Archivio | maggio 2012

Gli amori muoiono di svariate morti

Gli amori muoiono di svariate morti ma tutte più o meno simili a quelle che accadono agli esseri umani. La più auspicabile è la morte per vecchiaia. L’amore procede il suo percorso naturale si evolve in crescendo fin dalla gestazione, vive di gioventù e sogni, di stabilità matura, di saggia vecchiaia e lentamente si spegne. Questo ciclo vitale è molto vario, quante varie sono le creature dell’universo. Si va dai due giorni della farfalla ai 120 anni della tartaruga marina.
Ci sono poi gli amori malati di malattie incurabili che muoiono dopo una lunga e lenta agonia. Il medico ha fatto la diagnosi nefasta, vediamo l’amore perdere forza, ripiegarsi su se stesso, respirare a fatica, ma non vogliamo crederci. Qualsiasi minima espressione di vitalità ci fan ben sperare. Passare da questo stato alla mummificazione il passo è breve. A volte succede che l’amore sia morto ma l’attaccamento sia così forte, la paura del vuoto inaccettabile e per alcuni, il computo dei beni materiali condivisi sufficientemente ardito, da volerlo vedere in vita a tutti i costi.
Poi ci sono gli amori che muoiono di morte violenta, spesso per mano di uno dei due, ma non è raro che ci sia un terzo incomodo, un mandante della famiglia a compiere lo scempio. Il dolore è allora lacerante, inaspettato, violento e solo confidando nella nostra forza d’animo e nel mistero della vita che si può tornare a respirare.
Quando muoiono gli amori fraterni è una strage familiare. Parlo di quegli amori che fanno la gioia della psicoanalisi dove la passione si tramuta nel tempo in affetto e la dolce metà diventa madre, figlia, sorella, padre, figlio, fratello: tutto in una persona sola. In quei casi, si compie una vera e propria carneficina.
Ma quello che mi commuove di più è quando muoiono gli amori considerati disdicevoli, quelli non socialmente accettati come tra persone dello stesso sesso o nelle coppie clandestine. Allora l’amore muore implodendo. Nessuno se ne accorge. Nemmeno un passante. Nemmeno il vicino di casa. Nessuno spreca una parola di conforto, una carezza, un sorriso perché per il mondo quell’amore non esisteva e forse per qualcuno non avrebbe neppure avuto la dignità di chiamarsi amore.

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Perdere a fatica

E’ sempre interessante oltre che curioso, osservare l’immagine di noi che ci rimandano le altre persone. Ricevo da Barbara, un’amica dalla quale sono stata a cena un paio di sere fa, questo messaggino : “Per caso ti ricordi di aver visto l’altra sera a casa mia un portachiavi fatto a topo con le chiavi della mia macchina? L’ho perso e sono disperatamente a piedi. Mi ricordo che tanti anni fa mi dicesti che tutto ciò che si perde non scompare ma si ritrova. Come vorrei fosse così! “
Ora, per una come me che nella vita quotidiana tiene a fatica sotto controllo il livello di guardia della propria distrazione può essere perfino gratificante essere chiamate in causa.
La mia maestra delle elementari, una signora simpatica, ironica e alquanto originale aveva uno strano modo di trasmetterti il suo disappunto. Non si arrabbiava, né faceva note o ti dava punizioni ma bravissima nel disegno com’era, in tre balletti ti esprimeva sul quaderno il suo parere con un’immagine. Un giorno, mi chiamò alla cattedra e disegnò bello grande sul mio quaderno, assai precisino, una bambina con il collo lungo, lungo e la testa tra le nuvole e poi ci scrisse” Sandra”. Chissà in che mondo mi avrà vista…
Il tempo passa e certamente i nostri difetti si possono sempre migliorare e io sono migliorata tanto, tanto, però nell’essenza ecco onestamente a chi chiedeva aiuto.
Cerco di mettere a fuoco gli oggetti intravisti nella nuova casa della mia amica ma del topolino nemmeno l’ombra della coda.
A malincuore ho dovuto dirglielo. Soprattutto perché mi aveva fatto tornare alla mente il motivo che dette origine alle parole di quel messaggino e che lei si era custodita per tutti questi anni a mia insaputa.
Era una sera d’estate, stavamo cenando all’aperto, in un prato. Eravamo in tanti, c’era caldo, c’erano le stelle ma sicuramente c’era buio perché stavamo cenando a lume di candela. Ad un certo punto Barbara, la padrona del topolino smarrito, si accorse di aver perso un orecchino. Un piccolissimo orecchino con un brillantino. Il quarto di un chicco di riso per capirsi. Lo cerca un po’, qualcuno l’aiuta ma niente. Dispiaciuta perché ci teneva tanto decide che ormai è andato perso e si rimette a tavola. Allora io presa da chissà quale visione dissi: “Eh, no. Se l’hai perso qui, di sicuro si ritrova! Quello che ci appartiene anche se perso si ritrova sempre”. A quei tempi non conoscevo Barbara ma le mie parole da film americano devono esserle rimaste molto impresse. Facendomi luce con un accendino, cominciai a cercare il piccolo tesoro tra sassi e fili d’erba e dopo qualche minuto lo trovai.
Non so bene se da quella sera per lei sono diventata il simbolo della perseveranza, della cocciutaggine, della forza d’animo o semplicemente della botta di culo esagerata che ti fa trovare l’ago in un pagliaio. Fatto sta che se lo ricordava ancora. Io no.
Saranno passati più di vent’anni da quella sera. Non sono mica più convinta che tutto ciò che si perde davvero prima o poi si ritrovi. Nemmeno quello che ci appartiene. Nemmeno quello a cui tenevamo tanto. E soprattutto, nemmeno vale con le persone. Ma come faccio a dirglielo a Barbara?

