25 aprile

Ho sempre amato la festa del 25 aprile. Nel mio immaginario e nel reale è come dire Natale o Pasqua per un fervente religioso. Mi ricordo che da piccola per questo giorno sfilava un lungo corteo di auto per il paese, con i clacson spiegati e le bandiere rosse che sventolavano. Con mia nonna ci divertivamo a contarle, non si faceva una vera e propria classifica ma lei si ricordava sempre se erano state più o meno dell’anno precedente. Sicuramente per quante ne aveva passate, per lei era una festa senza paragoni. Mia nonna Maria era anche una donna credente, però non era né bigotta, né integralista. Era una di quelle persone che hanno il sacro nell’anima e ogni cosa che fanno è pervasa da una sorta di spiritualità, come se fosse naturale esserlo e rimandarla a chi incontrano. Da piccola mi facevo raccontare da lei le storie della guerra come se fossero favole e benchè di tutte sapessi ormai ogni passo a memoria, ne rimanevo sempre affascinata. Forse perché tutto sommato mi sembravano appunto, favole. Invece no. Passando la linea gotica da queste parti non c’è paese, luogo, o radura sui monti che non ricordi l’eccidio di un partigiano. I miei nonni, genitori di mio padre, non furono risparmiati dai dolori della guerra e dalla sopportazione dei tanti soprusi fascisti. Quelli di mia madre si erano adattati al periodo e forse per indole, l’altro nonno s’infilò i pantaloni alla zuava senza troppi problemi. Non che si fosse macchiato la coscienza di crimini, per carità, piuttosto fece come la stragrande maggioranza degli italiani, si adeguò al regime. I miei nonni paterni, non lo fecero. Ricordo mio nonno Lorenzo che mi diceva: “fai come i pomodori, che da verdi quando maturano diventano rossi!” E così lui, quel fazzoletto rosso al collo l’ha sempre avuto, malgrado la prigione, malgrado un figlio partito militare e poi spedito in Russia dov’è morto a 20 anni, malgrado avesse 7 figli da sfamare.
Fra le tante storie che mi facevo raccontare da mia nonna una delle preferite (forse perché era a lieto fine ) era quella di quando lo zio Ciro tornò a piedi dal campo di concentramento in Germania. Ci misero due mesi a mezzo, lui e Natale, un altro ragazzo del luogo, mangiando patate, cipolle crude e quello che li offriva la gente. Una decina di chilometri prima di casa furono visti da un compaesano che se ne stava tornando dal lavoro ed era in bicicletta. Il ciclista arrivò trafelato a casa dei nonni per dare la bella notizia. Notizia che subito si diffuse in tutto il paese che si ritrovò in piazza e addirittura il prete li accolse con le campane a festa. Non so che tempo facesse, se fosse estate, inverno o primavera però io mi sono sempre immaginata questa giornata con i sole.
E poi ce ne’è un’altra che mi ha sempre un po’ commossa perché va oltre il razionale.
Un lontano cugino di mio padre era rimasto orfano e così era stato messo in collegio, ma se la guerra poteva creare problemi a chi aveva una famiglia figuriamoci a chi non l’aveva. Erano passati pochi mesi da quando Neno viveva nel Collegio di Montecatini e siccome era una buona struttura, tutti erano tranquilli. Una notte mio nonno sognò Neno che piangeva. Così l’indomani non ci pensò due volte e volle andare a vedere di persona come stava. Andò a piedi. Usava sempre dire mia nonna, come se farsi una quarantina di chilometri fosse normale. E per allora in verità lo era. Lo trovò denutrito e triste e pensò bene di portarlo a casa con i suoi figli, perché tanto 7 o 8 cambiava poco. Da allora pur sapendo che nei fatti sono lontani cugini lui e il mio babbo sono come fratelli.
Fra le prime poesie che ho scritto (se si escludono quelle che rimpinzavano i miei diari adolescenziali come i brufoli la mia faccia) ce n’è una ispirata proprio al 25 aprile datata 2005.
Il vestito poetico è ormai superato, però mi fa tenerezza. E’ come guardare una vecchia foto.
Ho avuto dei nonni meravigliosi, ve lo volevo dire. Sono stata fortunata. Nella mia infanzia, non sempre fatta di rose e fiori, sono stati la mia oasi di pace e di serenità. Una presenza stabile, visto che sono vissuti con noi per tutta la loro lunga vita.

resistenza o liberazione

Sommessa la pioggia d’aprile
innaffia corone d’alloro
insiste ma non bagna.
Sul pulpito, un giovane candidato
balbetta echi di melodie partigiane.
Non ti saresti fermato
oggi come allora
quando i castagni non facevano ombra.
Là, sopra i monti
tra viottoli nascosti e albe imperfette
ed il tuo compleanno
proprio il giorno della Liberazione.
Eri già luce prima ancora di saperlo.

A mio nonno, alla generosità.

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15 thoughts on “25 aprile

  1. Tanto calore, qui, a che riempire questa bella pagina.
    E i ricordi non sono né nostalgia né malinconia ma solo esempio, insegnamento.
    La poesia poi, se si esclude il “sommesso” all’inizio è tutt’altro che datata: semplicemente dice quello che deve, con pienezza, senza infingimenti.
    Brava Sandra.

    Franco “Pale”

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