Archivio | aprile 2012

Hobby disarmanti


Maculato grigio-verde
per ingannare il bosco
lasci un’impronta arida, di cingolo.
Un foro nell’azzurro
spacca l’aria
e per terra il premio
del tuo triste luna park.

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25 aprile

Ho sempre amato la festa del 25 aprile. Nel mio immaginario e nel reale è come dire Natale o Pasqua per un fervente religioso. Mi ricordo che da piccola per questo giorno sfilava un lungo corteo di auto per il paese, con i clacson spiegati e le bandiere rosse che sventolavano. Con mia nonna ci divertivamo a contarle, non si faceva una vera e propria classifica ma lei si ricordava sempre se erano state più o meno dell’anno precedente. Sicuramente per quante ne aveva passate, per lei era una festa senza paragoni. Mia nonna Maria era anche una donna credente, però non era né bigotta, né integralista. Era una di quelle persone che hanno il sacro nell’anima e ogni cosa che fanno è pervasa da una sorta di spiritualità, come se fosse naturale esserlo e rimandarla a chi incontrano. Da piccola mi facevo raccontare da lei le storie della guerra come se fossero favole e benchè di tutte sapessi ormai ogni passo a memoria, ne rimanevo sempre affascinata. Forse perché tutto sommato mi sembravano appunto, favole. Invece no. Passando la linea gotica da queste parti non c’è paese, luogo, o radura sui monti che non ricordi l’eccidio di un partigiano. I miei nonni, genitori di mio padre, non furono risparmiati dai dolori della guerra e dalla sopportazione dei tanti soprusi fascisti. Quelli di mia madre si erano adattati al periodo e forse per indole, l’altro nonno s’infilò i pantaloni alla zuava senza troppi problemi. Non che si fosse macchiato la coscienza di crimini, per carità, piuttosto fece come la stragrande maggioranza degli italiani, si adeguò al regime. I miei nonni paterni, non lo fecero. Ricordo mio nonno Lorenzo che mi diceva: “fai come i pomodori, che da verdi quando maturano diventano rossi!” E così lui, quel fazzoletto rosso al collo l’ha sempre avuto, malgrado la prigione, malgrado un figlio partito militare e poi spedito in Russia dov’è morto a 20 anni, malgrado avesse 7 figli da sfamare.
Fra le tante storie che mi facevo raccontare da mia nonna una delle preferite (forse perché era a lieto fine ) era quella di quando lo zio Ciro tornò a piedi dal campo di concentramento in Germania. Ci misero due mesi a mezzo, lui e Natale, un altro ragazzo del luogo, mangiando patate, cipolle crude e quello che li offriva la gente. Una decina di chilometri prima di casa furono visti da un compaesano che se ne stava tornando dal lavoro ed era in bicicletta. Il ciclista arrivò trafelato a casa dei nonni per dare la bella notizia. Notizia che subito si diffuse in tutto il paese che si ritrovò in piazza e addirittura il prete li accolse con le campane a festa. Non so che tempo facesse, se fosse estate, inverno o primavera però io mi sono sempre immaginata questa giornata con i sole.
E poi ce ne’è un’altra che mi ha sempre un po’ commossa perché va oltre il razionale.
Un lontano cugino di mio padre era rimasto orfano e così era stato messo in collegio, ma se la guerra poteva creare problemi a chi aveva una famiglia figuriamoci a chi non l’aveva. Erano passati pochi mesi da quando Neno viveva nel Collegio di Montecatini e siccome era una buona struttura, tutti erano tranquilli. Una notte mio nonno sognò Neno che piangeva. Così l’indomani non ci pensò due volte e volle andare a vedere di persona come stava. Andò a piedi. Usava sempre dire mia nonna, come se farsi una quarantina di chilometri fosse normale. E per allora in verità lo era. Lo trovò denutrito e triste e pensò bene di portarlo a casa con i suoi figli, perché tanto 7 o 8 cambiava poco. Da allora pur sapendo che nei fatti sono lontani cugini lui e il mio babbo sono come fratelli.
Fra le prime poesie che ho scritto (se si escludono quelle che rimpinzavano i miei diari adolescenziali come i brufoli la mia faccia) ce n’è una ispirata proprio al 25 aprile datata 2005.
Il vestito poetico è ormai superato, però mi fa tenerezza. E’ come guardare una vecchia foto.
Ho avuto dei nonni meravigliosi, ve lo volevo dire. Sono stata fortunata. Nella mia infanzia, non sempre fatta di rose e fiori, sono stati la mia oasi di pace e di serenità. Una presenza stabile, visto che sono vissuti con noi per tutta la loro lunga vita.

resistenza o liberazione

Sommessa la pioggia d’aprile
innaffia corone d’alloro
insiste ma non bagna.
Sul pulpito, un giovane candidato
balbetta echi di melodie partigiane.
Non ti saresti fermato
oggi come allora
quando i castagni non facevano ombra.
Là, sopra i monti
tra viottoli nascosti e albe imperfette
ed il tuo compleanno
proprio il giorno della Liberazione.
Eri già luce prima ancora di saperlo.