Esercizi di stile


Ci ameremo per molto, ancora per molto
almeno che tu lo voglia
almeno così io credo, perché io lo voglio.
Certo tutto potrebbe accadere
magari stancarsi
annoiarsi l’uno dell’altro
cadere negli occhi sognanti
di un nuovo passante.
L’affetto è un veicolo scomodo
a saperlo prima ci si prepara
a pensarci bene ci si esercita
le possibilità sono tante
forse, sarebbe, potrebbe…

Fuori c’è il sole.
“Prima vivere e poi filosofare”
sul calendario
è la massima del giorno.

Festa della mamma

Mi sono sempre domandata se ti eri accorta che dietro l’ambulanza c’ero io. Oh sì, questo lo sapevi. Dico io che guidavo la macchina e piangevo. Stavano portandoti a Volterra. L’intervento al cuore per mettere un by-pass e cambiare una valvola era perfettamente riuscito. Adesso, passato un mese, ti stavano trasferendo in un centro di riabilitazione. Così avevamo voluto tutti, convincendoti un po’ a forza perché saresti volentieri tornata a casa, ma a casa convalescenza e riabilitazione ne avresti fatta ben poca. Il mio cuore invece, era stato appena ferito con una coltellata alle spalle, una di quelle che prima lacerano il polmone, ti tolgono il fiato e poi arrivano spietate dentro. Sul colle etrusco sarebbe stata una convalescenza per entrambe. Quindici giorni lontano da tutto e da tutti, dedicati solo alla ricostruzione. Così immaginavo.
La sera alle nove ti lasciai un po’ provata e stanca ma 3 ore di strada, quasi tutte a curve, passate sdraiata non erano poco. Ti avevo lasciato nelle mani di infermieri e medici che avevo sentito subito a pelle essere persone generose e molto umane. C’era un bel calore e questo mi faceva ben sperare. Ti salutai. Mentre tu ricordo borbottasti: “guarda che mamma tu hai!” Forse perché riuscivi con molta fatica a fare gesti quotidiani. “Vedrai… qui ti rimettono a nuovo!” risposi io e poi ti salutai. Ricordo con un bacio. Non perché fosse nostra usanza farlo se non per i saluti quelli veri, tipo quando parti per un viaggio o per una ricorrenza, ma quella sera andò così.
Uscita dall’ ospedale avevo mangiato qualcosa in una trattoria sentendomi un po’ turista e poi ero rincasata. Un mio amico carissimo era partito per le ferie e mi aveva lasciato le chiavi di casa. C’era bellezza intorno. Calore, affetto, disponibilità. Cominciavo a respirare.
Verso 23 mi chiamarono al telefono dall’ospedale. “ Per favore, venga subito ” “Arrivo” dissi io senza nemmeno indagare sul perché. Non osai farlo.
Arrivata nel reparto di mia madre ricordo ancora la dottoressa, una donna alta, giovane e dagli occhi dolci venirmi in contro e dondolare la testa come il batacchio di una campana che suona a morto.
“ Abbiamo fatto di tutto per rianimarla, ma non c’è stato verso”.
A queste parole feci un urlo di dolore disumano. Ad oggi non so nemmeno capacitarmi dove trovai tanta spregiudicatezza dentro di me. Sicuramente svegliai tutti perché in un ospedale già alle nove di sera è notte fonda figuriamoci a mezzanotte. Un arresto cardiaco l’aveva trasportata in un‘ altra dimensione. Senza accorgersene e senza patire. Così mi era stato detto e confermato anche dall’infermiere che un’ora prima le aveva portato una medicina.
