Il carrellino

Di sicuro ci deve essere una legge segreta che governa gli oggetti, forse una sorta di spartito, di copione che riserva all’uno oppure all’altro di fare la voce solista, di prendere il centro della scena. Perché altrimenti non si capisce come mai certe cose che hai sempre avuto in giro e alle quali nemmeno fai più caso, in un preciso determinato momento decidono di scrollarsi la polvere di dosso e di finire tra le tue mani.
Oggi è un album di foto. Non un album di quando sei piccola ma di un tempo abbastanza recente, prima dell’avvento della digitale. Benché avessi alternato alle foto biglietti di museo o di concerti, ritagli di giornale oppure perfino la bustina dello zucchero non riesco a capire l’anno al quale risalga. Se mi impegnassi potrei fare una ricerca e sono certa che troverei l’anno preciso nel quale facemmo quel viaggio. Ma è bello perfino non saperlo. Cioè sapere che l’hai vissuto ed è parte di te e che da qualche parte echeggia. Il tempo preciso in questa prospettiva è irrilevante.
L’idea di fare una vacanza in bicicletta mi aveva entusiasmata da subito. Non che sia una gran sportiva, ma non sono nemmeno una pigrona. Una ragionevole vie di mezzo. E benché la distanza che collega Passau con Vienna lungo la ciclabile del Danubio sia esattamente 780 km la cosa non mi aveva spaventata. Eravamo in vacanza e li avremmo fatti un po’ per volta. Per giunta è tutta pianeggiante quindi nemmeno lo sforzo della salita.
Uno dei momenti determinanti, oltre quello della preparazione del mezzo, fu quello della preparazione del bagaglio perché dovendoti portare tutto dietro come una chiocciola (o un mulo nella versione meno romantica) non solo devi razionalizzare lo spazio ma perfino devi saper scegliere ciò che è importante. Devi saper sacrificare. E vi garantisco che tutto sembra necessario. Per la pioggia, per il sole, se fa caldo, se viene freddo, se ti senti poco bene, se… Bisogna fare un po’ come avviene in poesia oppure nella scultura: quello che è in più viene tolto, limato, per raggiungere l’essenziale.
Sul portapacchi della mia bici avevo montato due borse che avrebbero dovuto contenere i miei bagagli mentre il mio compagno di viaggio, e di vita di quei tempi, aveva progettato un personale e particolare ‘carrellino’. Aveva preso una carrello di quelli che si usano per trasportare la spesa e che giaceva da tempo inutilizzato in garage e l’aveva modificato. Aveva tolto il borsone e preso l’intelaiatura alla quale aveva poi imparentato lo zaino. In cima al manico aveva messo un moschettone che si agganciava a un tondino di ferro messo alla carena della bici. Detto così sono sicura che non si riesce a capire niente. Immaginatevi una roulotte (il carrellino) attaccata con il dovuto snodo ad una bici.
Un nostro vicino di casa alla vista di quel marchingegno e soprattutto avendo saputo i chilometri ai quali sarebbe andato incontro esordì : “Ma che sei matto! Non regge! Le ruote ti si asolano e perdi il carretto per strada!!!” Sinceramente lì per lì nemmeno avevo ben chiaro cosa volesse dire ‘asolano’. Di sicuro non sgonfiano perché le ruote erano di gomma dura. Non credo nemmeno esista in italiano. Più o meno significa che dall’usura le ruote escono dal perno, come un bottone che a forza di leva e metti non sta più dentro l’asola. Da quel momento in poi “ti si asolano le ruote “ passò dall’essere un temuto presagio ad un simpaticissimo tormentone per qualsiasi cosa succedesse. Perfino nella buonanotte. “ Dormi, sennò ti asolano le ruote del cervello” mi diceva.
Il carrellino ebbe un successone. Ogni volta che ci fermavamo a dormire gli altri ciclisti alle prese come me da lacci, laccetti, leva e metti rimanevano sorpresi da un clik che sganciava il carrellino dalla bici trasformandolo in una specie di trolley. “Ok ! very good!” Gli disse un tedescone sudato e provato alla vista della praticità con la quale prendeva possesso del bagaglio senza troppi armaneggi. Secondo me l’avrebbe voluto brevettare.
So che vi piacerebbe vi dicessi il chilometro esatto in cui le ruote si ‘asolarono’. In verità il carrellino arrivò sano e salvo alla mèta. Avremmo potuto farci la la spesa sette generazioni! Guardo le foto. Eravamo davvero felici di come era andata la vacanza, di come pedalando ci eravamo alleggeriti da pensieri e preoccupazioni, di come il Danubio che costeggia sempre la ciclabile ci avesse in qualche modo cullato le idee e l’anima. Non so che fine abbia fatto il carrellino, in quale garage sia parcheggiato oppure se sia stato addirittura rottamato in qualche ripulisti, ma guardando quelle foto e quei sorrisi sono felice di me. Anzi, sono in pace con me stessa e con te. E questo oggi è l’essenziale.

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13 thoughts on “Il carrellino

  1. Ho fatto un viaggio da Regensburg a Passau in cui accadde di tutto con il tempo, eravamo a Pasqua, in aprile, e nevicò ripetutamente, pioggia, sole, le bici erano parte dell’allegria dell’imprevisto. Anche un’emozione, di cui scriverò, hai riportato in mente. Grazie.
    L’idea del carellino mi pare geniale.

  2. Effettivamente, 14 giorni di sole pieno di sicuro avranno contribuito a lasciare un bel ricordo. L’anno prima fu quello dell’ esondazione del Danubio. Nei solito posti l’acqua arrivava al secondo piano degli edifici. M’immagino il tuo viaggio. Però, tutto resta come mi sembra dalle tue parole.ciao.

  3. hai uno scrivere asciutto, che centra il bersaglio con pochi ma determinanti orpelli di abbellimento..
    gli ingredienti del racconto così assemblati hanno creato un quadro ben dipinto sulla scia della memoria,…ovvio che si strizza l’occhio anche all’ingegno dell’inventiva pratica
    un saluto :)

    • Grazie Margot. Sai che dicendo “stile asciutto” mi fai un gran complimento? In scrittura, in poesia, mi piace andare nella direzione della sobrietà, dell’essenza. Non è che riesco a farlo volontariamente, spero soltanto accada. E a quanto mi dici…ricambio il sorriso :-)

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