Archivio | marzo 2012

Ponte di Campanelle

“I ponti uniscono separazioni, sono punti d sutura, cuciono strappi, tendono mani a distanza, recuperano ciò che sta dall’altra parte. Da entrambe le parti. Un ponte per ciò non dovrebbe mai essere incominciato da un solo lato. E’ come se una persona dovesse presentarsi ad un’altra senza che questa facesse una mossa. Si sentirebbe svantaggiata. I ponti vanno cominciati da entrambe le parti e vanno uniti cementando la stretta di mano a piombo sul vuoto esattamente a metà” .
da “Come sasso nella corrente” Mauro Corona

Esistono ponti e ponti. Ognuno ha però sempre un suo fascino particolare, per me.
Firenze, come tutte le città attraversate da un fiume, ne ha di molto belli e come spesso accade, dai nomi affascinanti e particolari. I ponti possono cambiare vestito nel tempo. Penso a Ponte Vecchio un tempo sede delle botteghe dei beccai (macellai) che scaraventavano le carcasse macellate in Arno mentre adesso ospita solo gioiellerie. Ponte Vecchio fu l’unico ponte di Firenze a non essere stato bombardato durante la guerra. Nelle guerre i ponti sono fra le prime infrastrutture ad essere distrutte, come dire, disintegriamo il simbolo dell’unione. Penso al Ponte della Libertà che collega Venezia con la terra ferma, quando da entrambi i finestrini del treno vedi solo il mare.
Penso ai ponti che uniscono due vallate ma non in modo tradizionale, di quelli ce ne sono a bizzeffe, ma a quelli tibetani che ondeggiano sospesi nel vuoto. Insomma, l’uomo si ingegna per poter andare da una parte all’altra, spesso, da una sponda all’altra.
Allora mi vengono in mente quelle specie di passerelle (non sono veri e propri ponti ma il servizio è il solito) costruite mettendo un sasso dopo l’altro per oltrepassare un fiumiciattolo. Quelle passerelle di sassi un po’ precarie, instabili e soprattutto facili a scomparire dopo la prima piena. Quelle dove devi stare attento perché i sassi possono essere scivolosi e devi essere pronto di riflessi perché se cadi male ti puoi anche rompere qualcosa, ma nella migliore delle ipotesi ti bagni un piede e allora pensi che mica sei morto. E magari ci fai anche una risata. Soprattutto se ti accorgi che poco più in là ce n’era uno costruito in pietra per simile scopo. Forse è il gusto dell’avventura, del potersi misurare con se stessi, del seguire l’equilibrio che nella vita non è mai statico per principio.
Penso a quei ponti che ti proteggono con il loro parapetto e così puoi anche affacciarti e guardare nel vuoto senza provare una sorta di attrazione, come spesso mi accade quando sono in alto. Penso a quei ponti in pietra belli, stabili, che hanno retto il tempo e le stagioni e tiro un respiro di sollievo perché davvero l’inverno non è eterno. “Ecco, facciamoci una foto qui. Sul ponte”. Primo piano allungando la mano. Sorridiamo. Sento un bel calore. Vicini ma non troppo, se non per quello che ci concede la vita.

Tempi di attesa e di guarigione

“Signora, riappoggi il piede a terra solo fra una ventina di giorni, non prima, mi raccomando. Nel frattempo faccia tutti gli esercizi proposti, i massaggi e la terapia”. Non capisco perché per le terapie fisiche siamo istruiti a dovere e abbiamo una sorta di vademecum da seguire mentre, per fratture più invisibili ma assai più dolorose, ne siamo sprovvisti. Parlo di quelle fratture che separano ciò che prima sentivamo parte di noi, che strappano via brandelli di carne e di sogno. Di solito ci si cura per tentativi, per indole, per istintività. A frattura avvenuta in questo caso non avviene una ricomposizione, quanto una più salvifica protezione. Una sorta di cura omeopatica attraverso la quale proviamo a suturare la ferita, almeno nell’immediato. Il tempo si sa, è un gran dottore. Basta farlo lavorare. Però mi domando, per quanto dovrà lavorare? Quanto dura la prognosi? Eh, sì, perché in mancanza di cartelle cliniche, di tempi terapeutici suggeriti, andiamo avanti d’istinto. La ferita non brucia più, sta cominciando a guarire. Tiriamo un sospiro di sollievo. Ma quanto è realmente guarita? Quando possiamo togliere la benda? A volte, basta inavvertitamente sbatterci contro uno sguardo per sentire ancora male. Altre, basta che cambi il tempo…

Libertà incondizionata

Libertà

Da qualche parte è la fine.
Da qualche parte è l’inizio.
In mezzo solo il verde sfrontato
di questa valle
che sconfina nei tuoi occhi.

incondizionata

E’ stata segnalata.
Si diffondono immagini e descrizioni.
Ha la testa tra le nuvole
difficile identificarla
ma un sorriso traspare
e la tradisce
per ogni macchina rossa che incontra.
Indossa una gonna a fiori
e zoccoli di legno pregiato
e un fazzoletto nuovo tra i seni
di chi porta a spasso la vita
senza avere tasche.

