vivo come portatrici di qualcosa di poco rilevante o di superfluo all’interno del discorso, anzi. Mi sembrano parole importanti messe dentro una nicchia protettiva, come una pietra preziosa tenuta tra le mani congiunte. Non so cosa capirete, perché può starci attaccato tutto ma nelle mie, oggi, ci scriverei: (tanto).

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Punto e virgola

Non so mettere le virgole. Magari non è neppure vero ma questa è la sensazione che ho. Quando scrivo un pezzo, leggo e rileggo e ogni volta sposto quella virgola come fosse un cursore perché non trovo mai quale sia il posto giusto. Alla fine la metto dove mi sembra più accettabile. Per mettere la virgola non ci sono regole precise, a meno che non si voglia fare un inciso, e questa anarchia già mi crea confusione. Lo so, la virgola va messa per fare una pausa, ma è come quando cammini, non c’è un posto preciso e giusto per fermarti. Lo fai dove senti il bisogno di farlo. Così leggo e mi documento sul web e in un sito sulla grammatica italiana trovo questo esempio lampante sull’importanza di mettere bene le virgole: “ Tu sei un grande, cazzo!” Non è come dire:” Tu sei un grande cazzo!” Un esempio alquanto originale ma calzante. A parte riderci su, non mi chiarisce i dubbi.
E’ già più facile mettere un punto. E’ come chiudere una porta. Senti il ‘chioc’ che ti fa capire che la serratura è entrata nel battente. Insomma, hai qualche prova tangibile. Sono dell’idea comunque che la lettera maiuscola non andrebbe scritta solo all’inizio della frase ma messa anche alla fine, prima del punto. Cominciare bene è opportuno, talvolta viene proprio naturale, ma anche finire in bellezza lo è e non sempre accade, bisogna impegnarsi fin dove si può. Anche quando sarebbe più facile fare andare le parole, ehm…le cose, a rotoli. Non è solo il finire. Conta il come. E penso che davvero dodici anni di vita insieme sono finiti, ma sono finiti bene se scendi da un palcoscenico nell’intervallo di un concerto per venirmi incontro e salutarmi perché è tanto che non ci vediamo. E penso a Folco, il figlio di Tiziano Terzani che disse che gli amici indiani del padre, saputa della sua morte, lo chiamarono chiedendo: “Com’è morto? com’è morto?” S’interessavano al come.
Non sono d’accordo invece sulla regola della lingua spagnola che vuole si metta il punto di domanda, oppure quello esclamativo, capovolti all’inizio di una frase per far capire al lettore quale intonazione darle. E’ vero, molte volte leggendo una lunga domanda si arriva nel finale dando un colpo di reni alla voce per fare l’impennata interrogativa. Ma in fondo, non è così nella vita? Le domande arrivano improvvise, per le risposte spesso ci vuole più tempo. Per esempio, l’altro giorno un’amica mi ha chiesto “…Ma tu ora come stai?” Sono sempre qui che ci penso. Le esclamazioni d’altro canto non gironzolano nell’aria. Arrivano di botto, spalancano la bocca, fanno battere i pugni sul tavolo.
Certe volte dispiace mettere un punto, come se fosse un chiodo che non si può togliere, allora si opta per i tre puntini di sospensione che rimangono lì, appesi, come un ponte tibetano tra due montagne. Ancora non sai se starai da una parte o dall’altra del ponte, ma soprattutto, non sai cosa ci sia in mezzo. Sono come le nuvolette dei fumetti, rimangono nell’aria e aspettano.
I due punti sono decisamente all’opposto. Loro sì che sanno bene cosa viene dopo: un elenco, una precisazione, un discorso compiuto. Se avessi la pazienza di guardare nei vecchi post scoprirei che di due punti ne ho messi davvero ben pochi.
Mi stavo dimenticando del punto e virgola. Forse perché non lo uso quasi mai. Sempre se avessi voglia di scartabellare nei vecchi post, di punto e virgola sono convinta non ne troverei nemmeno uno. Il punto e virgola mi confonde più della virgola. Davvero non so quale sia il suo posto, però potrei provarci magari mi alleno con la scrittura a vivere le classiche e ragionevoli vie di mezzo perché nella vita mi riesce male. Una discreta simpatia ce l’ho invece per le parentesi. Mi sembra di sussurrare quello che ci scrivo dentro, di dirlo in un orecchio soltanto ad un interlocutore privilegiato, a chi voglio io. Non me le vivo come portatrici di qualcosa di poco rilevante o di superfluo all’interno del discorso, anzi. Mi sembrano parole importanti messe dentro una nicchia protettiva, come una pietra preziosa tenuta tra le mani congiunte. Non so cosa capirete, perché può starci attaccato tutto ma nelle mie, oggi, ci scriverei: (tanto).