A mio nonno, alla generosità.

Chiuso per inventario

Penitenza

” Dire, fare, baciare…”
ho già dato oltre misura
” lettera…” il cestino trabocca
” testamento…”
rimando la stesura
a tempi non sospetti.

Effetti collaterali

Mezz’etto di consolazione, magra
così per foraggiare la cura.
Oggi che non distinguo
il ramarro dalla foglia
niente è più estenuante
di quest’interminabile respirazione
bocca a bocca.

Pausa mistica al Caffè de la Paix

Passatempi

Bevono parole rotolate a forza
nel bicchiere stracolmo di idee
mai agite, mai sopite.
Strisce consunte agitano il domani
cercando di ingannare una vita
trascorsa mai al di là del banco.

Offro io

Posso vederlo quel giorno
stretto nelle tue mani
Il calore disperdersi nella tua bocca
la mente piegarsi indietro
a cercarne il motivo.

Invisibile profumo oltre la distanza
perso
nel bianco accogliente di una nicchia.

Ne parleremo di fronte a un caffè -dicesti-
e fu chiaro che tra noi
si smarrì una rondine.

Libro cassa

Solo due gatti spezzano l’aria.
Spengo l’insegna e tiro il bandone
poi tutti a casa.
Ci vuole grazia a far tornare i conti
quando la notte stinge lo scontrino.

Schegge di legno

Aveva preparato con cura il suo banchetto per la fiera del paese. Come scultore se la cavava. Faceva sculture di legno molto particolari, difficili da spiegare. In ognuna cercava di assecondare i nodi, le venature del legno per scovarci qualcosa: un animale, un oggetto, forse solo un’idea.
Stava annaspando per cercare qualcosa di carino per incartarne una (era sempre sprovveduto quando gli dicevano che volevano farci un regalo), quando la vide. L’avrebbe vista anche tra la folla di un raduno e non perché era un buon fungaio e sapeva scovarli anche in posti non accessibili o invisibili e nemmeno perché ormai si era abituato a trovare l’essenza delle cose. L’avrebbe vista perché la sentiva vicina, come un metal detector che comincia a suonare quando ha trovato il ciondolo d’oro.
Da tempo non la vedeva, né l’aveva più incrociata per caso. La loro storia era ormai finita, morta, sepolta e nemmeno era stata più riesumata per qualche procedura legale. Sulla sua lapide nessuno dei due ci portava più un fiore. O meglio, lui ne aveva portati a lungo sperando in un miracolo, ma di fronte alla morte i miracoli non esistono e così si era arreso. Forse un pensiero, un ricordo, un attimo di fitta al cuore, chissà se lei ogni tanto lo provava ancora. Ma non ha senso chiedersi queste cose. Sono come fiori di plastica messi a riempire quel vaso e così li allontanò.
La vide avvicinarsi al suo banchetto, anzi vide un abito azzurro cielo svolazzare nella sua direzione e alzò lo sguardo. Per un attimo sprofondò nella vastità dei suoi occhi. Scivolò sul muschio verde dell’emozione ma rimase in piedi. E’ che da tempo non la vedeva così da vicino e tutte le domande che aveva accatastato senza risposta, per un attimo gli piegarono la schiena. Avrebbe voluto farne altre, chiederle come stava, se davvero non provava più niente per lui, se sentiva la sua mancanza se… ma lei disse solo: “belle” guardando le sue sculture di legno e non dette spazio ad altro. Ne prese una in mano, forse per toccare qualcosa che a suo tempo era stato tra le sue di mani e la ripose. Rivederlo le avevo fatto sobbalzare il cuore ma l’aveva mascherato bene. Un cuore messo già a suo tempo a tacere. Troppe paure, troppi salti mortali da fare, troppi moralismi verso i quali andare contro. Non ce l’aveva fatta. Non aveva avuto il coraggio e la forza per viversi quell’amore e si era arresa. Lo salutò strizzando l’occhio come se fossero stati due amici per la pelle e subito l’azzurro si perse nel grigio della mente. La vide allontanarsi. Aveva una borsa di cuoio a tracolla. Tra i tanti pensieri di quell’attimo, si chiese se fra le cose che si mischiavano lì dentro facendosi compagnia, c’era ancora qualcosa di lui: un biglietto, una conchiglia, un libro. Forse era una borsa più pesante, forse era più leggera. Chissà. Dal cielo improvvisamente cominciarono a cadere le prime gocce d’acqua creando subbuglio tra gli ambulanti e fra la gente. Lui con calma prese da sotto il banchetto alcuni vecchi giornali e cominciò a rincartare le sue sculture. Erano di legno ma voleva ugualmente proteggerle. Come ormai da un po’ di tempo cercava di fare con se stesso e con il proprio cuore.