Fu una tragedia e se ci penso ancora oggi non mi sembra vero aver retto a tanta disperazione.
Era sabato e fino a lunedì non potevo nemmeno portarla via. Per due giorni ho vagato per Volterra come un cane bastonato. Passando da momenti nei quali piangevo senza ritegno ad altri nei quali perfino ridevo ripensando a come avrebbe riso lei di fronte a qualche bischerata delle mie che anche in quei momenti combinavo.
Era il 23 di luglio ma non era una bella giornata. Il sole andava e veniva e ogni tanto pioveva.
Ricordo di essere stata per un tempo imprecisato seduta su un gradino a piangere con gli occhiali scuri malgrado il cielo grigio. A volte, qualche turista incuriosito soffermava su di me un po’ lo sguardo ma cosa avessero immaginato era l’ultimo dei miei pensieri.
Sembra un paradosso ma la solitudine è stato il miglior modo per vivermi questo distacco. E se c’è un disegno, un perché, sento che gliene sono grata. Non mi sono dovuta trattenere in niente e questo ha accelerato la guarigione (se di guarigione si potrà mai parlare, diciamo l’accettazione) Da quel giorno, nemmeno un anno fa, sono cambiate tante cose nella mia vita.
I rapporti con mia madre non sono mai stati idilliaci, ma di mamme avevo solo lei e ho sempre pensato che malgrado gli sbagli, avesse sempre agito per come poteva. Una cosa ho sempre più chiara, quel giorno lei mi ha dato la vita un’altra volta. Certo, con tutta la sofferenza e lo smarrimento che una nascita comporta ma è così.
La mentalità occidentale ha una visone dualistica delle cose e questo ci porta alla scissione. Dobbiamo imparare dagli orientali: tutto è uno, gli opposti sono complementari e ogni cosa è presente nel suo opposto. La morte fa paura, ne avvertiamo l’ignoto, il mistero. Ne subiamo gli effetti: dolore, distacco, rassegnazione. Ma se essa fa parte della vita non può esserne l’antitesi. E’ nella vita.
Al di là di ogni singola specificità, per tutti la parola ‘madre’ è sinonimo di porto sicuro, di un posto dove nel nostro immaginario siamo sempre accolti. Di fronte alla perdita della propria, è l’archetipo Madre che sprofonda e davvero sembra mancarti la terra di sotto i piedi. Allora piano, piano, cominci a diventare madre di te stessa, a ritrovare una madre nella terra e nella natura. Non a caso si dice Madre Terra.
Come sempre per la festa della mamma ti avrei regalato un’azalea della ricerca. Un po’ perché a te piacevano i fiori, un po’ perché a me sembrava di spendere bene i miei soldi, un po’ perchè sono pigra per certe cose. L’ho comprata anche oggi ma non la porto sulla tomba. Lo sai che per i cimiteri non ho un gran sentire. La porto a casa da babbo. “La pianto nella conca, in piena terra o la lascio così?” Ti ci vedo mentre mi dici: “grazie non importava” con il tuo sorriso fintamente imbarazzato ma contento.

Ritratto in Prima

Ondeggiano sotto i loro fardelli colorati
se ne vanno incauti
verso un mondo piatto appeso al muro.
Finestre aperte, bocche spalancate
il futuro semplice da incorniciare
come in quella foto
colletto di trina
e un fiocco rosso,
stropicciato e sbilenco
spostato a sinistra.
(già il cuore chiamava)

Una molletta al centro divide i capelli
per vedere bene e non stancare gli occhi
tra i contorni del reale.