Al fiume

Quando il mare dista quasi due ore dal posto in cui vivi, il mare da qualche parte bisogna pur cercarselo. E’ così che il fiume, perché qui tutti lo chiamano così senza specificarne il nome proprio, diventa il luogo dove stare nell’acqua. Un luogo dove incontrarsi, stare al sole, fare il bagno ma soprattutto sentire il rumore dell’acqua che scorre. Fin da piccola ho provato una simpatia innata per i fiumi. Nel paese dove sono nata c’è un piccolo rio che con gli amici ci divertivamo a risalire come fossimo giovani esploratori. Zainetto in spalla con dentro la merenda. Merenda che avremmo fatto raggiunta la vetta ma soprattutto, avremmo fatto soltanto qualora miracolosamente fosse rimasto asciutto. Ricordo che era facilissimo cadere in acqua, metter un piede in fallo, perché i sassi erano scivolosi e se davvero perdevi l’equilibrio ti potevi proprio inzuppare e allora addio merenda! Un altro gioco dei nostri era costruire dighe e deviazioni con i sassi facendo vere e proprie costruzioni d’ingegneria idraulica. Ricordo che dopo un temporale estivo andavamo di corsa al rio per vedere se le nostre costruzioni avevano retto. A volte sì, a volte no.
Poi c’è stato l’avvento dei motorini e allora sì che si poteva andare al vero fiume. E c’eravamo in tanti con i nostri sedici anni, i costumi colorati e soprattutto la pelle liscia e chiara e quelle forme che in inverno si potevano soltanto immaginare. Avvicinarsi ridendo, sfiorarsi ridendo, nuotare ridendo, tutto ciò che esisteva in quell’età fatta di scoperte e di reciproche osservazioni veniva fatto ridendo. Ma non eravamo scemi, anzi, è che quello era l’unico modo per annusarsi. Un giorno arrivarono al fiume due villeggianti milanesi. Due sveglie, alla moda, ma soprattutto, due che prendevano il sole in topless. Da allora ho capito che le donne possono far ridere in tanti modi. Mentre i miei amici si litigavano per dar loro un passaggio in motorino fino al fiume.
Poi passa il tempo. Se c’è caldo e hai voglia di farti una nuotata vai in piscina. Ci sono più comodità, l’acqua non è fredda e il fiume te lo scordi. Te lo scordi fin quando qualcuno non ti ci porta. Era primavera. Non ricordo se ridevamo, ma ricordo che ci siamo dati un bacio. Il primo bacio. E ricordo che mi dicesti che un momento così bello te lo saresti rammentato tutta la vita. E non capisco perché noi esseri umani vogliamo per forza dare solennità agli attimi belli. Perché oggi, che a fatica ci salutiamo, a me quella frase fa davvero tanto ridere.
E lo so, rideresti anche tu delle mie fantasie, della mia teoria che le anime in qualche modo si parlano e si sentono, si cercano e si fanno compagnia. Ma io ne sono quasi certa. Quando seduta su di un sasso con il tuo libro in mano e la tua dedica e la voglia di averti lì, una libellula blu che volteggiava nell’aria si è posata a pochi centimetri da me. Indecisa se muovermi per tirare fuori la macchina fotografica o vivermi il momento, sono rimasta ferma. Io, il tuo libro, la libellula blu e per un attimo, ma solo un attimo, anche il fiume.

Di musica, silenzi e di un lago.