Come vuoti a perdere


Strappa via il sorriso la fine marcata
incisa a caldo sul resto del mio fianco.
La testa sempre a posto
diceva mia madre
quando il battito le oscillava la bilancia.
Allora mi faccia un taglio deciso ma alla moda
per togliere la ciocca sbarazzina dalla fronte.
Ho sognato che te ne andavi.
Sembrava vero.
Nel buio di una notte senza luna
scricchiolano i passi nel vialetto
una lattina rotola, tintinna, si ammacca
poi qualcuno la schiaccia, così, quasi per gioco.

La voce del silenzio

Non so cosa ci possa essere nella voce di particolare, quanto di una persona possa arrivare, però accade. E’ un po’ come se fosse il nostro strumento musicale il quale, non solo si accorda con altri, ma emana vibrazioni. Belle vibrazioni per certe voci, stridori per altre. Ci sono voci accoglienti e riposanti di per sé, quelle voci che al solo sentirne il timbro o due parole ti abbandoni felice nel loro morbido abbraccio. Il mio medico omeopatico ha una di queste. “Vi parla la segreteria del dottor Negroni… ” Quando lo chiamo e sento la sua voce registrata in segreteria sto già meglio. Ha una voce terapeutica.
Non avevo mai pensato alla mia voce fino quando qualcuno o qualcosa me l’ha fatto notare.
Tempo fa, un amico mi chiese di leggere alcuni passi del suo nuovo libro durante la presentazione e a parte la dovuta emozione, la cosa venne così bene, tanto da ripeterlo altre volte e con altre persone. Premetto che non sono un’attrice, né ma ho studiato teatro. Si vede che mi viene naturale. Ricevo una telefonata per sbaglio e dopo i soliti riti di scuse e convenevoli riattacco. Dopo due secondi mi arriva un messaggio con su scritto: ”la scusa è banale ma la tua voce non lo è affatto. Buon Natale” (perché erano quei tempi). Sorrisi. E il mio narciso che è piccolo, piccolo si inorgoglì per queste due gocce d’acqua.
La terza goccia ce l’ha aggiunta Grazia, una signora che ancora non conosco di persona ma che sentendomi per telefono mi ha detto: “che bella voce suadente”. Lì per lì non avevo nemmeno chiaro il significato esatto di questo aggettivo. Per assonanza lo avvicinavo a “seducente”e non mi piaceva troppo. Poi il letterato in erba che è in me ha trovato il suo vero significato: carezzevole, flautato, lusinghiero, mielato, convincente.
Ci sono voci che non posso più sentire e che mi mancano tanto. E dico “non posso” relativo alla realtà ma anche all’oggettività di questa azione. L’altro giorno, rimettendo a posto nel pc e nelle foto ho trovato alcuni video. Ne ho aperto uno dove c’era la mia mamma. Ecco, finchè guardo uno foto imprimente ma statica posso resistere ma sentire la voce mi ha sconvolta. Ho provato a toglierla. Sopportavo. Ho provato a sentirla chiudendo gli occhi e mi sembrava di averla vicina.
Capisco perché si dice che se guardi un film horror senza audio questo non ti fa più paura. Ma io odio i film horror e questo esperimento me l’ho mai fatto.
Masaru Emoto, uno scienziato giapponese, ha fatto un esperimento molto suggestivo. Ha congelato gocce di acqua alle quali era stata fatta ascoltare un certo tipo di musica oppure, il suono di alcune parole. Bene, in base a ciò che avevano ascoltato, alla vibrazione alla quale erano state sottoposte, il cristallo si è creato in modi diversi. Per alcuni suoni, in modo spettacolare per altri, scomposto o non si è creato affatto.
Visto il fatto che il nostro corpo è composto per più del 70 per cento di acqua questo studio mi ha fatta riflettere.
Ci sono poi voci che ti piacciono per la loro inflessione dialettale. Una mia amica va matta par l’accento bolognese. Dice che è sensuale e divertente a prescindere e che è quando è depressa, fa un numero a caso mettendo lo 051 del prefisso solo per sentire due parole in bolognese.
Tempo fa, una persona mi disse che era bello sentirmi parlare e che avrei potuto leggergli anche le quotazioni in borsa e mi sarebbe stato a sentire per ore. Sorrisi.
Io invece avrei potuto stare in silenzio con lui per ore, sentendolo solo respirare.