Il carrellino

Di sicuro ci deve essere una legge segreta che governa gli oggetti, forse una sorta di spartito, di copione che riserva all’uno oppure all’altro di fare la voce solista, di prendere il centro della scena. Perché altrimenti non si capisce come mai certe cose che hai sempre avuto in giro e alle quali nemmeno fai più caso, in un preciso determinato momento decidono di scrollarsi la polvere di dosso e di finire tra le tue mani.
Oggi è un album di foto. Non un album di quando sei piccola ma di un tempo abbastanza recente, prima dell’avvento della digitale. Benché avessi alternato alle foto biglietti di museo o di concerti, ritagli di giornale oppure perfino la bustina dello zucchero non riesco a capire l’anno al quale risalga. Se mi impegnassi potrei fare una ricerca e sono certa che troverei l’anno preciso nel quale facemmo quel viaggio. Ma è bello perfino non saperlo. Cioè sapere che l’hai vissuto ed è parte di te e che da qualche parte echeggia. Il tempo preciso in questa prospettiva è irrilevante.
L’idea di fare una vacanza in bicicletta mi aveva entusiasmata da subito. Non che sia una gran sportiva, ma non sono nemmeno una pigrona. Una ragionevole vie di mezzo. E benché la distanza che collega Passau con Vienna lungo la ciclabile del Danubio sia esattamente 780 km la cosa non mi aveva spaventata. Eravamo in vacanza e li avremmo fatti un po’ per volta. Per giunta è tutta pianeggiante quindi nemmeno lo sforzo della salita.
Uno dei momenti determinanti, oltre quello della preparazione del mezzo, fu quello della preparazione del bagaglio perché dovendoti portare tutto dietro come una chiocciola (o un mulo nella versione meno romantica) non solo devi razionalizzare lo spazio ma perfino devi saper scegliere ciò che è importante. Devi saper sacrificare. E vi garantisco che tutto sembra necessario. Per la pioggia, per il sole, se fa caldo, se viene freddo, se ti senti poco bene, se… Bisogna fare un po’ come avviene in poesia oppure nella scultura: quello che è in più viene tolto, limato, per raggiungere l’essenziale.
Sul portapacchi della mia bici avevo montato due borse che avrebbero dovuto contenere i miei bagagli mentre il mio compagno di viaggio, e di vita di quei tempi, aveva progettato un personale e particolare ‘carrellino’. Aveva preso una carrello di quelli che si usano per trasportare la spesa e che giaceva da tempo inutilizzato in garage e l’aveva modificato. Aveva tolto il borsone e preso l’intelaiatura alla quale aveva poi imparentato lo zaino. In cima al manico aveva messo un moschettone che si agganciava a un tondino di ferro messo alla carena della bici. Detto così sono sicura che non si riesce a capire niente. Immaginatevi una roulotte (il carrellino) attaccata con il dovuto snodo ad una bici.
Un nostro vicino di casa alla vista di quel marchingegno e soprattutto avendo saputo i chilometri ai quali sarebbe andato incontro esordì : “Ma che sei matto! Non regge! Le ruote ti si asolano e perdi il carretto per strada!!!” Sinceramente lì per lì nemmeno avevo ben chiaro cosa volesse dire ‘asolano’. Di sicuro non sgonfiano perché le ruote erano di gomma dura. Non credo nemmeno esista in italiano. Più o meno significa che dall’usura le ruote escono dal perno, come un bottone che a forza di leva e metti non sta più dentro l’asola. Da quel momento in poi “ti si asolano le ruote “ passò dall’essere un temuto presagio ad un simpaticissimo tormentone per qualsiasi cosa succedesse. Perfino nella buonanotte. “ Dormi, sennò ti asolano le ruote del cervello” mi diceva.
Il carrellino ebbe un successone. Ogni volta che ci fermavamo a dormire gli altri ciclisti alle prese come me da lacci, laccetti, leva e metti rimanevano sorpresi da un clik che sganciava il carrellino dalla bici trasformandolo in una specie di trolley. “Ok ! very good!” Gli disse un tedescone sudato e provato alla vista della praticità con la quale prendeva possesso del bagaglio senza troppi armaneggi. Secondo me l’avrebbe voluto brevettare.
So che vi piacerebbe vi dicessi il chilometro esatto in cui le ruote si ‘asolarono’. In verità il carrellino arrivò sano e salvo alla mèta. Avremmo potuto farci la la spesa sette generazioni! Guardo le foto. Eravamo davvero felici di come era andata la vacanza, di come pedalando ci eravamo alleggeriti da pensieri e preoccupazioni, di come il Danubio che costeggia sempre la ciclabile ci avesse in qualche modo cullato le idee e l’anima. Non so che fine abbia fatto il carrellino, in quale garage sia parcheggiato oppure se sia stato addirittura rottamato in qualche ripulisti, ma guardando quelle foto e quei sorrisi sono felice di me. Anzi, sono in pace con me stessa e con te. E questo oggi è l’essenziale.