Salimmo per 9 o 10 miglia ( e le miglia di montagna sono miglia da lupi, non come le nostre da ingegneri) incontrando prima i castagneti, poi i faggeti perché ad un certo punto in su il castagno non ci alligna. Passati i faggeti e toccate le ultime cime, non vedi più uno sterpo non che una pianta ma per tutto praterie immense tutte in declivio, interrotte di quando in quando da scoscendimenti o da grandi rottami di rocce che chiamano macereti, quasi ammassi di macerie. Dal giugno a settembre quelle cime sono gremite di mandrie di pecore e di cavalli tenuti in pastura dai padronali della montagna o del piano; ora le vedi deserte affatto; e quei prati cedenti sotto il passo come cosa soffice, coi cespugli folti; quell’erba gialla bruciata dalle brinate tanto dal calore che al senso del piede ti danno immagine come se quelle sommità fossero coperte tutte da una grande stoia di queste col pelo.
Giuseppe Giusti “Gita al lago Scaffaiolo” 1841

Chissà cosa avrebbe pensato Giuseppe Giusti vedendo oggi tutta questa moltitudine colorata? Oggi che nelle nuove tendenze di trovare luoghi ameni per fare concerti, un piccolo lago vulcanico sull’Appennino è diventato uno di questi. Oggi che pur essendo una domenica d’agosto nemmeno a immaginarla nel giorno più caldo dell’anno ci sarebbe venuta tutta questa gente, mentre pecore e cavalli al pascolo non ci sono ormai più da un pezzo.
Il lago Scaffaiolo (1775 mt) si trova al Passo dei Tre termini, passo che unisce le province di Pistoia, Bologna e Modena. E mi piace dire unisce e non separa perché la montagna è ovunque.
Per andare al lago ci sono diversi strade. Più o meno faticose, più o meno lunghe. Un po’ come per Machu Picchu c’è chi cammina quattro giorni, chi lo vede dall’elicottero. Il percorso che mi piace di più, ci impiega tre ore. Tre ore di boschi di faggio, di crinali, di panorami mozzafiato, di sorgenti d’acqua freschissima, di salite e di pianure.
Insomma, cosa avrebbe detto il Giusti non lo so, ma sento quello che mi borbotta il Grande Saggio al mio fianco. “Molta, è gente che in montagna c’è venuta oggi perché c’è il concerto e poi chissà quando ci torna –dice-. Della montagna non ha niente. Te ne accorgi quando la incontri sul sentiero. Cammina di furia, evita lo sguardo, il contatto. Mentre in montagna ci si saluta. Sempre. E poi sì, sì, non ci si viene con quelle scarpe”. Ti do ragione. Ma oggi il lago è di tutti e mi piace immaginare che in ognuno di loro, capitato qui per caso senza sapere in fondo dove stava andando, un pezzo di montagna rimanga addosso. Mi piace pensare che nelle cento tende colorate spuntate la sera prima nelle praterie intorno al lago, qualcuno sia stato felice di essere lì con il suo cane, qualcuno abbia riso con gli amici, qualcuno si sia dato un bacio per la prima volta, abbia fatto l’amore. Qualcuno si sia svegliato prima dell’alba e abbia visto il blu sfumare nel rosa, abbia visto irrompere la luce come solo l’alba sa fare.
E chissà cosa pensa davvero la montagna. Forse a lei questo silenzio che sempre l’avvolge e la protegge un po’ le era venuto a noia o semplicemente, è curiosa e non si è offesa di questa allegra brigata. Tanto poi il silenzio torna. E torna a lungo.
Ci vuole coraggio. Per andare oltre il silenzio. A volte il silenzio pesa. A volte è un comodo alibi da arricchire con la nostra immaginazione. Così c’è spazio per ogni cosa, soprattutto per quello che vorremmo sentirci dire. A volte il silenzio protegge, a volte mette pace, a volte tristezza. A volte il silenzio va rotto.
Se non altro per vedere cosa c’è dentro.

