Archivio | giugno 2012

Attimi di bellezza, di unione, di felicità

“Dopo aver vissuto la guerra ciò che ci resta da vivere non può essere che dolce”. Era una frase che il protagonista di Bolero recitava alla fine del film. Il film ha 30 anni, la guerra quella vera grazie al cielo non l’ho vissuta però mi sembra di essere ogni giorno in trincea. 30 anni non servono solo a far invecchiare un film ma anche a vedere le cose da un’altra prospettiva e così frasi che potevano sembrarti deboli come: “stiamo al caso” o “ a Dio piacendo” diventano pilastri di una nuova filosofia di vita. Perché davvero hai sperimentato che la vita un pochino si dirige, si controlla, si programma ma solo per le sfumature.
Nelle mie giornate di adesso fatte talvolta asprezze e di pensieri mi piace incorniciare gli attimi come se fossero una boccata d’aria fresca. Come quando leggendo un libro sottolinei una frase che ti ha colpito, metti un fiore nel vaso, così, per bellezza.
Abbracciarsi forte come se fossimo due sopravvissuti. E godere di quell’abbraccio ricambiato tanto che nessuno dei due vuole staccarsi per primo. Abbracciarsi così succede di rado soprattutto se lo fai da una finestra aperta. Al primo piano chiaramente. Forse è il parapetto che dà le sue sicurezze. Perché prima c’era stato un abbraccio uguale ma era al terzo piano e quando me ne sono accorta ero già a terra viva per miracolo.
E poi c’era la mia mano nella tua. Ma non era scontato che accadesse. Ma è accaduto. E’ stato quello il modo in cui le nostre anime hanno scelto per sentirsi. Avremmo fatto l’amore e sarebbe stato bello come è stato ma senza quella mano aperta, morbida, accogliente non sarebbe stata la stessa cosa.
E ti guardo negli occhi a 150 metri di altezza attaccati ad una corda con sicura e moschettoni potresti essere mio figlio ma in quel momento sono io una bimba che ha bisogno di incoraggiamento e di fiducia. E ci riesci. E per una come me che ha sempre paura ad affidarsi è stata una bella prova. Mi guardi negli occhi e sorridi. E io che fino ad allora imprecavo contro la mia curiosità e la voglia di osare ricambio il tuo sorriso con orgoglio perché vedere il mondo da lassù mi ricapita solo se rinasco aquila.
E di me, di me quando medito. Fino a tre anni fa non sapevo nemmeno cosa fosse, né come si facesse. E poi tu me l’hai insegnato e io all’inizio l’avevo preso come un dovere un po’ noioso, poi come una sfida, poi piano, piano è diventato un piacere. Una mezz’ora con me stessa irrinunciabile. E quando mi riesce bene c’è un momento perfetto. Un momento nel quale la mente si ferma e si tocca uno stato di beatitudine e di estasi indescrivibile. Potrei dire un orgasmo finissimo se non sembrassi blasfema.
E poi c’è un attimo come l’altra sera quando ho spento tutto e mi sono messa sulla sdraio in giardino. Ho preso una birra frigo e ho alzato gli occhi al cielo. Un cielo così stellato non sì può nemmeno raccontare. Ve lo potete solo immaginare.

Leggerezze di stagione

Evasioni

Vaporose strade bianche
nell’azzurro tormalino.
Appaiono, scompaiono
il tempo di salire a bordo
e stracciare i documenti.

Come una piuma

Voci lontane
risa di scorta
è un crinale piatto e blu, l’orizzonte.
Al sole la vita s’allenta
nasconde il suo peso
e mentre gli occhi si chiudono
perfino un libro
cade
inesorabile
sulla sabbia.

Armi leggere (da difesa)

Non ti ho mai visto occhi tanto verdi
ma per un anno, solo muschio e cortecce
erba di campo, ramarri indolenti.
Non ti ho mai visto sedere più tondo
ma per un anno, solo tasche e velluto
ampie gonne sotto il ginocchio
l’ovvia discesa del fiocco di un grembiule.