Di trucioli, lavoro e similitudini

Oggi è il primo maggio, festa del lavoro ma non voglio parlarvi della situazione attuale che è a dir poco devastante e nemmeno del mio di lavoro che mi ci vorrebbe un libro, ma di quello del mio babbo.(Da ora in poi dovrete avere pazienza perché per un toscano è proprio impossibile pronunciare la parola papà e quindi nella vostra mente dovrete fare il simultaneo).
Il mio babbo ha fatto tutta la vita il falegname. Da solo. Cioè, nella sua bottega artigiana, senza un dipendente ma senza nemmeno un padrone. Per moltissimo tempo ha fatto solo il falegname vero e proprio, costruendo con il legno tutto quello che la gente gli richiedeva, dagli infissi ai mobili. Negli ultimi tempi si dedicava solo al restauro di mobili vecchi. Secondo me, il mio babbo aveva le mani d’oro e parlo al passato solo perché ha 86 anni e in bottega da un paio un paio di anni non ci va più. E non lo dico perché trovando una sua vecchia pagella ho scoperto che aveva 6 in tutte le materie ma un bel 9 alla voce “lavori manuali”. L’ho proprio constatato.
Ha iniziato a fare questo lavoro finita la V elementare, andando a scaldare la colla da Egidio un falegname del posto che via, via, gli ha insegnato in pratica i segreti del mestiere.
Da piccola ricordo che il mio babbo lavorava tanto, fino a tarda sera e perfino la domenica mattina. Ma non tanto per veder compiuto il pezzo, quanto piuttosto perché una volta terminato il lavoro sarebbe stato pagato. Non andava nemmeno mai in ferie, chiudeva solo per le feste comandate. Detto così sembra uno stakanovista in realtà lavorava soltanto lui e aveva tre figli, uno dei quali con problemi fin dalla nascita.
Ricordo però che a casa ci portava tanti bei toppetti di legno di tutte le forme e dimensioni. Erano i nostri Lego che io e mia sorella personalizzavamo con le matite. E poi ricordo ancora il profumo del legno quando entravo a salutarlo perché quello ti resta dentro, per sempre.
Non voglio nemmeno parlare del fatto che pur avendo lavorato tutta la vita come un ciuco adesso si ritrova con la pensione degli artigiani che è di 530 euro. Se potessi la respingerei al mittente. Solo per dignità. Voglio invece parlarvi di come lui intendeva il lavoro e me l’ha trasmesso.
Quando le persone gli portavano mobiletti tarlati e sganasciati che stavano in piedi per miracolo e poi li riprendevano belli e rimessi a nuovo, spesso si lamentavano del prezzo. Non concepivano che per fare accadere questo prodigio ci fosse voluto tempo, pazienza, bravura. Una volta un signore esordì dicendo che se lo avesse saputo prima sarebbe andato all’ikea e con quella cifra ce ne avrebbe comprati dieci. Giustamente il mio babbo ci rimaneva male, perché immagino che quando uno compia una sorta di miracolo anche solo per lavoro, gli piacerebbe essere quanto meno ringraziato e poi è difficile fare preventivi precisi perché da quei catorci non sai mai cosa aspettarti. Così io gli suggerii una tattica. Una volta che il cliente si fosse presentato con il fatiscente pezzo da museo, poteva proporgli che il lavoro poteva esser fatto in modi diversi: uno più a buon mercato, facendo solo l’essenziale e in modo approssimativo ma che ugualmente avrebbe ridato all’oggetto la sua funzione; l’altro più serio, meticoloso, preciso ma che chiaramente avrebbe richiesto tempi di intervento maggiori e quindi anche costi.
Ricordo che una volta una signora optò per la prima offerta e così pensai che nessuno dei due si sarebbe poi trovato a sorprese. In realtà, nei giorni seguenti entrai in bottega e vidi il mio babbo che stava rifacendo le guide ai cassetti perché chiudessero bene (cosa non prevista dalla scelta più economica che aveva fatto la signora, magari pensando che con una culata li avrebbe chiusi lo stesso). Di fronte alla mia perplessità esclamò: “Oh… a me non mi riesce tirar via, lavorare male. E’ più forte di me. Pazienza! Ci rimetterò!”
Ecco, ci sono arrivata. Forse dal mio babbo ho preso questo senso del dovere. Soprattutto con se stessi. Lavorando nel pubblico anche se ci sono atteggiamenti, leggi, persone che ti fanno passare la voglia, anche se ci sarebbe più di un motivo per tirare a campare, proprio non ci riesco. E’ più forte di me.