Sala d’attesa

“Si accomodi nella sala di attesa. Sicuramente ci sarà da aspettare”. Mi dice l’infermiera addetta all’accettazione. D’altronde sono io il paziente e questo appellativo avrà pure una sua motivazione. Il fatto è che nella prenotazione telefonica mi era stato detto che più tranquilla fossi stata, meno l’esame sarebbe stato fastidioso. E lo so quasi per certo: l’attesa non alimenta mai la tranquillità. Semmai amplifica il piacere ma siamo nel campo di altre tipologie di attesa. Mi metto seduta e paziento. Paziento leggendo sbadatamente un libro, paziento fantasticando, paziento pensandoti, paziento guardando le facce degli altri pazientatori che come me cercano di pazientare e soprattutto, paziento scrutando la faccia di chi, dopo una mezz’oretta, esce dalla porta bianca. Esce con le proprie gambe e già questo mi tranquillizza. Nel corridoio vedo passare due tipe alquanto strane per come sono vestite e pettinate. La signora sulla cinquantina ha due codine laterali, una giacca a fiori e soprattutto indossa un paio di stivali di camoscio verde mela che secondo me non esistono in natura. Lì per lì penso che facciano parte di qualche associazione di volontariato che negli ospedali fa clowntherapy. Sinceramente non è proprio da me giudicare le persone da come si vestono però, nel bianco sterile di un ospedale fanno contrasto.
Dopo qualche minuto me le ritrovo accanto nell’angusta sala d’attesa perché la mamma, la stivalatrice verde, doveva fare il mio stesso esame. La mamma mi siede accanto, mentre la figlia, di certo non più di primo pelo, si è addirittura portata un panchettino perché deve sedersi di fronte alla mamma ma nel contempo vedere il corridoio altrimenti le prendono le crisi di panico. Nel giro di cinque minuti mi raccontano la loro vita, comprensiva dei particolari. L’esame deve farlo la mamma ma chi è davvero in apprensione è la figlia che continuamente e con una vocina improbabile per una persona adulta, le chiede rassicurazioni. Mi domandano di tutto, ma io so pochissimo, solo quello che mi ha detto il dottore. Ho resistito perfino alla documentazione ‘fai da te’ su internet per non farmi venire ulteriori paure. Dopo dieci minuti sento che il mio argine psicologico, tenuto in sicurezza fino ad allora, sta per essere penetrato in maniera dirompente dalla loro ansia. Vorrei cambiare di posto ma mi sembra di offenderle e soprattutto, mi sembra di vederle messe assai peggio di me che sono lì da sola. Per un attimo guardo con più attenzione gli altri pazientatori: vedo che tutti hanno una dama di compagnia, un amico, un familiare. Io sono sola. Ma non mi pesa esserlo. Vorrei però continuare ad esserlo. Farmi un po’ compagnia da sola che talvolta mi riesce davvero proprio bene.
La porta bianca si apre, fanno il mio nome, sembra un paradosso ma mi sembra perfino di sentire una ventata d’aria fresca entrare nella saletta. L’esame è un po’ fastidioso, un po’ doloroso, un po’ lungo, ma soprattutto ha esito negativo. Non devo fare altro, né indagare ulteriormente, né operarmi come era stato ipotizzato ad una prima visita. Mi sento una miracolata. Credo che ogni mattina che ci alziamo dal letto in salute lo siamo tutti ma non sempre ce lo ricordiamo. Almeno io, anche se ci provo, ma non è facile esserne sempre consapevoli, diventa lampante solo quando ci fanno il tagliando. Esco dalla porta bianca stronchicciata ma felice. Mamma e figlia mi guardano con gli occhi protesi e questuanti: “Vada tranquilla, signora, è poco più di una bischerata. Se glielo dice una che aveva una gran paura, si può fidare.” La mamma mi prende la mano. Per un attimo mi sembra che addirittura voglia baciarmela come fanno al Papa. “Grazie, grazie, grazie” mi dicono radiose come se le avessi dato la notizia più bella della loro vita. Mi sento una portatrice di gioia. Forse sta solo straripando. Le guardo con un po’ di commozione e di simpatia. Noi esseri umani siamo davvero strani.

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26 thoughts on “Sala d’attesa

  1. ci sono situazioni che hanno la capacità di farci recuperare quella tanto agognata umanità spesso dimenticata, magari anche solo per routine, o perché diamo per scontato che noi siamo come macchine che vanno accese, riempite di carburante e lanciate in corsa. Aprile per me è stato pieno di queste situazioni, di incontri, di solidarietà, di condivisione; e la prospettiva di uscirne poi quasi indenni riaccende, almeno per un po’, la .consapevolezza del nostro essere in rapporto agli altri, e alla vita stessa.

    • Sono d’accordo con te. L’essere umano ha bisogno di condividere, sentire l’altro come riflesso di sé, compartecipare. Se ci penso bene questo bisogno di gruppo, di esperienze umane condivise l’ho sempre avuto fin da piccola. Mi fa piacere per il tuo aprile. :-)

  2. che bello questo racconto,se tutti fossimo un pò più disponibili e cordiali l’uno con l’altro , il mondo non è poi così cattivo.Sono contenta per l’esito negativo,di questi tempi c’è da spaventarsi anche per un mal di testa……..ciao penna

  3. Ci sono attimi in cui una parola potrebbe cambiare il nostro orizzonte in un secondo. E quando si viene graziati ci si sente davvero miracolati…bisognerebbe ricordarlo sempre e vivere “pazientando” tutti i piccoli contrattempi delle nostre giornate. Un abbraccio

    • Grazia, perché dici “brutta sensazione”? Certo non è piacervole ma non credo sia possibile fare una linea di demarcazione così netta. Per esempio, sicuramente quest’esperienza ha messo in moto anche empatia,solidarietà, compassione.

      • la sensazione dell’attesa è sempre brutta per me, quella negli ospedali è orrenda. la solidarietà è certamente un sentire importante ed empatico, ma mal comune non è mai mezzo gaudio

  4. Davvero bello e ben scritto questo post! E’ la prima volta che ti leggo e sono arrivata tramite la comune amica Stravagaria. Ti seguirò volentieri…complimenti ancora!

  5. Sono impressionato dalla qualit delle informazioni su questo sito. Ci sono un sacco di buone risorse qui. Sono sicuro che visiter di nuovo il vostro blog molto presto.

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