Vieni qui, ancora con me,
sulla battigia si può trovare di tutto
dopo una mareggiata.

Volo notturno senza controfigura


“Sono al poggio dei Malandrini. C’è una luna bellissima. Se ci fossi anche tu non saprei chi guardare. Perché non mi raggiungi?” Erano da poco passate le dieci e il cielo si era fatto scuro quando un messaggino inaspettato per ora e mittente si fece avanti spavaldo sul mio cellulare. Ora, il luogo in questione e un posto molto bello a circa 40 minuti di cammino dal punto in cui si lascia l’auto e ci s’inerpica nel bosco attraverso un sentiero di montagna. Ci pensai un po’. Quel tanto che basta per lasciare spazio alla ricerca dell’occorrente. Prendo la torcia, indosso gli scarponi, un maglione anche se è agosto perché il freddo non lo sopporto e nel giro di dieci minuti sono già in macchina. La tempestività con la quale mi metto in azione sorprende anche me che per certi versi sono riflessiva e prudente. La cosa che più mi affascina non è tanto incontrarsi in un posto così, quanto percorrere 40 minuti a piedi nel bosco. Da sola. Di notte. Non l’ho mai fatto. Non so nemmeno quale reazione possa avere. Soprattutto mi fa un po’ pensiero poterla avere a metà strada quando sei nel punto più profondo e la riva o la barca sono a uguale distanza. Vabbè, siamo in montagna ma mi è venuta questa metafora. Inoltre, io mi conosco, di fatto sono anche un po’ paurosa. E se incontro un animale? Qui ce ne sono molti: cinghiali, cervi, daini, mufloni perfino lupi. Una volta ne ho visto uno, ma ero in macchina. Non so cosa mi spinga a fare questa prova d’onore, a compiere questa cerimonia d’iniziazione. E’difficile da spiegare. Sicuramente qualcosa che vale più per me che per lui. Mentre cammino sento solo lo scricchiolio dei miei passi su rametti e foglie secche, a volte, intercetto un lontano fruscio al quale cerco di non dare troppa importanza. “E se quando arrivo al poggio sono sola?” In fondo, dove avevo lasciato l’auto c’era solo la mia anche se questo voleva dir poco, ci sono diversi sentieri per raggiungere i Malandrini. Magari non ha creduto che potessi fare tanto, non mi ha aspettata, non è proprio venuto. Per un attimo questo pensiero mi appesantisce ma subito dopo si tramuta in energia. In realtà, prima d’ora non avevo mai osato fare un’ esperienza così profonda, intensa per certi versi impossibile. Non avrei mai avuto né la forza di agire, né il coraggio di osare se non avessi sentito il suo richiamo, se non l’avessi conosciuto.
Dopo poco più di mezz’ora arrivo nel luogo stabilito. Mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Solo la luna, quella sì, tonda, piena, luminosa. Mi siedo a terra. Penso che sia nascosto da qualche parte, che mi stia osservando. Sono attenta ma tranquilla. Non so bene capire perché. No, non c’è veramente nessuno. Dovrei essere arrabbiata, delusa, triste ma non lo sono. Lo ero prima e questi sentimenti erano potenti quanto l’amore. Adesso, finalmente mi sento libera.
Riprendo lentamente la strada verso l’auto. Le gambe sono leggere, come se sul poggio dei malandrini un nodo si fosse sciolto senza bisogno d’altro. Arrivo all’auto. Il bianco di un foglietto risalta sul parabrezza: “ Grazie. Anche in questa occasione ti sei dimostrata meglio di me. Non ho avuto coraggio.” Accartoccio il biglietto come si fa per un involucro ormai superato e stinto. Giro la chiave e metto in moto. Con calma. Certi momenti bisogna gustarseli. Da soli. Soprattutto se quello che non ci ha uccisi ci ha resi più forti.