“Vecchio scarpone quanto tempo è passato…”

Non c’è cosa più innervosente per una come me allergica allo shopping ( e in piena crisi economica) quanto credere di aver fatto un buon acquisto ed invece, rendersi conto di aver buttato via i soldi. I miei nuovi scarponi da trekking sono indomabili.
Sembra strano, ma pur valutando tutte le variabili possibili, ti accorgi se una scarpa è fatta per te solo usandola. Di solito gli scarponi si usano per fare escursioni in montagna e quindi la triste scoperta avviene nei modi e nei luoghi meno adatti. Un mio amico psicologo mi ha detto che la scarpa simboleggia il compagno, quella persona speciale con la quale dovremmo, o vorremmo, percorrere la strada della vita. Una notte sognai che me ne andavo in giro scalza e lui disse che era un ottimo segno in quanto significava che nella vita ero capace di essere autonoma e indipendente, principale prerogativa per saper stare bene con qualcuno. Adesso vorrei solo che a questi piedi arrossati e vescicolanti qualcuno mi facesse un bel massaggio, di quelli fatti a modino con tremila olii essenziali profumati. Per un attimo do un volto a quel qualcuno, ma non è sano pesticciare nel passato, soprattutto con i piedi doloranti. “E se gli scarponi fossero di fatto una metafora?” Penso per un secondo seguendo la scia del mio amico psicologo mentre inizio l’automassaggio (in casa c’è solo il gatto per niente interessato ad una trasmutazione).
Eppure, ero contenta giorni fa mentre cullata dal treno me ne tornavo dalla città con la busta di una nota catena di negozi sportivi. Nemmeno l’orda delle telefonate sul niente che invadevano il vagone e che odio con tutta me stessa, erano riuscite sciupare la contentezza di questo piccolo grande regalo che mi ero fatta. Dovevo intuire però che c’era un’ incoerenza di fondo. Avevo comprato gli scarponi nel posto sbagliato. Gli scarponi sono di montagna. E’ lì che crescono quelli buoni.

Puro difetto d’immaginazione

E’ nato così
storto e un po’ bislacco
è nato così
il mio giacinto blu.
Troneggiava fiero senza macchia
nella sua fotografia di bulbo olandese.
Eccolo qui
stropicciato come le mie tasche
accasciato dalla pioggia
e dalle corse del gatto.
Solo il profumo resta intatto e mi seduce
serio appiglio
per non chiedere il rimborso.

I love Swiss

Ho sempre pensato che rivedere persone appartenenti al passato, al molto passato, sia  imbarazzante e talvolta perfino patetico. Ma avevo ugualmente accettato. Chiara vive in Svizzera da una ventina di anni e da altrettanto non ci vediamo. Ci sediamo per un caffè, due chiacchiere, in città sono di passaggio e non mi costa nulla. Forse mi costano di più certi discorsi che nella necessaria sintesi del colloquio conviviale vanno da: lavoro, famiglia, salute, amore ( al femminile, cioè, in ordine inverso).

“Vedi tesoro…” esordisce lei quando il ghiaccio ormai si è rotto “…non è giusto investire in un uomo solo. Altrimenti resti con il culo per terra. Un po’ come è successo agli investitori della Parmalat…C’è stata la bancarotta e sono finiti sul lastrico. Se invece avessero investito un po’ qui e un po’ là,  il fattaccio non li avrebbe travolti più di tanto”. La guardo perplessa sentendomi molto vicino agli azionisti Parmalat e accenno un sorriso. Di fatto, rientrare nel mercato dei sentimenti (dopo mezz’ora che chiacchieriamo la sua filosofia svizzera mi ha un po’contagiata) “nel mezzo del cammin di nostra vita” (sono ottimista) non è semplice. Se fossi un‘ auto potrei dire che la carrozzeria è ben curata, il motore funziona ma il chilometraggio è quello che è. Benché il venditore possa abbassarlo, certe percorrenze restano. Non so quanto nei fatti questo si traduca più con prudenza che con paura. Di certo, non siamo più al primo rodaggio e questo fa la differenza.

 “E mi raccomando…” conclude lei prima  dei saluti “ Per un po’ solo sesso. Niente coinvolgimenti emotivi, niente aspettative, niente domande. Pensa solo a divertirti.” La guardo con le lame degli occhi ormai in stato avanzato. Odio la Svizzera, le saputelle svizzere che non hanno la cioccolata in tasca, ma soprattutto, la odio perché nella teoria sono molto brava è il voto di pratica che mi frega.