La bottega di Lisa

La bottega di Lisa ha sempre la porta aperta. Non soltanto quando fuori c’è bel tempo come adesso. D’ inverno, in verità, bisogna abbassare la maniglia ma di fatto è come se lo fosse. E’ un porto di mare anche se è in montagna. A coprire il soffitto ci sono rametti di bacche intrecciati tra loro e così, sembra di entrare nel bosco e forse le persone ci vanno anche solo per sentire un po’ di aria fresca o di sollievo come quando ti siedi ai piedi di un albero. La bottega di Lisa serve a Lisa per fare il suo mestiere che è dipingere. Dipinge su tutto. Ufficialmente su porcellana, ma il suo pennello è versatile e si adegua alle richieste del committente. Dipinge sui muri, sulle insegne, sui caschi e sui serbatoi delle moto, sulla grancasse delle batterie, sulle gonne. Questi sono gli ultimi lavori che le ho visto fare.
La bottega di Lisa è sulla strada e così chi passa le fa sempre un saluto oppure entra a fare due chiacchiere. Lisa sorride. Sorride sempre e forse nel suo bosco non c’è soltanto aria fresca ma anche un raggio di sole che scalda. Lisa ha tanti amici, di tutte le età e questo è bellissimo. Nella sua bottega in un angolo c’è perfino un piccolo frigo verde, perché agli amici che passano a trovarla, offre da bere e magari due stuzzichini e succede che adesso, che fuori si sta bene, si forma un gruppetto di persone con il bicchiere in mano che chiacchiera seduto sugli scalini davanti alla bottega di Lisa
Io e Lisa siamo nate il solito giorno del solito mese ma non del solito anno e non so se questo voglia dire qualcosa o forse no ma ho voluto ugualmente dirvelo.
L’altro giorno ero nella bottega di Lisa e stavamo parlando di cose serie che molto spesso per noi donne equivale a parlare di sentimenti e nel giro di mezz’ora, oltre ai normali acquirenti, sono passati alcuni suoi amici. Lisa dipinge e ogni tanto alza gli occhi. Mi sorride. Dice la sua, io dico la mia. Talvolta chi arriva parla anche da solo. Si affaccia, racconta qualcosa e poi se ne va, senza aspettare niente. Può dire: “avevo steso i panni, ma non capisco perché siano ancora umidi malgrado il sole”. Dirlo di fretta, con affanno e andarsene. Lisa mi guarda e poi ridendo dice: “non capisco perché mi viene sempre a parlare dei panni visto che non me ne importa niente!” Forse i panni sporchi si lavano in casa e poi si stendono in casa d’altri. Così, per avere una mano a piegarli, un po’ di venticello leggero. Nella bottega di Lisa arriva poi un distinto signore. Ha 87 anni. Portamento signorile e elegante. Io non lo conosco ma ha la faccia simpatica. Battute, si ride, si scherza. Mi dice che si chiama Alfonso, per gli amici Alfonsino ma nell’intimità gli piace essere chiamato Alfons. La sera non andrebbe mai a letto e guarda la tv o legge fino a tardi e la sera prima si era fatto a mezzanotte e mezzo un bel cotechino con il purè. Non il purè liofilizzato come io sospettavo ma un purè fresco che mi dice vendono confezionato nel banco frigo. Insomma, per Alfonsino, perché ormai è diventato anche amico mio, spesso ogni sera potrebbe essere l’ ultimo dell’anno. Come vada il suo colesterolo non lo so però vedo la sua voglia di vivere e forse un piccolo segreto da qualche parte l’ha trovato. Nella bottega di Lisa, visto che è un porto di mare, potrebbe anche accadere di vederti entrare. “Come va?” mi chiederesti, “bene” ti risponderei, perché quando due persone s’incontrano per un attimo, queste sono le domande banali e le risposte banali che si fanno e non c’è spazio per altro. Ma adesso che sono nella bottega di Lisa ti risponderei “nostalgia”. Una nostalgia velata, soffusa, non un nero pregnante o un grigio che soffoca. Una sfumatura leggera che copre tutto quello che c’era stato: contentezza, compagnia, gioia, energia, comprensione. E che vorrebbe soltanto tornare lì.
“Ciao Lisa, vado a casa. Grazie per la bevuta. Ci vediamo domani”.