Archivio | luglio 2012

Strade

“E’ meglio così, per me, per te”. Guardandoti negli occhi sono riuscita solo a dire questo, poi sono rimontata in macchina veloce con gli occhi gonfi di lacrime e sono ripartita. Di più non sarei riuscita a dirti perché ti avrei abbracciato, stretto forte forte per non farti andare via e lo so, saremmo saliti in macchina, andati a casa mia o a casa tua o in una radura nel bosco e avremmo fatto l’amore annullando le giuste intenzioni. Ma ti ripeto, è giusto così. Mi mancherai così tanto che non provo nemmeno a pensarci, la mia anima invece ci pensa e sta piangendo a dirotto. Sarà dura camminare di nuovo in una terra di distacchi come lo è stata la mia vita ultimamente. Sarà dura far finta di non averti visto mentre ti incrocerò da qualche parte, ignorare il giorno del tuo compleanno o di qualche altra festività. Ma non potrò fare altrimenti. Almeno finché sarò in questa condizione. Fallo anche tu, te ne prego. Fallo per tutto il bene che dici di volermi. Fallo quando ti sembrerà innocuo mandarmi un saluto, chiedere se tutto va bene, o semplicemente aver voglia di sentire la mia voce. Perché, questo l’ho provato sulla mia pelle, per rimarginare certe ferite ci vuole tempo, forse tanto tempo e non bisogna stuzzicarle.
A volte, non c’è altra strada da percorrere se non questa. E non perché mancano i sentimenti né il volere. Questo mi dico per trovare nella ragionevolezza un briciolo di forza d’animo, come se sapere di non aver altre vie di uscita la facesse sembrare una strada meno ripida e faticosa. E poi, per andare dove? Certe persone te le porterai sempre nel cuore. Piango a dirotto ormai. Mi conosco, ridere e piangere sono due cose che mi sono sempre venute bene. Mentre guido, cerco a tastoni qualcosa nella tasca della portiera con cui soffiarmi il naso. Un volantino arancione della festa del porcino è l’unica cosa che trovo e, a dire il vero, non si adatta molto bene allo scopo. Punto e a capo ancora una volta. Sì, ma intanto compriamoci un pacchetto di kleenex da tenere in macchina che fanno sempre comodo.

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Con i piedi per terra


‘Che numero porta?’ Mi chiede gentile il commesso malgrado il caldo irritante che sifona sulla città. Non mi rilassa fare shopping, nemmeno fare la spesa in verità, tutt’al più mi piace girovagare per i banchi del mercato, forse perché sono all’aria aperta e quando devo, perché arriva il momento in cui devo comprarmi qualcosa, è sempre una caccia al tesoro. Soprattutto con le scarpe. Perché malgrado la mia repulsione ad ammirare le vetrine, sono anche pretenziosa: le scarpe devono piacermi e tanto. Ci devo anche stare bene, anzi, questo è fondamentale. Spesso infatti può accadere che nei pochi minuti che determinano l’acquisto, qualche eventuale problemuccio non venga a galla ripresentandosi invece in tragitti più lunghi facendo in parte fallire l’acquisto. Una volta, mia mamma portò me e mia sorella al mercato giù in città per comprarci le scarpe. Eravamo piccole, avremmo avuto quattro o cinque anni. Ricordo che mentre mia sorella era in piedi e si stava provando un paio di scarpe si fece la pipì addosso inondando in maniera irrefrenabile calze e scarpe. Scarpe che mamma dovette a quel punto comprare (spero solo siano state del numero adatto). Ricordo solo che erano di pelle lucida nera e a me piacevano molto. Sicuramente più delle mie perché nemmeno ricordo come fossero.
Non faccio nemmeno parte dalla categoria (da quello che so esageratamente numerosa) di chi si compra scarpe di continuo con un azione compulsiva degna del miglior trattato di psicologia. Dopo gli intossicati del gioco, secondo me, il sistema sanitario nazionale dovrebbe prevedere anche un’azione di intervento nei confronti di chi accatasta scarpe su scarpe come se fosse un millepiedi. E io ne conosco diversi. Dovrei dire diverse perché la maggior parte sono donne. E poi c’è che io mi affeziono alle scarpe. E questo non giova al loro ricambio. L’altro giorno ne ho provate tante. Girovagavo per una città che un tempo ho abitato, come un tossico che fa mente locale per ricordare dove sono i negozi di scarpe più forniti e ci si precipita sperando di trovare la roba, ma non ne ho trovate un paio. A volte le scarpe sono come le persone, dal primo momento che le indossi ti stanno bene. Ti stanno bene, naturalmente. E poi te le riguardi perché mica sono pantofole di cencio e magari starci bene sarebbe solo il loro scopo. A volte sono scarponi da montagna, altre sandali infradito, altre scarpe da ginnastica. Ma ci stai bene da subito e questo ti sorprende. Come se appartenersi l’un l’altro fosse uno stato di grazia inspiegabile per verificarsi in così poco tempo.

Cardiologia

Apri e chiudi gli occhi. Senza pretesa, senza offesa. C’è penombra. Solo le luci colorate sul monitor che evidenziano la frequenza cardiaca. Il battito del tuo cuore piano, piano, sta tornando sui valori normali. Non ti toccare i fili, non ti sbottonare. Sembro un gendarme e non vorrei. E tu, l’uomo forte, autonomo, indipendente, dove sei? T’imbocco (è vero il semolino non è invitante) e tremi come una foglia. Ti hanno messo perfino un pannolone ma non devi averlo capito perché ogni tanto cerchi di alzarti perché vuoi andare in bagno. Hai una farfalla sul polso, punge e non vola. Vorrei dirti che ieri sui monti ne ho vista una piccola e gialla e l’ho rincorsa. Sembrava l’avesse fatto a posta. Mi ha portato in una piccola radura tra i faggi. Era un posto da sogno. Dove si poteva solo stare bene.
La tua invece non è una farfalla che ti fa compagnia ed i tuoi monti sono così lontani. Cerco di farti ridere. Così, perché voglio ridere anch’io ma ci riesco a malapena. Non so ridere a comando, nemmeno se mi sforzo, nemmeno se te l’ho promesso. Oggi non ci riesco. Ma so che riderò, questo sì. Ormai ho capito come gira questa vita e so aspettare. Ho fiducia. Mi chiedi se ho sonno quando mi vedi ciondolare sulla sedia che occupo da diverse ore. Vorrei dirti che ho passato la notte a giocare a far cesti di vimini e cornucopie. Ad intrecciare anime e corpi, sorrisi e calore. La porta automatica si apre improvvisa facendo il solito maldestro rumore. Apro gli occhi perplessa. Credo di aver dormito pochi minuti. Quel tanto che basta per vederlo andare via. Unità di cardiologia. Il reparto è quello giusto.