Sala d’attesa

“Si accomodi nella sala di attesa. Sicuramente ci sarà da aspettare”. Mi dice l’infermiera addetta all’accettazione. D’altronde sono io il paziente e questo appellativo avrà pure una sua motivazione. Il fatto è che nella prenotazione telefonica mi era stato detto che più tranquilla fossi stata, meno l’esame sarebbe stato fastidioso. E lo so quasi per certo: l’attesa non alimenta mai la tranquillità. Semmai amplifica il piacere ma siamo nel campo di altre tipologie di attesa. Mi metto seduta e paziento. Paziento leggendo sbadatamente un libro, paziento fantasticando, paziento pensandoti, paziento guardando le facce degli altri pazientatori che come me cercano di pazientare e soprattutto, paziento scrutando la faccia di chi, dopo una mezz’oretta, esce dalla porta bianca. Esce con le proprie gambe e già questo mi tranquillizza. Nel corridoio vedo passare due tipe alquanto strane per come sono vestite e pettinate. La signora sulla cinquantina ha due codine laterali, una giacca a fiori e soprattutto indossa un paio di stivali di camoscio verde mela che secondo me non esistono in natura. Lì per lì penso che facciano parte di qualche associazione di volontariato che negli ospedali fa clowntherapy. Sinceramente non è proprio da me giudicare le persone da come si vestono però, nel bianco sterile di un ospedale fanno contrasto.
Dopo qualche minuto me le ritrovo accanto nell’angusta sala d’attesa perché la mamma, la stivalatrice verde, doveva fare il mio stesso esame. La mamma mi siede accanto, mentre la figlia, di certo non più di primo pelo, si è addirittura portata un panchettino perché deve sedersi di fronte alla mamma ma nel contempo vedere il corridoio altrimenti le prendono le crisi di panico. Nel giro di cinque minuti mi raccontano la loro vita, comprensiva dei particolari. L’esame deve farlo la mamma ma chi è davvero in apprensione è la figlia che continuamente e con una vocina improbabile per una persona adulta, le chiede rassicurazioni. Mi domandano di tutto, ma io so pochissimo, solo quello che mi ha detto il dottore. Ho resistito perfino alla documentazione ‘fai da te’ su internet per non farmi venire ulteriori paure. Dopo dieci minuti sento che il mio argine psicologico, tenuto in sicurezza fino ad allora, sta per essere penetrato in maniera dirompente dalla loro ansia. Vorrei cambiare di posto ma mi sembra di offenderle e soprattutto, mi sembra di vederle messe assai peggio di me che sono lì da sola. Per un attimo guardo con più attenzione gli altri pazientatori: vedo che tutti hanno una dama di compagnia, un amico, un familiare. Io sono sola. Ma non mi pesa esserlo. Vorrei però continuare ad esserlo. Farmi un po’ compagnia da sola che talvolta mi riesce davvero proprio bene.
La porta bianca si apre, fanno il mio nome, sembra un paradosso ma mi sembra perfino di sentire una ventata d’aria fresca entrare nella saletta. L’esame è un po’ fastidioso, un po’ doloroso, un po’ lungo, ma soprattutto ha esito negativo. Non devo fare altro, né indagare ulteriormente, né operarmi come era stato ipotizzato ad una prima visita. Mi sento una miracolata. Credo che ogni mattina che ci alziamo dal letto in salute lo siamo tutti ma non sempre ce lo ricordiamo. Almeno io, anche se ci provo, ma non è facile esserne sempre consapevoli, diventa lampante solo quando ci fanno il tagliando. Esco dalla porta bianca stronchicciata ma felice. Mamma e figlia mi guardano con gli occhi protesi e questuanti: “Vada tranquilla, signora, è poco più di una bischerata. Se glielo dice una che aveva una gran paura, si può fidare.” La mamma mi prende la mano. Per un attimo mi sembra che addirittura voglia baciarmela come fanno al Papa. “Grazie, grazie, grazie” mi dicono radiose come se le avessi dato la notizia più bella della loro vita. Mi sento una portatrice di gioia. Forse sta solo straripando. Le guardo con un po’ di commozione e di simpatia. Noi esseri umani siamo davvero strani.